Ritorno in India: Keylong, Manali, Delhi.

11 giugno 2015
Lascio la guesthouse di Kullu e mi dirigo verso la stazione delle corriere. Attraverso il ponte pedonale sul fiume Sarvari, il fiume che divide la città in due parti e mi fermo a scattare alcune foto alle venditrici di verdure che con le loro gerle e i loro abiti tradizionali abbelliscono il paesaggio.
Il percorso fino a Keylong è lunghissimo, ma con dei paesaggi stupendi.

ROHTAN~2

Rothan Pass, 3978 m. di altitudine, luogo di gite giornaliere da Manali.

La strada attraverso Manali è stata aperta da pochi giorni a causa delle intense nevicate che hanno caratterizzato quest’ultimo inverno e che si sono rivelate più intense degli altri. La neve sul bordo della strada a momenti raggiunge i tre metri di altezza. Il paesaggio presenta dei tratti ricolmi di neve e alcuni nevai, ma anche delle zone esposte al sole con i campi arati e le piantine appena spuntate. Intorno ai casolari e in prossimità dei villaggi il lavoro dei campi si presenta più intenso con ogni piccolo appezzamento di terra utilizzato. I terreni coltivati rispettano la pendenza della montagna e tutt’intorno al perimetro sono disposti dei sassi o dei rami per non lasciar scivolare via la terra con l’acqua delle piogge e dello scioglimento delle nevi.

Keylong, vista panoramica dal sentiero per il Shashur Gompa.

Verso Keylong, paesaggio.

La terra messa intorno alle piantine, gli appezzamenti di terreno a forma di quadrato, rettangolo e a volte semicerchio, le tracce lasciate dal rastrello sulla terra dopo la semina, i canaletti per far scorrere l’acqua e i muretti costituiscono un insieme di geometrie spontanee che vanno a comporre delle inquadrature di un grande valore estetico. Le strade a tratti sono trasformate in veri e propri torrenti alimentati dallo scioglimento delle nevi, con delle parti di asfalto aperte o corrose dal ghiaccio dei freddissimi inverni. Nel tratto più alto, ai 4000 metri del passo Rohtang ci sono delle piste per le slitte e dei muli a disposizione per il trekking.

Rohtang La pass, il valico tra Keylong e Manali, nella Lahaul Valley, 3978 m.

Verso Keylong, Rothan Pass, 3978 m.

La strada a disposizione della corriera è molto stretta; a volte si incrociano altri veicoli e ci si deve fermare per dare la precedenza. A volte, dei folti greggi di pecore rallentano il traffico e bisogna attendere che gli animali trovino uno spiazzo per raggrupparsi e lascino passare i mezzi. In un tratto molto innevato e turistico il traffico è bloccato dalle auto, dai fuoristrada e dalle moto parcheggiate lungo il tratto di strada ripulito dagli spazzaneve. Qui, la corriera deve rimanere ferma a lungo ad aspettare che qualche auto si sposti, ma sarà l’autista del mio pullman a dirigere gli spostamenti possibili per poter passare. Dove la neve è molto alta, ogni tanto arriva qualche rapace che vola tra gli alberi vicino alla strada ed anche disinvolto tra la gente.

IL Rohtang pass affollato di turisti indiani, visto dalla corriera.

Rothan Pass, sulla strada da Manali a Keylong.

Il percorso che si avvicina a Keylong appare più soleggiato: la neve rimane solo lassù, sulle vicinissime montagne. Nei tratti dove la neve è già sciolta l’erba è spuntata con un colore verde intenso. Qua e là si notano delle macchie di fiori bianchi e a volte spiccano dei bellissimi fiori viola, simili a dei crocus, ma con il gambo più lungo. Quassù a Keylong, l’altitudine supera i 3000 metri e la differenza di temperatura si sente. Arriviamo ad un posto di controllo e devo esibire il passaporto e subire un interrogatorio sulle motivazioni del mio viaggio in questa zona. Il territorio non è molto distante dal Kashmir e nemmeno dal Tibet, zone che lo Stato indiano controlla capillarmente. Il militare vorrebbe sapere per quanti giorni rimarrò a Keylong, ma non glielo so dire con precisione: decido sempre al momento quando partire da un posto. In corriera faccio amicizia con cinque ragazzi induisti di Jammu: due di loro sono pittori. Sono in vacanza e stanno facendo un giro per i santuari induisti di questa zona. Sono molto gentili e quando arriviamo a Keylong mi aiutano a cercare una guest house economica e accogliente. Loro domani andranno al Pangi Killar, un santuario distante oltre 100 km da qui: rimarranno fuori una notte e poi torneranno, forse, qui a Keylong, per poi proseguire il viaggio per gli altri templi indù della zona.

Rohtang valico.

Rothan Pass, 3978 m. luogo di gite giornaliere da Manali nel periodo estivo.

12 giugno
Keylong è una cittadina racchiusa tra le montagne dell’Himalaya con lassù in alto molte cime ancora ricoperte dalla neve. Gli inverni freddi e interminabili costringono la popolazione a lunghi periodi di isolamento. L’agricoltura e l’allevamento del bestiame sono le risorse della zona che consentono agli abitanti di rimanere autonomi quando le strade rimangono chiuse per la neve. L’altitudine esatta di Keylong è di 3350 metri e durante i mesi estivi, in particolare di luglio e agosto, si riempie di turisti indiani che cercano riparo quassù fuggendo dal caldo afoso delle grandi città sud. Le strade della cittadina sono molto strette e le case, anche di nuova costruzione, sono quasi attaccate le une alle altre, forse per difendersi dal freddo. I campi sono arati e seminati ovunque e protetti ai bordi da muretti e da cataste di legna, che servono anche per proteggere le colture dal vento e dal freddo. Mi dicono che in questo periodo è estate, anche se gli alberi da frutto sono soltanto in fiore e le piantine delle patate e dei legumi sono appena spuntate. Le mucche, le pecore e le capre pascolano tranquille nei prati e solo a volte, quando si allontanano, i proprietari le sgridano come fossero dei bambini disubbidienti. La cittadina è piena di negozietti di alimentari, di frutta e verdura, di abbigliamento, e anche di ristorantini e alberghi.

Keylong, panorama dal Shashur Gompa, XVII secolo.

Keylong, panorama dal Shashur Gompa, XVII secolo.

Di buon mattino salgo al Shashur Gompa che dista tre km da Keylong. Il gompa è dedicato al lama dello Zanskar Deva Gyatsho. La costruzione originaria risale al XVII secolo, ma le opere di restauro gli hanno dato un aspetto prevalentemente moderno. Lungo la salita si ferma un’auto con due novelli sposi di Delhi. Lui vende auto, lei insegna in una scuola privata induista. Mi regalano diversi depliant informativi sulla zona che io non sono riuscita a trovare. Ci scambiamo i nostri numeri di telefono e ci ripromettiamo di tenerci in contatto via facebook. Salendo per il sentiero incontro anche una ragazza molto giovane che sta zappando la terra intorno alle piantine di piselli. Dopo tre, quattro ore, quando ripasserò di lì, sarà ancora china sulle piantine.

Keylong, Shashur Gompa, secolo XVII.

Keylong, Shashur Gompa, XVII secolo.

Lassù al tempio, faccio girare un’enorme ruota della preghiera e anche le due file di quelle più piccole. Lì intorno ci sono alcuni frati impegnati a segare un tronco d’albero. Accanto al gompa c’è una piccolissima casa con un’anziana sull’uscio che sta aggiustando un sacco di juta con le mani imbrattate di terra. Il panorama da lassù è favoloso e spazia dalle montagne innevate, ai numerosi nevai, alle cascate che ne fuoriescono, alla moltitudine di alberi di giunco che dalla potatura effettuata ricordano molto i gelsi friulani.

Keylong, ragazza che lavora la terra lungo il sentiro per il Shashur Gompa.

Keylong, ragazza che lavora la terra lungo il sentiero per il Shashur Gompa.

Ci sono dei ginepri pure, carichi di bacche mature, cespugli di rosa canina di un colore rosa intenso, acacie e meli in fiore, campi coltivati a patate, cipolle, piselli, fagioli, aglio, carote che paiono disegnati con una grande precisione geometrica e delineano e colorano il paesaggio lasciato libero dalla neve.

Keylong, panorama dal tratto di sentiero tra il Lama monastery e il Khardong gompa.

Keylong, panorama dal tratto di sentiero tra il Lama monastery e il Khardong gompa.

13 giugno
Oggi, in corriera, ho raggiunto due città distanti entrambe una cinquantina di km da Keylong: Trilokinath e Udaipur, non lontane l’una dall’altra, entrambe a 2650 metri di altitudine.

Trilokinath, panorama dai campi in lavorazione.

Trilokinath, panorama dai campi.

Trilokinath è un villaggio agricolo con un particolare tempio, costruito 250 anni fa, che appartiene sia alla religione buddhista sia a quella induista in quanto entrambe le religioni vedono in Trilokinath un personaggio della propria fede. All’interno del tempio c’è una stanza con una grande ruota della preghiera e un monaco che la fa girare continuamente.

Trilokinath, il tempio buddhista e induista.

Trilokinath, il tempio dedicato a Trilokinath, adorato da entrambe le religioni: induista e buddhista.

Accanto ci sono due file di ruote piccole e lì vicino un altro monaco che fa passare dei granellini di sabbia dalle mani alla ciotola che tiene in grembo e viceversa. I contadini, per lo più donne, stanno zappando la terra attorno alle piante già cresciute. Qua e là si scorgono alcuni trattori parcheggiati, ma la maggior parte del lavoro agricolo è ancora manuale e aiutato solo da semplici attrezzi. Nel villaggio ci sono due o tre negozietti di abbigliamento, generi alimentari, frutta e verdura e qualche ristorantino.

Trilokinath, il bucato alla fontana pubblica.

Trilokinath,  bucato alla fontana pubblica.

Le due fontane pubbliche sono affollate di ragazze che fanno il bucato mettendo i panni sotto i piedi e calpestandoli più volte per togliere lo sporco.
Alle 13.00. dopo aver pranzato con i noodles, degli spaghetti in brodo, vado ad attendere la corriera alla fermata degli autobus. Lì ci sono due monache e una ragazza che sono arrivate a Trilokinath insieme a me. Le avevo già notate in giro per il villaggio mentre si scattavano diverse foto ricordo. Una delle due monache parla inglese e mi racconta la sua storia. Appartiene ad una famiglia di profughi tibetani che vive nel Karnataka, nel villaggio di Bylakuppe, tra le città di Mysore e Bangalore. Lei, ha 32 anni, è laureata in economia ed è entrata nel monastero di Sakya Runnery, a Deckiling, Dehradon, solo due mesi fa. Ha lasciato un lavoro in un’azienda commerciale importante ed anche il fidanzato per seguire un percorso di meditazione e preghiera e per cercare la libertà dai mali del mondo. L’altra monaca, è originaria di Shasna, un villaggio a metà strada tra Keylong e Udaipur e vive in monastero da 5 anni. Prima di farsi monaca lavorava nell’azienda agricola di famiglia. La ragazza che è con loro è la cugina della monaca di Shasna, e abita proprio lì, dove svolge la professione di veterinaria. Le due monache sono ospiti da lei, ma domani andranno a Manali a trovare un’amica e rimarranno là alcuni giorni. Le monache, ma anche i monaci hanno 45 giorni di ferie all’anno e possono trascorrerle in libertà.

Udaipur, Marikuba Mata Temple, risalente a 6000 anni fa.

Udaipur, il tempio Marikuba, in pietra e legno. La struttura originale è molto antica.

Udaipur è una graziosa cittadina, racchiusa tra montagne rocciose con una vasta zona pianeggiante utilizzata per le coltivazioni agricole.

Udaipur, il Marikula Mata Temple, costruito 6000 anni fa.

Udaipur, Marikuba Mata Temple.

Nel centro c’è un antichissimo tempio, il Marikula Mata Temple, costruito in pietra e legno. All’interno c’è una piccola statua di Shiva e tutt’intorno delle parti in pietra e in legno con incise delle splendide figure umane e dei simboli induisti. All’interno è vietato scattare delle foto, ma in genere negli altri templi sono tolleranti e mi azzardo a scattarne una tra le urla a non finire del custode.

Udaipur, vecchia casa abitata.

Udaipur, una casa antica tra nuovi palazzi.

Alle 16.00, insieme alle monache e alla loro cugina prendo la corriera per tornare a Keylong: loro si fermeranno a metà strada. Mentre salgo in corriera incontro il gruppo di ragazzi di Jammu. Stanno andando anche loro a Keylong, ma proseguiranno da lì in taxi, fino a Manali. Ieri hanno visitato un importante tempio induista a Pangi Killar e domani proseguiranno per Sundar Nagar.
Dopo una mezz’ora di strada la corriera si ferma per una foratura alla gomma davanti e dopo un bel po’ di tempo arriva un mezzo sostitutivo e riprendiamo il percorso tra le strade dissestate e gli strapiombi spaventosi, tra i nevai che arrivano fino al fiume e quelli che si trasformano più in alto in voluminose cascate. Lungo la strada incrociamo diversi greggi di pecore e capre e solo qualche mucca legata accanto alle abitazioni. Nei prati vicino alla strada, in diversi punti, sono state collocate numerose arnie per le api.

Trilokinath, un momento di riposo dal lavoro dei campi.

Dintorni di Trilokinath, un momento di riposo dal lavoro dei campi.

Arrivata in guest house mi fermo a chiacchierare con la titolare dell’alloggio. Ha 36 anni e quattro figlie con un’età che va dai 17 anni ai tre anni. Tutte le ragazze studiano e parlano bene l’inglese. Lei, la signora lavora tutto il giorno nella conduzione della guest house e del ristorante che dirige ed è molto orgogliosa dell’educazione che sta dando alle sue figlie. Il marito, invece, gestisce un negozio di frutta e verdura qui a Keylong, mentre il fratello l’aiuta nella conduzione della guest house e del ristorantino.

Keylong, sul percorso per il Lama monastery.

Keylong, sul percorso per il Lama monastery.

14 giugno
Intraprendo una grande camminata con l’intenzione di salire al Khardong Gompa con un trekking previsto di due ore per arrivarci. Invece, arrivata in cima ad una gradinata imbocco una stradina diversa e vado molto avanti, sbagliando il percorso. Quando incrocio qualcuno chiedo delle indicazioni per il monastero, ma evidentemente ormai la gente si riferisce a quello successivo e tutti mi rispondono che sono sulla giusta via. Lungo il sentiero, accanto ad uno stupa vedo sull’erba diversi piccoli rami con avvolta e intrecciata della lana di diversi colori. Più tardi delle monache mi diranno che quei rametti colorati fanno parte di un rituale volto a scongiurare una malattia o per chiederne la guarigione. Le persone incrociano due piccoli rami e intorno avvolgono della lana, poi li fanno ruotare e li lanciano nel vuoto.

Keylong, gruppo di donne sulla strada per il Lama monastery.

Keylong, gruppo di donne sulla strada per il Lama monastery.

Accanto alle abitazioni dei piccoli villaggi vedo dei ruticions, dello sclopit, delle ortiche che la gente qui non raccoglie. Nei campi ci sono anche quassù persone che zappano la terra accanto alle piantine di piselli, patate, fagioli, verze, cipolle e aglio. Tra gli ortaggi s’innalzano degli alberi da frutto: sono ciliegi, peri e meli in particolare.

Paesaggio6

Keylong, panorama dal tratto di sentiero tra il Lama monastery e il Khardong gompa.

Tra l’erba spiccano i non-ti-scordar-di-me, i millefiori, le fragole in fiore ed anche le stelle alpine ancora in bocciolo. Salendo ancora lungo il sentiero raggiungo il monastero, ma non c’è nessuno. Apro una porta e c’è un tempio ricavato da una caverna con una scultura e una fotografia di un guru su un altare e delle candele accese accanto. Il tempio è pulitissimo. Mentre giro per le casette del minuscolo villaggio, una monaca sbuca da un vicoletto e mi chiama facendomi segno di seguirla. Mi accoglie nella sua minuscola abitazione che divide con un’altra monaca. Mi offrono il cjai con dei biscotti preparati in casa da loro. Al piano rialzato si accede attraverso una scaletta in legno che ha accanto una discreta riserva di legna da ardere. La cucina e il soggiorno-camera sono puliti e ordinati e l’atmosfera è di grande serenità.

Keylong, Lama monastery. La cucina delle monache.

Keylong, Lama monastery. La cucina delle monache.

Una delle due monache, Angmo, parla un po’ d’inglese: ha 30 anni ed ha frequentato la scuola a Keylong fino alla quarta classe. L’altra, Chhomo, ha 32 anni e ha frequentato le scuole fino alla seconda classe. Entrambe le monache sono originarie di Goazag, un villaggio poco lontano da qui. Quassù vivono altre due monache e un lama che ora sono nei villaggi per delle commissioni.

Keylong, scritte buddhiste su dei sassi.

Keylong, scritte buddhiste su dei sassi lungo il sentiero per il Lama Temple.

Tutte le monache e anche il monaco si occupano dei due templi: quello che ho già visitato che è dedicato al guru raffigurato nelle immagini e un altro, il Lama Temple, arredato con cassapanche di colore rosso, ricco di decorazioni sulle pareti, con diverse campane intorno, tante candele accese in piccole ciotole, tamburi appesi al muro e gong. Le monache mi assicurano che c’è il sentiero che conduce al Khardong Temple, ma che il cammino per raggiungerlo è molto lungo. Mi accompagnano all’imbocco del sentiero passando davanti all’abitazione del Lama, una casetta fornita di parabola e pannelli solari.

Keylong, Lama monastery. Il tempio nella grotta.

Keylong, Lama monastery. Il tempio nella grotta.

Le due monache rimangono molto tempo a guardarmi mentre mi allontano e mi salutano agitando le braccia fino a che riescono a vedermi. Il paesaggio tra le montagne è splendido: dall’alto vedo Keylong, ma mi prende un po’ di panico e non sono tanto sicura di poterci ritornare. Quassù ci sono pini, ginepri carichi di bacche e betulle, mentre più in basso ci sono sempre tanti alberi di giunco, a volte potati a volte ancora con la loro chioma scapigliata. Molti non hanno resistito al freddo dell’inverno e si sono seccati.

Keylong, panorama dallo stupa KHardong.

Keylong, panorama dallo stupa Khardong.

Il sentiero a volte scompare e a momenti sono tentata di tornare indietro dalle monache, ma poi decido di proseguire. Ad un certo punto il sentiero s’interrompe del tutto: c’è un grosso nevaio da attraversare. Provo a salire lungo il bordo per raggiungere una parte più piana, poi, provo a camminarci sopra e mi accorgo che è solido e posso raggiungere tranquillamente l’altra parte del sentiero. Cammino con la speranza di incontrare qualcuno e finalmente vedo un ragazzo con un sacco sulle spalle: sta cercando pietre. Mi dice che c’è un gompa lì vicino, lo raggiungo ed è proprio il Khardong Temple, il tempio sostenuto da una struttura di pali in legno la cui origine risale a 900 anni fa. Qui non c’è proprio nessuno, ma la stanza della grande ruota della preghiera è aperta e un’infinità di ciotole con dentro il burro sono accese. Faccio girare la ruota per sette giri, ma lei continua a ruotare da sola per diversi altre volte, facendo suonare una campana al completamento di ogni giro.

Keylong, Khardong stupa, struttura originaria del XII secolo.

Keylong, Khardong stupa, struttura originaria del XII secolo.

Le pareti del tempio sono affrescate ed anche ilsoffitto è decorato, ma molte immagini sono state deteriorate dall’umidità e dal tempo. Anche il villaggio si chiama come il tempio, Khardon, e ci vivono una dozzina di monaci e monache, ma altri fedeli raggiungono il monastero per trascorrere qui un periodo di meditazione di tre anni tre mesi e tre giorni.

Keylong, Khardong stupa.

Keylong, Khardong stupa.

Scendo attraverso la stradina in cemento, ritrovo la strada sterrata, riconosco le case del villaggio che ho già attraversato andando oltre questo incrocio. Ritrovo l’altra parte di sentiero cementato, quello che mi porterà al ponte sul fiume Bhaga e a risalire verso Keylong. Incrocio il giovane fruttivendolo che ho conosciuto ieri, mentre guardavo il Museo etnografico che sta di fronte al suo negozio. Ha 21 anni ed è corrispondente di un giornale induista sui casi giudiziari esaminati dall’Alta Corte. Mi dice che per avere le informazioni è costretto a dare dei soldi agli avvocati che seguono le cause. Oggi è domenica ed eccezionalmente il museo è aperto e approfitto per visitarlo: è molto carino, con diverse fotografie e molti oggetti, attrezzi, costumi e informazioni sulle vallate intorno. Un ampio spazio è dedicato alle erbe medicinali della zona e ai loro benefici. Ci sono informazioni anche sulle risorse agricole oltre alle notizie storiche sui diversi monasteri presenti nelle vallate vicine: la Spiti, la Pattan e la Lahau Valleyl.

Keylong, sterco ad essicare, da utilizzare poi come combustibile.

Keylong, sterco ad essicare da utilizzare come combustibile.

15 giugno
Sono in viaggio, un percorso lunghissimo in corriera da Keylong a Manali, un tratto di strada che avevo già fatto per arrivare fin qui. La strada con qualche striscia di asfalto in parte erosa dal ghiaccio e dallo scorrere delle acque che scaturiscono dallo scioglimento delle nevi è trasformata a volte in dissestati torrenti, pieni di buche e di smottamenti. A tratti il percorso è quasi sommerso dalla ghiaia, dal fango e dai sassi che scivolano continuamente giù dalla montagna, insieme alla neve sciolta. Gruppi numerosi di stradini imbacuccati spalano con vanghe e picconi le masse di detriti e cercano di coprire le buche della strada riempiendole di sassi e sabbia, ma quel che riescono a fare è ben poca cosa rispetto ai grossi danni da riparare. La corriera avanza lentamente, ondeggia e sussulta di continuo; deve fermarsi ogni volta che incrocia un altro mezzo ed entrambi devono districarsi in difficili manovre per poter proseguire nelle due direzioni opposte. Nei tratti più esposti al sole, la neve ai lati della strada e sui prati in basso, verso il fiume, è già sciolta e guardando dal finestrino si possono scorgere in lontananza i campi lavorati e sul ciglio della strada una miriade di stelle alpine.

Rohtang 4

Rothan Pass, sulla strada per Manali.

Più avanti, verso il passo Rohtang, 3978 metri di altitudine, a una cinquantina di km da Manali, la neve è ancora talmente alta che non si riesce a vedere oltre i muraglioni di ghiaccio che fiancheggiano la strada. Sulle distese di neve del passo Rohtang ci sono numerosi turisti indiani che raggiungono questa località innevata in piena estate con una gita di un giorno da Manali. La strada per un lungo tratto è sempre invasa da auto, pullmini e motociclette parcheggiate in modo disordinato, che impediscono lo scorrere del traffico che rimane bloccato, nel caos, per ore.

Passo Rohtang, 3978 m.

Rothan Pass, località turistica a 3978 m. di altitudine, 5o km da Manali.

La zona offre numerose opportunità di divertimento sulla neve: slitte fatte risalire con lo skilif, percorsi a cavallo o sugli yak, giri su automobili per la neve ed anche dei percorsi di trekking. Molti si divertono a lasciarsi scivolare sulla neve oppure a tirarsi pallonate: lo scenario è molto simile all’animazione di un luna park. Numerose coppie anche avanti con gli anni scorrazzano su delle rombanti motociclette e con spontaneità si districano tra gli ammassi di auto e bus. Ci sono anche diversi gruppi di famiglie con figli piccoli che arrivano con dei fuoristrada, dei pullmini o delle auto messi a disposizione dagli alberghi dove alloggiano o dalle numerose agenzie turistiche presenti nella zona. Nel contesto del Rohtang pass non mancano dei fuochi accesi di venditori che abbrustoliscono pannocchie, pentoloni bollenti che distribuiscono cjai, bancarelle che cucinano cibi e vendono bevande.

Rohtang3

Rothan Pass, ingorgo.

Uscendo dal passo, nella direzione di Manali ci sono altri bancali che noleggiano tute e calzature da montagna. Più giù incontriamo un gruppo di turisti che affronta una salita in mountain-bike.

Manali, bambini giocoleri sul Mall, la strada principale.

Manali, piccoli artisti di strada.

A Manali faccio un giro per cercare una guest house economica, ma i prezzi sono altissimi ovunque e molte strutture sono al completo per la stagione estiva. Un negoziante mi indica la guesthouse del monastero: ci vado, ma le camere, costose anche qui, sono esaurite e c’è posto solo nel dormitorio.

Manali, sera. Venditrice di palloncini sul Mall.

Manali, sera. Venditrice di palloncini.

Accetto un letto in camerata per un prezzo di 3 euro, ma poi, passeggiando per Manali, cerco ancora una sistemazione adeguata. La trovo sul tardi, non lontana dal monastero e allo stesso prezzo delle camere di quella struttura religiosa: 15 euro. Mi trasferisco all’hotel, anche se ormai mi tocca pagare la notte al monastero.

Manali, il Mall, la via principale verso sera. Sullo sfondo il Durga Temple.

Manali, sera.

16 giugno
Giornata di relax con mattinata all’internet point, e poi, a gironzolare per il Mall, la strada principale di Manali, entrando e uscendo dalle stradine piene di negozi e zeppe di turisti. Nel pomeriggio vado al parco della città: una riserva naturale con degli alberi giganteschi e un laghetto artificiale fornito di pedalò che i turisti di ogni età usano per girarvi intorno. Pure le altalene e gli scivoli vengono utilizzati a volte dagli adulti, ma la maggior parte dei turisti passeggia nel parco e si siede sulle panchine o per terra a chiacchierare.

Manali, il laghetto del parco.

Manali, la riserva forestale.

Ci sono diversi gruppi di famiglie che comprendono più generazioni: in genere vengono dalle città più a sud dove il caldo è torrido. C’è un gruppo di turisti che viene dal Panjab e spicca per i coloratissimi abiti tradizionali che hanno affittato lì per farsi fotografare. Mentre sto scattando una foto ad una tranquilla signora che se ne sta seduta tutta sola sul terreno, si avvicina una ragazza che si offre per scattare una foto a me e alla signora. La ragazza è in vacanza qui per 4 giorni. E’ arrivata, insieme al marito commercialista, al suo socio e alla moglie. Sono tutti di Hampi e hanno viaggiato in treno fino a Delhi e da lì in pullman fino a Manali. Qui, hanno acquistato un pacchetto da un’agenzia di viaggi per avere a disposizione un’auto con autista e visitare le zone intorno: domani andranno al passo di Rohtang e dopodomani a Vashisht. Entrambe le coppie appartengono alla terza casta e sono sposate da tre mesi con un matrimonio deciso dalle famiglie. La ragazza con la quale parlo maggiormente ha 27 anni ed è un’insegnante di arte nelle classi che vanno dai 6 ai 17 anni. Per quanto riguarda il matrimonio mi dice che è contenta e che la prassi si è svolta attraverso due incontri tra le famiglie avvenuti a casa di lei. In quei due incontri lei ha potuto conoscere il futuro marito che non aveva mai visto prima. Ci salutiamo con molto affetto scambiandoci i nostri contatti facebook.

Manali, Parco naturale. Donne in costume e con un coniglio d'angora a disposizione per le foto dei turisti.

Manali, donne in costume e con un coniglio d’angora per farsi fotografare dai turisti, dietro compenso.

17 giugno
Giornata molto intensa. Nella mattinata cammino fino al villaggio di Vashisht che dista 3 km da Manali ed ha un’altitudine di 1982 m. E’ un bel villaggio: nel nucleo s’intrecciano insieme sia attività legate al turismo sia lavori agricoli e allevamento del bestiame.

Vashisht, essicazione di grano e fieno in un cortile del villaggio.

Vashisht, aspetti di vita contadina.

Camminando lungo le stradine si vedono sia mucche sia pecore e capre legate vicino alle loro stalle, del grano disteso nei cortili ad essiccare, diversi contadini che lavorano negli orti. Le case più antiche sono state costruite in legno e pietra e alcune conservano dei preziosi intagli. Visito l’antico Vashisht Rishi Temple anch’esso costruito in legno e pietra: comprende le terme pubbliche formate dalla sorgenti di acqua bollente solfurea. Le terme hanno delle zone separate per gli uomini e le donne.

Vashisht, il tempio dedicato a Vashisht Rishi, personaggio mitologico.

Vashisht, il tempio dedicato a Vashisht Rishi, personaggio mitologico.

Di fronte al tempio piramidale dedicato alla figura mitologica di Vashisht Rishi c’è un altro tempio più piccolo, dedicato a Shiva. Più in alto, salendo su una gradinata, c’è un tempio che risale a 500 anni fa e dedicato a Lord Ram Chandra Ji.

Vashisht, aspetti di vita contadina.

Vashisht, vita contadina.

Ritorno verso Manali attraverso una scorciatoia che arriva fin sulla strada principale, a due passi dalla città. Appena imboccato lo stradone, si ferma un motorisciò con un passeggero per propormi un passaggio. Contratto il prezzo, il taxista accetta la mia proposta irrisoria e salgo sul mezzo. Però, ero quasi arrivata a piedi! Dal parcheggio dove mi lascia, cammino fino allo Hadimba Temple che dista 2 km dalla città.

Manali, Hadimba Temple, costruito nel 1553, ma il sito sacro è molto più antico. All'interno ci sono anche simboli buddhisti.

Manali, Hadimba Temple, Costruito nel 1552, il sito è molto più antico.

Questo edificio è stato costruito nel 1553, ma il sito secondo alcune voci pare risalire al secindo secolo d.C. ed è dedicato a Hadimba Devi, la moglie di Bhima La Pandava ed è situato in mezzo alla grande foresta di Dhungri. Il tempio, costruito in legno e pietra, presenta dei rilievi lignei con figure di danzatori sulle pareti. Accanto al tempio c’è un albero sacro che viene venerato in quanto rappresenta la figura di Ghatotkach, il figlio di Hadimba e Bhima.

Manali, parco Dhungri.

Manali, parco Dhungri. Scenari per foto ricordo.

Il parco è affollatissimo e la fila per entrare al tempio è lunghissima e diventa interminabile per il numero di parenti che si aggiungono gradualmente a chi ha tenuto il posto anche per loro. Anche qui ci sono le donne in costume tradizionale con il coniglio d’angora in braccio pronte a farsi fotografare in cambio di denaro, ma, a differenza degli altri posti, in più ci sono un uomo con uno yak al guinzaglio e una donna con un agnellino. Si offrono anche loro come scenario per le foto dei turisti. Anche quassù ci sono numerosi gruppi di donne e anche uomini che si fanno fotografare con il costume tradizionale che hanno affittato lì. E’ sempre lo stesso scenario da luna park che si ripete, come nel parco della riserva naturale e sulla neve del Rohtang pass.
18 giugno
Cammino per 3 km nella direzione della Old Manali dove c’è il Manu Rishi Temple. La vecchia Manali ha diversi edifici antichi con la stalla incorporata o adiacente.

Old Manali, incontri sulla strada per il Manu Temple.

Old Manali.

Le mucche e qualche agnello stanno legati all’esterno e muggiscono e belano per farsi ascoltare. I contadini nei cortili all’esterno della loro abitazione, ma anche sulla strada mettono ad asciugare distese di paglia che poi, due persone insieme arrotolano come fossero delle lenzuola da strizzare e poi le torcono ancora piegandole a metà.

Old Manali. lContadini raccolgono in fasci la paglia messa ad asciugare sulla strada.

Old Manali.

Il giallo tappeto di paglia che ricopre la stradina viene continuamente calpestato dalle persone e dai mezzi che vanno al Manu Rishi Temple, ma i contadini sembrano non farci caso. L’antico Manu Rishi è l’unico tempio in India dedicato a questo personaggio. Anche l’antico nome di Manali era Manu-Alya che solo in seguito è stato pronunciato “Manali”. Manu Rishi è vissuto qui, nella Old Manali, e qui ha scritto la prima costituzione indiana chiamata “Manu Samriti”.

Old Manali, Manu Temple, un sacerdote riceve i fedeli, mentre altri pregano. Sulla porta dell'altare dedicato a Manu sono appese delle spighe di grano.

Old Manali, Manu Temple, interno.

Nel pomeriggio prendo il bus per Delhi, ultima tappa prima del ritorno in Italia, dopo oltre 4 mesi.
La nuova stazione dei bus di Manali è abbastanza distante, più di quanto pensassi e m’incammino verso là con i miei due zaini e la borsa con l’attrezzatura per il the. Il percorso è lungo almeno due km: accetto l’offerta di aiuto di un indiano per portare lo zaino piccolo e la borsa con il necessario per il the.

Manali, personaggi locali sulla via del Mall.

Manali, coniugi.

Trovare il mio pullman non è facile: ce ne sono un’infinità! L’indiano che mi accompagna lavora come cuoco in un hotel della periferia di Manali e quando ci lasciamo mi chiede una piccola ricompensa. Lì, accanto al mio pullman c’è una coppia di Calcutta che sta tornando a Delhi dopo aver trascorso tre notti a Manali, in un hotel vicino al Hadimba Devi Temple. Durante il soggiorno si sono concessi una gita di un giorno al passo di Rohtang organizzata da un’agenzia del posto. Lavorano entrambi: lei è impiegata in una ditta di cosmetici, lui lavora presso la segreteria di una scuola. La ragazza mi racconta che la classe media indiana è notevolmente aumentata negli ultimi anni: è quella che si concede dai 3 ai 5 giorni di vacanza in località del tipo di Manali. Secondo la ragazza poi, la maggior parte della popolazione indiana vive nei villaggi agricoli e non dà importanza alla frequenza della scuola in particolare per quanto riguarda le bambine.

Manali, vecchia stazione degli autobus. Calzolaio di strada.

Manali, vecchia stazione degli autobus. Calzolaio di strada.

19 giugno
Sono a Delhi, fa un caldo torrido! Delhi è un po’ la tappa del ritorno a casa. Domani notte ho l’aereo per Zurigo e poi da lì la coincidenza con il volo per Venezia.

Old Delhi. La linea metrò tra Chandni Chowk, vicino al Red Fort e Ramakrisna station, vicino al Main bazar.

Old Delhi. La linea metrò tra Chandni Chowk, vicino al Red Fort e Ramakrisna station, vicino al Main bazar.

20 giugno.
Prendo il metrò dalla stazione di Ramakrisna e vado a Chandni Chowk, verso il Red Fort. Sono meravigliata per la modernità e l’efficienza tecnologica della struttura. Tutti i treni e gli spazi di movimento della metropolitana sono affollati: sembra di essere a Londra o a Berlino. Dalla numerosa gente che incontro lungo questo tragitto in metrò trovo conferma riguardo alla notevole dimensione della classe media indiana. Poco prima di arrivare al Forte, lungo il tratto di strada che lo separa dal metrò, mi trovo di fronte al Digambara Jain Temple, un tempio jainista del ‘500, ma ora è chiuso e aprirà nel pomeriggio.

Old Delhi, Red Fort, costruito tra il 1638 e il 1648, da Shah Jahan, mughal (islamico). Nella foto il Lahore Gate (rivolta verso il Pakistan).

Old Delhi, Red Fort, costruito tra il 1638 e il 1648, da Shah Jahan, mughal (islamico). Nella foto il Lahore Gate (rivolta verso il Pakistan).

Il Forte rosso è stato costruito tra il 1638 e il 1648, da Shah Jahan, il celebre legislatore Mughul, islamico, che regnò qui per un breve periodo. Il Forte rappresenta la maestosità dell’impero Mughul che è durato in India per ben 200 anni. La struttura è considerata un capolavoro architettonico con la sua impronta persiana, e con alcune tracce dello stile indiano. Le mura esterne hanno un perimetro di due km e la porta principale è rivolta verso Lahore, in Pakistan. Dalla porta Lahore si apre un porticato con delle arcate che ospitano un mercato coperto, come avveniva un tempo. Allora, però, era riservato alla vendita di articoli che servivano alla vita di corte, oggi si possono trovare oggetti e souvenir di ogni tipo.

Old Delhi, Red Fort, Bazar Coperto dove un tempo si vendevano solo gli aticoli necessari alla vita di corte, come gioielli, oro, sete pregiate.

Old Delhi, Red Fort, Bazar Coperto dove un tempo si vendevano solo gli aticoli necessari alla vita di corte, come gioielli, oro, sete pregiate.

All’interno delle mura si apre un grande parco, molto curato, ma gli edifici del Forte Rosso non sono accessibile e si possono visitare solo all’esterno a parte qualche spazio aperto di alcune logge. Si può accedere al grande loggiato del Diwan-i-Am che era la Sala delle udienze pubbliche, dove l’imperatore seduto su un’alcova di marmo e pietre preziose riceveva i suoi sudditi.

Old Delhi, Red Fort. Hammam.

Old Delhi, Red Fort. Hammam.

Il Diwan-i-Khas Palace, in marmo bianco, invece, aveva una sala per le udienze private con all’interno un prezioso trono rivestito d’oro e pietre preziose. Questo trono, denominato Trono del Pavone è stato trasferito in Iran da Nadir Shah, nel 1739. Il Kash Mahal Palace era l’abitazione privata dell’imperatore, suddivisa in diversi ambienti per le varie attività della vita quotidiana di corte. All’interno del parco c’è un edificio adibito a Museo archeologico che contiene: ceramiche, miniature, dipinti, abiti e anche armi della cultura Mughul.

Old Delhi, Red Fort, Kash Mahal, il Palazzo dei coloro, abitazione privata dell'Imperatore Mughul, 1638-1648.

Old Delhi, Red Fort, Kash Mahal, il Palazzo dei colori, abitazione privata dell’Imperatore Mughul, 1638-1648.

Più tardi, di sera, durante il tragitto in auto verso l’aeroporto, il taxista mi fornisce alcune informazioni sull’India. Mi conferma il fatto che la classe media indiana è notevolmente aumentata negli ultimi anni. Riguardo all’alta efficienza tecnologica della rete metropolitana di Delhi, mi riferisce che il governo si è servito della Germania per gli acquisti e la messa in opera della struttura. Il taxista ha due figli, un maschio e una femmina che studiano entrambi al college. E’ riuscito a comprasi un’ auto che utilizza per i trasporti delle persone soltanto nella città di Delhi, ora. In passato portava i turisti in diverse località dell’India, ma ora è vicino all’età della pensione che qui in India è fissata a 60 anni e preferisce limitarsi ai trasporti in città.
Eccoci arrivati all’aeroporto! Ciao India, ritornerò!Manali, suonatore di flauto lungo il Mall, la Main road.

Ritorno in India: Mandi, Rewalsar, Kullu.

5 giugno 2015
Stamattina parto per Chamba e da lì dovrei andare a Manali, ma il viaggio si presenta al limite del surreale. Lascio l’hotel di Bharmour poco dopo le 6.00 di mattina, sotto un diluvio violentissimo accompagnato da fragorosi tuoni. Da Chamba a Manali c’è un unica corsa giornaliera che parte da lì alle 11.30. Sono carica dei due zaini, della borsa con il necessario per fare il the nella mia stanza, con l’album degli ingrandimenti che riproducono le miniature esposte al museo di Chamba in mano. Un signore mi aiuta a salire sulla corriera tirandomi per un braccio insieme al mio carico. A circa 15 minuti dalla partenza la corriera si ferma: c’è una grossa frana sul percorso e la strada è chiusa. Piano, piano si forma una fila di auto, camion e pullman nelle due direzioni; dalla corriera si può assistere allo spettacolo. L’autista e il bigliettaio, dopo alcune telefonate si infilano sotto una coperta, distesi in posizione opposta l’uno dall’altro sui sedili uniti del fondo della corriera e si mettono a dormire. Passano le ore: ormai il pullman per Manali non riuscirò a prenderlo e dovrò cambiare programma. Scende da un altro pullman un europeo che avevo già notato nella piazza degli 84 templi mentre chiacchierava con un indiano. E’ di Salisburgo, ma sta facendo un lavoro di ricerca sulla mobilità a Goa. Ha 38 anni, si sta laureando in antropologia qui in India. E’ sposato con una ragazza coreana e ha due bambine: una di 12 e una di 4 anni. Ha un visto di tre anni, prorogabile per altri due. Vive molto tempo a Dharamsala e anche a Goa. Si guadagna da vivere traducendo dei testi in tedesco, inglese e coreano. E’ arrivato a Bharmour da Dharamsala, a piedi, attraverso le montagne, e ora sta rientrando là, dove soggiorna la sua famiglia. Parlando con questo ragazzo e il bigliettaio modifico il mio percorso di viaggio: andrò a Mandi dal momento che quella corriera parte alle 16.00 da Chamba. L’autobus su cui mi trovo ora sta tornando indietro e ripartirà da Bharmour alle 11.00. C’è ancora un po’ d’aspettare perché la ruspa termini il lavoro di rimozione dei massi e del terriccio, ma alle 14.00 finalmente arriviamo a Chamba. Pranzo nel mio solito ristorantino dove incontro il ragazzo che mi ha aiutata a trovare la guest house economica la settimana scorsa e poi prendo il cjai nella solita tea stall accanto alla stazione. Il viaggio per Mandi è un tormento: il pullman ritorna a Dharamsala e poi viaggia fino alle prime luci del giorno attraverso un percorso di curve con salite e discese continui. A Pantantok sale un gruppo di ragazzi: quello che si siede accanto a me è un ingegnere civile di 25 anni che insegna in una scuola privata di Chardighar. Abita a Dharamsala con i genitori entrambi medici: il padre ha una clinica privata e la madre si occupa di medicina ajurvedica come privata. La nonna, ormai ottantenne è ginecologa e lavora ancora. Il fratello del ragazzo è ingegnere pure lui, vive a Delhi e lavora per una multinazionale nel campo della ricerca medica. Ad una stazione, poco prima di Mandi c’è un cambio di autista e bigliettaio: il mio percorso fino a Mandi ha bisogno di una piccola integrazione, nonostante sul biglietto ci fosse scritta questa destinazione.

Mandu, il tempio Panch Bahktar e la baraccopoli accanto, nel punto dove confluiscono il fiume Beas e il torrente Suketi Khad.

Mandi, il tempio Panch Bahktar e la baraccopoli accanto, nel punto dove confluiscono il fiume Beas e il torrente Suketi Khad.

A Mandi tutti gli hotel sono pieni e mi devo accontentare di una misera guest house abbastanza costosa per la scarsità di servizio che offre. E’ proprietario un ragazzo di 25 anni, laureato in economia e in possesso anche di un master : insegna una materia legata al business nella scuola superiore statale che in India viene denominata college. Domani, comunque, mi trasferirò in un hotel più accogliente e leggermente più economico. Dopo un riposo di due ore mi avvio a conoscere questa città: incontro subito i primi due templi induisti frequentati da uomini e donne molto pii. Poi, attraverso la piazza del mercato con intorno le bancarelle della frutta e delle verdure e piena di negozi disposti sui tre piani della struttura circolare della piazza. Nella parte centrale del piano interrato ci sono delle gradinate che sembrano ricalcare l’architettura di un teatro greco-romano. Alberi, piante e prati erbosi caratterizzano la parte centrale di questa piazza giardino assieme ad un tempio che si erge in verticale. Tutt’intorno, oltre alle gradinate, sono state collocate delle panchine tutte occupate da persone di ogni età. Anche qui, come a Chamba, la piazza rappresenta il punto d’incontro degli abitanti della citta, ma a Mandi sono rare le persone che stanno sedute in cerchio sull’erba.
7 giugno
Nella mattinata, appena uscita dalla guest house incrocio un corteo nuziale. Lo sposo è in macchina insieme ad un gruppo di familiari e sta con il volto coperto da una maschera fatta a strisce di stoffa.

Mandi, puja nuziale1

Mandi, celebrazione della puja per lo sposo.

Cappello, abito, scarpe sono di taglio tradizionale e tutta la parte davanti del vestito è ricoperta da carta moneta disposta in modo decorativo. Prima che lo sposo scenda dall’auto i suoi parenti mettono in scena una danza al suono di un’orchestra, poi, tutti insieme scendono al ghat per celebrare le numerose fasi della puja nuziale. Il rituale è composto dai vari prodotti della terra e da acqua, latte, fuoco e incensi che bruciano continuamente mentre delle banconote vengono ammucchiate come regalo destinato agli sposi. La prima parte delle puja, con anche la cerimonia specifica dedicata ai piedi dello sposo che vengono lavati nel latte dai suoi genitori, riguarda solo lo sposo, mentre la seconda fase coinvolge anche la sposa.

la sposa

Mandi, l’arrivo della sposa.

L’età dei due sposi è rispettivamente di 20 per la ragazza e 22 per lo sposo. Il matrimonio, mi dicono, è stato concordato dalle due famiglie, e non verrà registrato. In questa zona non se ne parla di registrare i matrimoni! Entrambe le famiglie degli sposi appartengono alla categoria dei piccoli commercianti: possiedono dei piccoli negozi dove lavorano anche i due ragazzi. La loro casta di appartenenza fa riferimento al terzo livello. La cerimonia delle puja continuerà anche domani, il giorno dopo che la sposa si sarà stabilita nella casa dello sposo.

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Mandi, cerimonia nuziale con celebrazione della puja per entrambi gli sposi.

Lascio la cerimonia in pieno svolgimento nonostante i calorosi inviti a rimanere e vado a prendere i miei bagagli alla guesthouse per trasferirmi nell’altra, più economica ed anche più bella e pulita.
Nel pomeriggio m’incammino lungo il fiume: sotto il ponte in un vialetto che per un tratto fiancheggia il fiume sta il mercato degli abiti usati. Faccio un giro di lì, ma non c’è nulla che mi piaccia. Le famiglie dei rivenditori di abiti usati vivono accampate qui. Osservo i loro bambini che giocano e qualcuno che si dondola su due altalene legate con una corda ai rami di un albero. Ritorno verso il ponte e mi inoltro lungo una stradina che fiancheggia il fiume. Chiedo qualche informazione riguardo ai templi, ma quasi nessuno mi capisce. Un signore mi fa segno di seguirlo: credo mi stia conducendo ad un tempio importante, invece mi ritrovo in una tea stall dove c’è un ragazzo che parla inglese e mi indica la strada per i numerosi templi.

Mandi, Shiv Rudhra Mandis Lord Shivan Vishnud, XIX secolo.

Mandi, Shiv Rudhra Nandis Lord Shivan Vishnud, XIX secolo.

I primi due sono dello stesso stile dei templi di Chamba e Bharmour, ma molto più recenti: hanno circa 200 anni. Anche il tempio che mi dicono dedicato a Shiv Rudhra Nandis Lord Shiavand Vishnu non ha più di 200 anni. E’ coloratissimo con un portale ricco di sculture tra le quali emerge un toro afferrato per la coda da un uomo. Questa scultura si ripete anche nei templi più recenti ed è caratteristica della zona.

 

Mandi, Punch Bahktar Temple Lord Shiva, XVII secolo.

Mandi, Punch Bahktar Temple Lord Shiva, XVII secolo.

Più avanti, attraversato il ponte sul torrente Suketi Khad raggiungo il Panch Bahtar Temple, una costruzione ricca di pietre scolpite che risale a 400 anni fa. Accanto al tempio, sulla riva del fiume Beas, c’è un ammasso di tende e baracche abitate da famiglie poverissime e piene di bambini piccoli. Per raggiungere l’altro tempio, quello che sta di fronte devo attraversare il ponte sostenuto da grossi cavi d’acciaio che si eleva sul fiume Beas.

Mandi, una baraccopoli lungo il fiume Beas, accanto al Panch Bahktar Temple.

Mandi, una baraccopoli lungo il fiume Beas, accanto al Panch Bahktar Temple.

Al di là del ponte c’è un antico piccolo tempio dello stile scivaita e il fruttivendolo che ha una bancarella lì accanto mi dice che si tratta del Nilkadid Mahadev Temple.

Mandu, scultura del Punch Bahktar Temple. XVII secolo.

Mandu, scultura del Punch Bahktar Temple. XVII secolo.

Raggiungo il Triloknath Temple e qui trovo delle informazioni incise su pietra riguardo alla data di costruzione: 1520.

Mandi, il Triloknath Temple, costruito nel 1520, sorge di fronte al Panch Bahktar Temple, sull'altra sponda del fiume Beas.

Mandi, il Triloknath Temple, costruito nel 1520, sorge di fronte al Panch Bahktar Temple, sull’altra sponda del fiume Beas.

Il tempio è veramente bello: le statue e le incisioni delle pietre, le colonne interne sono incantevoli. Sta cadendo qualche goccia di pioggia che si fa sempre più fitta.

Mandi, particolare del tempio Triloknath, 1520.

Mandi, particolare del tempio Triloknath, 1520.

Mi fermo a ripararmi sulla scala interna di un alloggio: salgono due ragazzi, poi scende una ragazzina alla quale chiedo un’informazione riguardo all’antico tempio di Mandi, risalente al VII secolo. Non ne sa nulla, ma sullo stesso pianerottolo si affaccia un signore con la moglie e mi invitano entrambi ad entrare nel loro appartamento. Lui parla bene l’inglese: è un poliziotto di 49 anni, in servizio a Mandi. Abita con la moglie e uno dei due figli in questa casa, di proprietà dello Stato. Ha due figli: il maggiore studia ingegneria all’università di Delhi. E’ originario, come la moglie che ha 44 anni, di un villaggio nei dintorni di Dharamsala dove possiede una grande casa e dove abitano i suoi genitori. Mi fornisce numerose informazione su Mandi e dintorni, anche aiutandosi con internet a cui accede con una chiavetta. Trascorriamo delle belle ore insieme e ci lasciamo con l’accordo di tenerci in contatto via chat.
8 giugno

Mandi, interno del Bhutnath Mandir Temple, VII secolo, costantemente sotto il controllo di militari e di una videocamera.

Mandi, interno del Bhutnath Mandir Temple, VII secolo, costantemente sotto il controllo di militari e di una videocamera.

Il tempio Bhutnath Mandir sta proprio a due passi dal mio hotel. Risale al VII secolo ed è molto suggestivo per le celebrazioni quotidiane che vi si svolgono e per la frequentazione devota e continua della popolazione. All’interno della cappella principale ci sono delle donne che preparano il cibo ricevuto dalle offerte dei fedeli per donarlo alla divinità e quello che rimane ridistribuirlo ai fedeli. Candele e incensi accompagnano i rituali. Alle 10.00, accompagnata da un intenso suono di tamburi e da un fragoroso scampanellio della campana principale posta all’interno del tempio ha inizio un rituale celebrato da due preti che prosegue con delle processioni intorno al tempio e tra i fedeli. I preti portano una serie di piccole candele disposte su un vassoio. Una poliziotta segue e controlla ogni fase della celebrazione, ma alzando lo sguardo intravedo la luce accesa di una telecamera che riprende i fedeli. Il tempio è molto bello: colonne incise, figure scolpite sulle pietre rappresentanti Shiva e Parvati ed altre divinità accanto alle quali le persone si fermano a pregare e meditare. C’è una donna con un figlio quasi adolescente: lo obbliga a togliersi i pantaloni dietro un paravento per avvolgersi intorno alla vita un telo bianco. Poi, lo spinge sull’altare e lo affida al prete per una puja specifica per lui. Una donna che si occupa del funzionamento del tempio mi dona una banana. Più tardi anche la moglie di una specie di guru che collabora al funzionamento del tempio e abita in una delle stanze intorno mi farà dono di una banana che regalerò insieme all’altra a due mendicanti. Esco dal tempio e m’incammino per la città vecchia ricca di negozi di stoffe dai quali spuntano uomini con il tipico turbante dei sikh.

Mandi, avvocati in attesa di clienti all'esterno della Corte Suprema.

Mandi, avvocati in attesa di clienti all’esterno della Corte Suprema.

Tornando verso la piazza dove è stata collocata una statua di Gandhi, salgo su una gradinata che presuppongo, dal via, vai che vedo, porti in un posto frequentato. E’ la sede dell’Alta Corte di Giustizia di Mandi. Nel piazzale esterno, seduti accanto a dei tavoloni, stanno gli avvocati in attesa che le persone si rivolgano a loro. Nella mattinata le consultazioni sono soltanto a pagamento, dopo le 17.00 vengono invece assegnati gli avvocati d’ufficio. Questi consulti, mi spiega un giovane avvocato, non sempre sono gratuiti: dipende dalla consistenza del problema. Anche in India la giustizia è suddivisa in penale e civile. Per quanto riguarda i divorzi, viene notato un certo aumento nelle grosse città, dove i matrimoni vengono più frequentemente registrati. Gli avvocati di ogni età lavorano lì all’esterno usando delle vecchie macchine da scrivere. I computer li possono utilizzare solo all’interno della sede, dove c’è la corrente elettrica. Alcuni avvocati più anziani mi chiedono delle informazioni riguardo alla professione che svolgevo e al paese di provenienza. Comunicano in inglese, con molta facilità di dialogo. Subito dopo la statua di Gandhi trovo l’ingresso per il mercato di vegetali del quale mi aveva parlato il poliziotto ieri. Lì accanto scopro anche un coloratissimo tempio, denominato Mata, dedicato a tutte le dee.

Mandi, il tempio Mata, tra i palazzi del centro.

Mandi, il tempio Mata, tra i palazzi del centro.

Nel pomeriggio mi inoltro lungo una scalinata, in salita. Dei negozianti mi dicono che a poco più di 100 metri c’è un tempio antico. Cammino per oltre mezz’ora e una giovane signora mi rassicura che non mancano più di 10 minuti al tempio. Ci arrivo trafelata: si tratta del Tarna Temple, più conosciuto come Syamakali Temple, dedicato alle dee Kali e Tarna.

Mandi, il Tarna Temple denominato anche Syamakali, con i dipinti delle diverse reincarnazioni della dea Kali, XVIII secolo.

Mandi, il Tarna Temple denominato anche Syamakali, con i dipinti delle diverse reincarnazioni della dea Kali, XVIII secolo.

E’ stato costruito 300 anni fa e c’è un sacerdote che si occupa delle preghiere. Il tempio tutt’intorno è ricoperto di dipinti delle varie incarnazioni della terribile dea Kali. Accanto al tempio, dipinto di un intenso colore rosso, c’è un albero con appesi ai suoi rami un’infinità di bracciali femminili.

Mandi, i bracciali lasciati dalle donne al Mata Temple denominato anche Syamakali, XVIII secolo.

Mandi, i bracciali lasciati dalle donne al Mata Temple denominato anche Syamakali, XVIII secolo.

Più tardi, mentre attingo l’acqua filtrata dal distributore che sta in strada incontro uno dei giovani avvocati che avevo conosciuto in mattinata nel cortile della Suprema Corte e gli chiedo alcune informazioni su Rewalsar, il villaggio che dista 25 km da Mandi e dove andrò domani, in giornata, facendo ritorno a questo accogliente hotel.
9 giugno 2015

Rewalsar Lake. Il lago sacro e sulla collina la statua di Padmasambha, una reincarnazione del Buddha, alta 12 metri, del Zigar Drokpa Institute.

Rewalsar Lake. Il lago sacro e sulla collina la statua di Padmasambha, una reincarnazione del Buddha, alta 12 metri, del Zigar Drokpa Institute.

Rewalsar è carina, ma i templi sono tutti recenti, anche se la storia fa risalire l’origine della cittadina all’VIII secolo. Si racconta, che nel XVII secolo, buddhisti, induisti e sikh si riunirono qui, presso il lago, per organizzare la difesa contro la pulizia etnica attuata dalle popolazioni Moghul.

Rewalsar, allievi del Debung Kagyud Gompa mentre giocano.

Rewalsar, allievi del Debung Kagyud Gompa mentre giocano.

Prima ancora di questo episodio, già nell’VIII secolo, un monaco indiano, Padmasambhava, partì da qui per andare a diffondere la religione buddhista in Tibet. Diversi templi buddhisti della zona sono dedicati a questo personaggio. Il tempio più vecchio, però, potrebbe essere il Gurdwara dei sikh, costruito nel 1930.

Rewalsar, preghiera e simboli sikh al tempio gurdwara.

Rewalsar, preghiera e simboli sikh al tempio gurdwara.

Il villaggio è piccolo, con delle vecchie strade ricolme di negozietti. Anche il lago è carino e percorribile a piedi quasi tutto intorno. Le scimmie lo animano con i loro piccoli aggrappati al seno: cercano il cibo tra l’erba del parco. Alcune si tuffano nel lago e riemergono dopo un po’ di tempo cariche di energia che manifestano saltando e arrampicandosi sulle ringhiere che racchiudono la riserva naturale. Appena arrivata visito il Tso Pema, un gompa molto ricco di dipinti raffiguranti scene della vita del Buddha. All’interno ci sono diverse statue buddhiste e monaci in preghiera. Salgo anche lungo la collina e raggiungo il maestoso Zigar Drukpa Gompa con la sua enorme statua di Padmasambhava. Scendo poi nella cittadina e entro in un tempio induista dedicato al saggio Rishi Lomas che visse qui per sciogliere un voto fatto a Shiva.

Rewalsar, statua di Rishi Lomas, un saggio che per un voto a Shiva fu costretto a fare penitenza qui.

Rewalsar, statua di Rishi Lomas, un saggio che per un voto a Shiva fu costretto a fare penitenza qui.

Degli studenti diciottenni mi si avvicinano per offrirmi una nespola: approfitto per chiedere loro qualche informazione sulle denominazioni dei templi, ma non sanno rispondermi. Subito dopo, incontro un tibetano in pensione che vive tra qui, Dharamsala e Delhi e mi fornisce delle informazioni sui siti buddhisti della cittadina. C’è una grotta sopra il gompa Zigar Drukpa, dove si racconta che Padmasambhava si ritirò a meditare. E’ raggiungibile in autobus, ma ora è troppo tardi per andarci e le corse sono già terminate. Il tibetano mi racconta che lassù, in quel luogo solitario e sacro, vivono diverse monache buddhiste. Ora, qui a Rewalsar, convivono tre diverse religioni (induisti, buddhisti, sikh) che accolgono i pellegrini delle loro fedi nei diversi monasteri e gompa buddhisti, nei templi induisti, nel grande tempio sikh, in un’atmosfera di grande collaborazione.

Rewalsar, allievi del Debung Kagyud Gompa mentre giocano sotto lo sguardo di un monaco.

Rewalsar, allievi del Debung Kagyud Gompa mentre giocano sotto lo sguardo di un monaco.

10 giugno
Un ultimo saluto al vecchio animato tempio Bhutnath Mandir e partenza per Kullu. Al tempio trovo la stessa poliziotta dei giorni precedenti e l’anziana signora vestita di giallo che trascorre le sue giornate lì. Mi riconoscono e la signora mi regala una delle banane che poco prima un fedele aveva offerto a Shiva. Le altre banane, la soldatessa le ha tagliate a pezzi e disposte su un piatto a disposizione dei fedeli. Ero passata di lì anche due sere fa, a salutare il tempio: al posto della soldatessa era di sorveglianza un militare, ma la signora in giallo era sempre la stessa, sempre lì presente.
Arrivo a Kullu, una città mercato. Fruttivendoli, negozi di abbigliamento, utensili di metallo e plastica, attrezzi agricoli, tea stall e ristorantini, pasticcerie ed anche qualche fast-food, rivendite di cellulari e altri articoli elettronici pullulano ovunque, ma manca ancora la connessione a internet.

Kullu, il ponte sul fiume Sarvari che divide in due parti la città.

Kullu, il ponte sul fiume Sarvari che divide in due parti la città.

Sul ponte d’acciaio che sovrasta il fiume Sarvari ci sono numerosi rivenditori nascosti dagli ombrelli aperti per ripararsi dal sole. Alcune donne vendono dei gioielli che paiono d’oro, da loro stesse realizzati. Altri, uomini e donne indistintamente vendono piccole quantità di albicocche e lamponi, qualche pianta e delle sementi. C’è anche un giovane uomo con un bambino piccolo che vende occhiali da vista e da sole. Intravedo diverse donne con dei fazzoletti annodati sul capo che assomigliano alle nostre contadine di un tempo. Kullu,venditrice di verdure sul ponte che congiunge le due parti della cittò, divisa in due dal fiume Salvari.

Kullu,venditrice di verdure sul ponte che congiunge le due parti della cittò, divisa in due dal fiume Salvari.

Incrocio due spettacolari donne vestite di rosso scuro, con il fazzoletto annodato alla contadina sulla testa, dello stesso colore dell’abito: sono madre e figlia della vicina Udaipur, qui in visita a dei parenti.

Kullu, madre e figlia turiste da Udaipur.

Kullu, madre e figlia turiste dalla vicina Udaipur.

Mi fermo in un negozio sulla riva a guardare i coltelli con il manico di legno fatto a mano: ne compro uno e il negoziante me lo affila provocando una luminosa pioggia di scintille. Nel pomeriggio vado a visitare il tempio Raghunath, il luogo sacro più importante di Kullu; percorro un tratto di strada con due insegnanti della scuola cristiana privata inglese che sta accanto al tempio e al palazzo appartenuto ai raja. Le maestre mi dicono che in questa regione, nell’Himalach Pradesh non ci sono le vacanze estive nemmeno per le scuole statali. Qui, le scuole rimangono chiuse per due mesi, in gennaio e febbraio quando fa molto freddo. Il tempio che dovrebbe racchiudere diversi altari dedicati a Raghunath, il raja venerato come un dio, è chiuso a quest’ora, ma anche in orario di apertura le opere non sono attualmente visitabili in quanto in fase di restauro. Faccio un giro intorno al cortile interno accompagnata dal prete del tempio. E’ un ragazzo di 26 anni che ha frequentato la scuola per sacerdoti induisti, in un college proprio qui a Kullu e ora svolge questa professione e abita accanto al tempio. Anche il giovane figlio dei proprietari della guest house dove alloggio ha frequentato la stessa scuola e ora svolge il lavoro di sacerdote, ma non ha un tempio: celebra i rituali delle puja soltanto quando lo chiamano nelle famiglie e nei matrimoni. Il tempio Raghunath funziona per le puja che vengono celebrate a orari stabiliti, in più momenti della giornata, ma l’insieme dell’edificio, secondo quanto mi riferisce il sacerdote, è in fase di restauro. Forse per questa attesa il tempio appare trascurato, ma il bel portale che sta poco distante dal tempio, ricco di colorate sculture, sembra quasi non farne più parte in quanto nettamente soffocato e quasi nascosto dai palazzi costruiti quasi addossati a lui. Se il tempio ha quattrocento anni, come mi riferisce il sacerdote, gli interventi di restauro finora apportati e gli edifici costruiti accanto non hanno fatto altro che togliergli i segni della sua storia ed anche la sua maestosità.

Kullu, il palazzo appartenuto alle famiglie dei raja di Kullu. Il Raja Rupi.

Kullu, il palazzo appartenuto alle famiglie dei raja di Kullu. Il Raja Rupi.

Lì, a due passi dal tempio c’è un edificio appartenuto alle famiglie dei raja, il palazzo Raja Rupi, anche questo in un cattivo stato di manutenzione. L’ingresso si presenta a forma di cupola con delle piccole statue colorate disposte intorno. Nell’interno compaiono delle belle porte e dei ballatoi in legno con delle pregevoli incisioni. Una parte dell’edificio è abitata: lo si può dedurre soltanto dal bucato steso sulla terrazza di legno. La sensazione è di forte degrado.

Kullu, guru sul ponte che congiunge le due parti della città.

Ritorno in India:Dharamsala, Chamba, Bharmour.

22 maggio 2015
Arrivo a Dharamsala alle prime luci del giorno, assonnata e stanchissima. Riposo un’oretta nella guest house di LcLeod Gani, il villaggio che dista 4 km dalla città ed è la residenza ufficiale del Dalai Lama e la sede del governo tibetano in esilio. McLeod Gani, verso il 1850 è divenuto un presidio britannico e fino al disastroso terremoto del 1905 è stato la sede del governo coloniale. La cittadina è rimasta abbandonata fino al 1960, quando, in seguito all’invasione cinese del Tibet, il Dalai Lama e il suo seguito ne hanno chiesto asilo politico. Attraverso delle strade in salita e in discesa raggiungo il Tsuglagkhang Complex dove si trova la residenza ufficiale del Dalai Lama: è composto dal Namgyal Gompa, dal Museo Tibetano e dalla Tsuglagkhang, la Cappella Centrale. Nel Museo sono esposte le immagini della invasione cinese nel territorio tibetano ed anche dei cartelloni con la ricostruzione dell’antica storia del governo di questo popolo che risale ai primi secoli A.C. Dharamsala e i suoi villaggi, in particolare quello di McLeod Gani sono divenuti un centro importante per gli studi sulla religione buddhista, per la presenza sia della struttura politica e religiosa sia per il numeroso nucleo di esuli tibetani che vi abitano. Tornando in guest house incontro una ragazza australiana che sta qui a Dharamsala da un anno per studiare la filosofia naturale e spontanea del popolo tibetano. Lei studia filosofia e sta svolgendo questa ricerca soltanto per un suo interesse personale, non rivolto alla tesi di laurea.

Dharamsala, ore 11.00 di domenica 24 maggio 2015. Pranzo al Namgyal Gompa del Tsuglagkhang Complex.

Dharamsala, ore 11.00 di una domenica di maggio 2015. Pranzo al Namgyal Gompa del Tsuglagkhang Complex.

Tutti gli spazi del complesso sono affollatissimi per l’ora della preghiera che monaci, profughi tibetani e qualche turista recitano assieme. I tibetani fanno girare continuamente le piccole ruote del mandala che tengono in una delle mani mentre con l’altra sgranano la corona dei mantra.
Lungo la salita che porta allo svicolo dove si diramano le strade che attraversano il villaggio vengo assalita da una signora insistente che fornendomi una lista di nomi mi chiede dei soldi per i profughi tibetani. Le dò 10 rupie e se ne va via indignata, in malo modo, senza nemmeno aggiungere il nome all’elenco di donatori che poco prima mi aveva mostrato. Non avrei dovuto darle niente! Avevo già notato sia sul treno che da Varanasi mi portava a Delhi sia sul pullman per Dharamsala questo modo sfacciato di chiedere l’elemosina. La pretendono come fosse un diritto loro dovuto, con molta abilità. Lo fanno, in genere, delle donne indiane, sorridenti e loquaci, ben vestite nei loro sari colorati.
23 maggio

Dharamsala,artigianato di stampi per henna lungo la strada tra McLeod e Bhagsu.

Dharamsala,artigianato di stampi per henna lungo la strada tra McLeod e Bhagsu.

Raggiungo a piedi Bhansu, il villaggio che sta a 2 km da McLeod Gani. Visito il tempio indù e poi raggiungo la cascata che sta sulla montagna, a circa 2 km dal villaggio. Bhansu, come McLeod Gani sono degli insediamenti turistici nuovi e in espansione, ricchi di negozi, alberghi, agenzie di viaggio. Le stradine sono quasi impossibili da percorrere a piedi per le numerose auto che le attraversano alternandosi nel senso di marcia per poter passare. A Bhansu c’è un tempio induista dedicato a Shiva che risale al XVI secolo; accanto hanno costruito una piscina che utilizza una sorgente di acqua termale. La piscina pare essere frequentata esclusivamente da uomini. I due villaggi, sia quello di McLeod Gani sia quello di Bhansu sono in evidente espansione: si vedono nuovi edifici in costruzione ovunque. Anche le immondizie sono di grande mole, accatastate negli spazi accanto ai villaggi. Probabilmente non esiste un sistema di smaltimento adeguato, nonostante ci siano qua e là dei cestini con delle scritte che invitano a tener pulito l’ambiente. Lungo la stradina costruita recentemente sulla montagna per facilitare il percorso a piedi fino alla cascata spuntano continue capanne dove vendono bevande dissetanti di ogni marca, nazionale e internazionale.

Dharamsala, turisti alla cascata del villaggio di Bhagsu.

Dharamsala, turisti alla cascata del villaggio di Bhagsu.

Tutto il torrente sotto la cascata è affollato da numerosi giovani, anche monaci, che fanno il bagno e prendono il sole. Lavano anche i loro abiti e li mettono a stendere sulle lastre di ardesia del torrente. Lassù, sotto la cascata diverse decine di giovani stanno facendo il bagno nell’acqua freschissima, cantano e parlano ad alta voce facendo un grande chiasso.

Dharamsala, villaggio di Bhagsu. Offerta nel tempio induista dedicato a Shiva.

Dharamsala, villaggio di Bhagsu. Offerta nel tempio induista dedicato a Shiva.

Il posto è molto bello, ma forse per il fatto che oggi è sabato, è estremamente affollato e rumoroso. La temperatura quassù è freschissima e all’ombra addirittura ci si congela. Se penso ai 49 gradi raggiunti i giorni scorsi a Varanasi, comprendo la felicità di questi giovani e delle famiglie arrivate fin quassù per il week end.

Dharamsala, Bhansu. Foto ricordo con suonatore lungo la strada che porta alla cascata.

Dharamsala, Bhansu. Foto ricordo con suonatore lungo la strada che porta alla cascata.

Torno a McLeod Gani e lungo la strada incontro una signora russa che vive qui e lavora come guida turistica. Le chiedo informazioni sui mezzi per raggiungere Chamba e lei mi accompagna in un’agenzia di viaggi e poi all’ufficio governativo per acquistare il biglietto senza alcun sovraprezzo. Partirò dopodomani pomeriggio, sul tardi. Dopo aver pranzato con il solito thali nel ristorantino di ieri, entro nel tempio dedicato a Buddha che sta lì accanto. Su indicazione di un anziano tibetano che sta lavorando all’interno, salgo tutti i piani e incontro, oltre ad un bellissimo panorama sulle montagne innevate, una statua enorme del Buddha.

Dharamsala, villaggio di McLeod. Veduta dal tempio di Buddha.

Dharamsala, villaggio di McLeod. Veduta dal tempio di Buddha.

Nel pomeriggio, sul tardi torno al Tsuglagkhang Complex. Osservo un po’ la gente e noto che oltre a tanti tibetani ci sono moltissimi monaci e monache che si parlano amichevolmente in attesa della preghiera. Un finestrone che dà sulla Cappella Centrale è aperto e all’interno ci sono alcune persone che la stanno riordinando. Scatto di nascosto due, tre foto, anche se la cosa è proibita. Poi, mi siedo nel parco a leggere. Noto che sia i templi buddhisti sia quelli induisti accolgono le persone al loro interno come se fosse una grande casa comune, dove le famiglie in alcuni momenti si raccolgono in preghiera e in altri consumano i pasti e si relazionano tra di loro. Percorrendo la stradina principale incontro la ragazza australiana che sta studiando qui: ci salutiamo lunga la ripida riva dissestata che porta alle nostre vicine guest house.
24 maggio

Dharamsala, McLeod Ganj. Aspetti del Tsuglagkhang Complex nella zona intorno al Namgyal Gompa.

Dharamsala, McLeod Ganj. Aspetti del Tsuglagkhang Complex nella zona intorno al Namgyal Gompa.

Oggi mi prendo una giornata di relax e mi avvio verso il tempio della residenza ufficiale del Dalai Lama. Lungo la strada mi fermo in una tea stall con wi.fi. per aggiornarmi sulle novità di figli, nipoti, amici. E’ molto interessante osservare la vita che si svolge nel tempio e intorno al parco dove hanno sede gli uffici del Governo tibetano. Oggi è domenica e probabilmente per questo il complesso è più affollato del solito. Alle 11.00 viene servito il pranzo a migliaia di persone. Le donne indossano l’abito tradizionale tibetano, una specie di scamiciato con una camicetta sotto e il grembiulino a righe sul davanti. Gli uomini portano sul capo un cappellino di tela con una fascia multicolore sul davanti. Se fa freddo le donne si coprono con uno scialle, gli uomini indossano una specie di gilet, più simile ad una giacca senza maniche. Uomini e donne pregano facendo girare le loro piccole ruote della vita e contemporaneamente continuano a sgranare le loro corone. Ci sono monaci di tutte le età, monache, pellegrini, alcune famiglie della religione sikh, qualche viaggiatore occidentale.

Dharamsala,McLeod Gani. Sadhu che pranzano in uno spazio del Tsuglagkhang Complex.

Dharamsala,McLeod Gani. Sadhu che pranzano in uno spazio del Tsuglagkhang Complex.

Da grossi pentoloni a base di riso con colorate verdure all’interno viene distribuito il pranzo a qualsiasi persona lo richieda e oltre al piatto di riso viene data una tazza di yoghurt. Per chi ne volesse ancora ci sono dei volontari che girano tra la gente con dei secchi di riso e dei mestoli per riempire i loro piatti. Per bere, vedo girare delle grosse teiere di alluminio con il becco avvolto in un panno per evitare gocciolamenti. La gente tutta si è portata da casa il piatto, la scodella e il bicchiere: alla fine del pasto, se qualcosa è loro avanzato, lo mettono in un sacchetto di plastica e se lo portano a casa. Dopo terminato il pasto, ognuno provvede a lavare le proprie stoviglie e a riporle nella borsa che portano sempre con loro assieme al cuscino per sedersi e alle coperte da stendere sul pavimento per pregare ed anche per coprirsi quando dormono.

Dharamsala, McLeod Gani. Preghiera di tibetani profughi al Namgyal Gompa del Tsuglagkhang Complex.

Dharamsala, McLeod Gani. Preghiera di tibetani profughi al Namgyal Gompa del Tsuglagkhang Complex.

In questo spazio, oltre a pregare e a consumare i pasti, la gente trascorre in armonia molto tempo: tutti parlano tra loro, dai monaci alle famiglie, agli anziani. I bambini giocano felici nella zona del giardino, rincorrono palloncini e palline rimbalzanti, si arrampicano sugli alberi in libertà e qualche giovane monaco si unisce a loro.
25 maggio

Dharamsala, il Buddha della Cappella Centrale, la Tsuglagkhang, parte del Tsuglagkhang Complex, sede del governo tibetano in esilio.

Dharamsala, il Buddha della Cappella Centrale, la Tsuglagkhang, parte del Tsuglagkhang Complex, sede del governo tibetano in esilio.

Mattinata trascorsa in una tea stall a rispondere ai messaggi che mi arrivano, poi un giro a salutare l’accogliente complesso del Governo tibetano in esilio e i fedeli raccolti in preghiera al tempio e via verso l’autostazione di Dharamsala con una lunga attesa per l’autobus diretto a Chamba. In corriera e durante le fermate chiacchiero un po’ con un giovane medico che lavora in un ospedale governativo a 80 km da Chamba. E’ un ragazzo molto gentile e mi dà alcune informazioni sulle zone che stiamo visitando e sui luoghi interessanti dei dintorni. Subito dopo Dharamsala si vedono dei bellissimi terrazzamenti: l’agricoltura qui è rivolta prevalentemente alla coltivazione di grano e riso. Attraversando la città di Palampok si notano diverse strutture turistiche. La cittadina, difatti, è meta di villeggiatura grazie alle coltivazioni delle piante di uno speciale tè molto benefico per la salute. Palampok però è frequentata anche per il suo clima fresco, un’alternativa alla calura delle città che stanno più a sud.
Il viaggio in corriera è simpatico, ma a oltre metà percorso circa diventa faticoso per un gigantesco indiano che viene a piazzarsi proprio accanto a me. Ogni tanto si addormenta e si posiziona comodamente con braccia e gambe su di me e ogni tanto devo allontanarlo con cautela, temendo una sua reazione aggressiva. Arrivo a Chamba dopo l’una di notte, e mi fermo a dormire in corriera con i viaggiatori che proseguiranno il loro viaggio: la corriera ripartirà alle cinque di mattina. A quell’ora arrivano sia l’autista sia il bigliettaio e mi svegliano per avvertirmi che devo scendere.

Chamba, il centro. Sullo sfondo si vede il Chaugan, il parco dove si svolge gran parte della vita sociale e culturale della città.

Chamba, il centro. Sullo sfondo si vede il Chaugan, il parco dove si svolge gran parte della vita sociale e culturale della città.

Aspetto le sei nella sala d’attesa della stazione degli autobus per poi andare a cercare una guest house: tutto pieno per l’alta stagione! Mi fermo al Jimmi ill hotel dove hanno delle camere libere, ma molto più costose rispetto agli altri posti da me visitati. Inoltre il bagno della stanza è sporchissimo e riesco a malapena a trattenere il vomito. Getto diversi secchi d’acqua nel water per ripulirlo dei resti lasciati da altri turisti, mi lavo e mi cambio i vestiti e inizio il mio pellegrinaggio alla ricerca di un’altra guesthouse per i giorni successivi. Una guida turistica mi informa sui prezzi ancora più elevati degli altri alberghi, ma non demordo. Lo studente di economia che lavora nella tea stall dove bevo il cjai mi indica qualche nome di lodge e girando e rigirando, chiedendo informazioni alle persone e visitandone i luoghi, con l’aiuto di un bambino di circa dieci anni che mi rassicura sul fatto che lavora in quella guest house soltanto quando non c’è scuola, forse ho trovato un alloggio, a quasi metà prezzo.
Non sarà quella la mia nuova sistemazione: all’una, quando mi presento all’appuntamento, il bambino della guesthouse mi passa davanti senza fermarsi e con il muso imbronciato. Si presenta invece un giovane dicendomi a gesti che lo ha incaricato il proprietario di ricevermi. In realtà, nella mattinata avevo parlato con un signore che pensavo fosse il proprietario della guesthouse. Con lui avevo concordato il prezzo e preso appuntamento per quest’ora per visitare la camera. Insomma, questo ragazzo mi fa salire nella camera disponibile, a dir il vero molto trascurata e polverosa. Vabbeh, penso, è in centro, ha una bella vista sulla città, la pulirò! Il ragazzo si siede sul bordo del letto e chiede, sempre gesticolando, anche a me di farlo. Penso: “Sarà per provare il materasso”! Mi alzo, dico che la camera la prendo e scendo lungo le scale. Lui vuole darmi la mano e io penso sia per concludere l’accordo. Invece, vuole anche un bacio sulla guancia e poi, velocissimo cerca di toccarmi i seni. Gli urlo la mia disapprovazione e lui fugge scomparendo non so dove. Non ho mai compreso il comportamento del bambino e nemmeno quello del signore della mattina e tantomeno l’atteggiamento equivoco di questo ultimo giovane. Il caso vuole che stia passando proprio in quel momento una signora a cui avevo chiesto qualche ora prima dove fosse un’altra lodge che mi avevano indicato come economica.

Chamba, incontro al Nehru Park.

Chamba, incontro al Nehru Park.

Lei, nel frattempo, molto gentilmente aveva chiesto informazioni e l’aveva trovata e ora me la stava indicando proprio lì vicino. Vedendola così umana le confido quanto successo e lei lo spiega perfettamente ai ragazzi del ristorantino di fronte. Devo dire che tutti si sono indignati, e soltanto più tardi ho avuto modo di rimproverare il bambino, quando l’ho rivisto al suo posto di lavoro della reception. In realtà lui cercava di nascondersi sotto il bancone, ma io gli ho detto comunque che disapprovavo la sua ambiguità.

Chamba, il Chaugan, con la sua vita sociale e culturale, di sera.

Chamba, il Chaugan, con la sua vita sociale e culturale, di sera.

Uno dei ragazzi del ristorantino accanto, un ragazzo di 18 anni, mi accompagna in cerca di una guesthouse economica e la trova proprio nel momento in cui mi stavo rassegnando a rimanere nel mio costoso e lurido hotel. Quindi, domani mi trasferirò alla governativa M.C. guest house, al prezzo di meno di tre euro per notte. Sono molto curiosa di conoscere questa struttura che ho visitato velocemente fermandomi soltanto in un ufficio polveroso e per scegliere la mia camera tra le due rimaste libere. E’ veramente minima la negatività di questo popolo ed è compensata dall’enorme umanità della maggior parte delle persone che vi appartengono.
27 maggio

Chamba, scultura simbolica al Chmunda Devi Temple.

Chamba, scultura simbolica al Chmunda Devi Temple.

Nella mattinata salgo lungo una ripida scalinata e poi percorro il tratto di strada fino ad arrivare al Chamunda Devi Temple. Costruito in pietra e legno, restaurato nel XVII secolo contiene diverse importanti sculture in bassorilievo degli stessi materiali. Ai due lati di una porta, sotto il portico ci sono due dipinti di donne, quello a destra rappresenta la dea Kali che calpesta Shiva, quella di sinistra raffigura il dipinto di Chamunda Mata. Kali rappresenta l’energia e la forza femminile, sempre attiva e dirompente, che scaturisce senza limiti e con una potenza inarrestabile. Chamunda Mata alla quale è dedicato il tempio, è una dea che libera dal dolore gli esseri umani portandoli al superamento del male. Quassù, al tempio, c’è un prete che lava gli altarini, brucia gli incensi e prega girando intorno ai luoghi sacri. Ci sono anche due fratelli di 11 e 12 anni che frequentano la scuola governativa e ora sono in vacanza per due mesi, mi dicono. Dal tempio si gode un bellissimo panorama su Chamba e sulle montagne intorno ancora ricoperte di neve, nonostante il grande caldo.

Chamba, Bansi Gopal Temple, costruto nel XVI secolo, quando il culto di Krishna divenne popolare sulle colline.

Chamba, Bansi Gopal Temple, costruto nel XVI secolo, quando il culto di Krishna divenne popolare sulle colline.

Al ritorno mi fermo a visitare un tempio colorato di rosa: è il Bansi Gopal Temple, dedicato a Krishna, costruito con uno stile sikhikara nel XVI secolo, quando il mito del dio divenne popolare sulle colline. Prima di arrivare al gruppo di templi denominato The Laxmi Narayan Group of Temples ed in altri spazi intorno, sparse qua e là, ci sono delle altre costruzioni a capanna molto simili, costruite nello stesso stile sikhara.

Chamba, il Laxmi Narayan Group, un complesso di templi in pietra, risalenti al X-XI secolo, costruiti in stile sikhara tipico dell'Himachal.

Chamba, il Laxmi Narayan Group, un complesso di templi in pietra, risalenti al X-XI secolo, costruiti in stile sikhara tipico dell’Himachal.

Il gruppo di templi del Laxmi Narayan Group più antichi risalgono al VI secolo, mentre i più recenti sono stati costruiti tra il IX e l’XI secolo e rappresentano una testimonianza antica dello stile sikhara. I templi sono stati costruiti in marmo bianco: tre dei sei principali templi sono dedicati a Shiva e tre a Vishnu. Una caratteristica di questo complesso sono le stratificazioni ad ombrello con supporti in legno collocate sulla cima per proteggere le costruzioni dagli agenti atmosferici e fungere anche da ornamento.

Chamba, tempietto accanto ad uno dei sei templi a capanna del Lakshmi Narayan Complex, secoli X-XI.

Chamba, tempietto accanto ad uno dei sei templi a capanna del Lakshmi Narayan Complex, secoli X-XI.

Oltre a questi ci sono diversi piccoli templi sparsi all’interno dell’area, alla quale si accede attraverso un portale. C’è anche un piccolo museo nel porticato che contiene diverse stampe che rappresentano aspetti della vita di corte durante il regno di Rani Sharda Varman e delle fotografie con i personaggi che hanno governato l’India in questi ultimi secoli. Tornando verso la città per andare a prendere gli zaini nell’hotel ed effettuare il cambio di alloggio, attraverso un lunghissimo e affollato mercato di vegetali, ma anche di altri generi. Con l’aiuto del ragazzo che mi ha fatto trovare questa praticissima guest house trasporto gli zaini e allestisco il mio habitat: è una stanza veramente molto comoda. Pago tre notti a quello che io penso sia l’impiegato della guesthouse che, naturalmente non mi rilascia nessuna ricevuta.

Chamba, sculture al Laxmi Narayan gruppo di templi, secoli X-XI.

Chamba, sculture al Laxmi Narayan gruppo di templi, secoli X-XI.

Verso sera, mentre me ne sto seduta su un ripiano in pietra di forma circolare, davanti ad un tempietto dedicato a Vishnu, arriva il medico di 25 anni che avevo incontrato in pullman due giorni fa. E’ di passaggio a Chamba e sta tornando a Kangra dove abita e studia per una specializzazione. A Bharmour era andato per un convegno, ma là ha anche il suo lavoro in un piccolo ambulatorio. Sono molto contenta di averlo rivisto e di aver scambiato con lui i nostri indirizzi facebook.
28 maggio
Oggi, vado a visitare il museo di storia di Chamba, il Bhuri Singh Museum. Lungo la strada mi fermo al parco che sta accanto all’ospedale e scatto delle foto ad alcuni tipi caratteristici.

Chamba, una coppia in preghiera in un tempietto lungo la strada per il Sui Mata Temple.

Chamba, una coppia in preghiera in un tempietto lungo la strada per il Sui Mata Temple.

Poi, lasciato il parco, incontro, per caso, una piccola moschea dipinta di verde, che pochi conoscono e a quest’ora è chiusa. Pensavo fosse quella la chiesa protestante di Sant’Andrea che invece sta sulla riva di fronte. I cristiani di Chamba sono soltanto 200-300, mentre i musulmani rappresentano il 25% circa della popolazione e il rimanente, intorno al 74% è di religione induista. In questa zona non ci sono buddhisti e nemmeno templi dedicati a questa religione. Il Bhuri Singh Museum contiene numerosi dipinti in miniatura risalenti al XVIII e XIX secolo, appartenenti alle scuole di pittura di Chamba, Kangra e Basohli.

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Chamba Museum, miniatura del XVIII secolo.

All’interno del museo si possono ammirare diverse testimonianze etnografiche provenienti dalla valle di Chamba e appartenute ai raja: porte e portali di legno accuratamente incisi, lastre di fontane finemente intagliate, documenti incisi su lastre di rame anche risalenti al XVI secolo. Non resisto alla tentazione di acquistare una serie di poster con le copie di alcune delle miniature esposte al museo. Spero che arrivino intere in Italia!

Chamba, pulizia mattutina del tempietto accanto alla mia guesthouse.

Chamba, pulizia mattutina del tempietto accanto alla mia guesthouse.

Nel pomeriggio ricevo nella mia stanza la visita dell’indiano che ha un laboratorio video al piano terra della guest house. Pensavo fosse un dipendente dello Stato e che il suo laboratorio fosse l’ufficio della guest house. Invece anche lui paga l’affitto allo Stato per la stanza che occupa. E’ venuto ad informarmi che il responsabile delle guesthouse governative gli ha telefonato per dirgli che non è possibile ospitare stranieri in questa struttura in quanto è riservata soltanto ai cittadini indiani. Gli dico che vorrei fermarmi ancora qualche giorno: sto molto bene qui, sia nella guest house sia nella città. Non credo ci sia un capo che abbia sollevato dei problemi! Comunque, voleva poi bere della birra nella mia stanza e quando gli propongo di uscire mi risponde che qui in India non è considerata una buona azione uscire a bere. Così, gli chiedo di scendere nel suo studio dove ci sono delle altre persone che lavorano per lui. Arrivati lì, incarica subito uno dei lavoranti di andare a comprare delle birre che beviamo poi in compagnia. Mi racconta che ha 39 anni ed è sposato: sua moglie e i suoi due figli di 14 e 15 anni vivono in un villaggio a 350 Km da qui, dalle parti di Chandigarth. Lui, li raggiunge una volta al mese o ogni 15 giorni in motocicletta. Il suo lavoro si svolge in particolare sul montaggio dei video di matrimoni che le famiglie di ogni ceto sociale, indistintamente gli commissionano. Le riprese video originali le realizzano i suoi collaboratori, mentre la fase di montaggio e sonorizzazione la cura lui stesso. Riguardo ai matrimoni, la sua versione conferma che persiste l’usanza delle decisioni prese dalle famiglie, ma precisa che la registrazione successiva si è diffusa in quanto tutela il coniuge per l’eredità e perché offre delle facilitazioni considerevoli per l’acquisto del cibo.
29 maggio

Chamba, il tempio dedicato alla principessa Sui Mata che sacrificò la sua vita per placare il dio dell'acqua.

Chamba, il tempio dedicato alla principessa Sui Mata che sacrificò la sua vita per placare il dio dell’acqua.

Salgo sulla collina a visitare il Sui Mata Temple. Si racconta che quando fu costruito l’acquedotto l’acqua non riusciva ad arrivare alla città di Chamba. Sui Mata, una principessa locale, secondo la leggenda, sacrificò la sua vita per placare lo spirito dell’acqua e porre termine alla grave siccità abbattutasi sulla città. Prima di iniziare la gradinata verso la collina incontro un’insegnante di informatica che mi accompagna a visitare la sua aula computer. Si tratta di una scuola privata e i computer sono simili ai nostri di almeno 30 anni fa. Lei, 47 anni, sposata con un matrimonio di famiglia ad un marito appartenente alla sua stessa casta, la prima, sin dall’infanzia è innamorata di un compagno di scuola. Lui vive a Delhi, è un ingegnere ancora scapolo, che corrisponde all’amore della signora, ma limitandosi a dialoghi telefonici e a rari abbracci. La signora mi chiede di pregare una divinità per lei, perché possa realizzare totalmente il suo amore.

Chamba, preghiera del mattino all'Hari Rai Temple, costruito nell'Xi secolo.

Chamba, preghiera del mattino all’Hari Rai Temple, costruito nell’XI secolo.

Lungo la stradina per il Sui Mata Temple, sia all’andata che al ritorno per un percorso alternativo, ci sono diversi templi: è mattina e le persone prima di andare al lavoro e gli studenti a scuola, si fermano a recitare la loro preghiera alla divinità preferita. Torno al Bansi Gopal Temple, già visitato qualche giorno fa, ma sempre affascinante, molto frequentato e adorato dalla popolazione. Mentre sto ammirando l’esterno di questo tempio dipinto di rosa, mi si avvicina un signore per darmi ulteriori informazioni su Chamba. Lui, un pensionato, ora svolge un lavoro di volontariato per aiutare alcolisti e drogati. Rivisito il tempio con calma, soffermandomi ad osservare la signora che lava le sculture, prega e accende incensi, con grande devozione.

Chamba, la signora che lava le sculture sacre del Bansi Gopal Temple e poi accende gli incensi..

Chamba, la signora che lava le sculture sacre del Bansi Gopal Temple e poi accende gli incensi.

Ritorno anche al Lakshmi Narayan Temple Complex, per osservare di nuovo le splendide sculture su pietra dei templi a capanna, le immagini delle divinità racchiuse all’interno dei recinti di protezione, la serie di tempietti che ci stanno intorno.

Chamba,Akhand Chandi Palace, la residenza del raja ora sede dell'università. Giardino interno.

Chamba,Akhand Chandi Palace, la residenza del raja ora sede dell’università. Giardino interno.

Al ritorno mi fermo davanti al maestoso Akhand Chandi Palace, ex residenza del raja di Chamba. Il palazzo, costruito nel 1764 ora è divenuto la sede dell’università di Chamba.
30 maggio
Ieri, l’incaricato della guest house, un personaggio fantasma che mi dicono sia stato assunto a contratto dal Governo, non si è presentato ai diversi appuntamenti che mi aveva fissato attraverso l’operatore video. Ieri sera, al mio rientro, ho trovato il laboratorio video trasformato in una frenetica cucina con l’aiutante che spianava i chapati con il mattarello e il suo capo che li cuoceva ad uno ad uno, con grande abilità. Già nel pomeriggio, su un fornello elettrico collocato sotto il letto, c’era una pentola a pressione che sbordava di dhal, il contorno per il piatto di riso chiamato thali. Vabbeh, il boss che doveva decidere se lasciarmi rimanere fino a lunedì nemmeno durante la mia assenza si è presentato. Ha telefonato solo questa mattina al video-maker per comunicargli che posso rimanere. Ora vado a cercare il tempio Hari Rai che sta proprio accanto al parco Chaugan, vicinissimo alla mia guest house. E’ stato costruito nell’XI secolo, con la forma a capanna, ed è composto da pietre incise e immagini sacre scolpite con pregevole raffinatezza. Anche qui, in questo bellissimo tempio, persone di ogni età, si fermano a pregare con grande devozione. Mi sposto poi verso la moschea dipinta di verde e entro nel cortiletto dove ci sono le fontanelle per lavarsi i piedi. Ritorno poi alla chiesa protestante di Sant’Andrea e, nel pomeriggio attraverso l’affollatissimo parco di Chaugan. Qui, ragazzi, donne, uomini, bambini trascorrono molto del loro tempo a chiacchierare e a godersi l’aria fresca all’ombra dei giganteschi alberi.

Chamba, Chaugan in un primo pomeriggio di sabato..

Chamba, Chaugan in un primo pomeriggio di sabato.

Il parco Chaugan rappresenta il centro della vita culturale e sociale della città ed è animato in tutti i vari momenti della giornata. Nella zona del mercato, verso sera c’è una rissa tra due venditori: entrambi vengono trattenuti dai militari che cercano di allontanare l’uno dall’altro. Sembra di assistere ad uno spettacolo teatrale per la folla numerosa che osserva l’evolversi della rissa. Separati i due nemici il grosso gruppo di spettatori si suddivide in due parti dove i due protagonisti, separatamente, raccontano ai loro fan le loro ragioni.
31 maggio, domenica

Chamba, preghiera domenicale di quasi solo donne al Hari Rai Temple costruito nell'XI secolo.

Chamba, preghiera domenicale di quasi solo donne al Hari Rai Temple costruito nell’XI secolo.

Oggi a tratti piove a momenti sembra che il cielo stia schiarendo; ora si sta alzando un forte vento che spazza via gran parte delle nuvole. Mi siedo su una panchina al parco Chaugan, di fronte alla vista sul fiume che taglia in due la città di Chamba. Sento delle voci che cantano all’Hari Rai Temple, il tempio dell’XI secolo, e vado ad inserirmi nel gruppo di donne che pregano lì ogni domenica, con grande devozione. Mi accolgono con molta cordialità e quanto mi alzo per andarmene mi donano due piccoli, tondi dolci gialli, in segno di fraternità.

Chamba, Hari Rai Temple, secolo XI.

Chamba, Hari Rai Temple, secolo XI.

Nel pomeriggio tira ancora un gran vento, ma il Chaugan è ugualmente affollato. Mi siedo su una panchina a leggere: mi si avvicinano due calzolai di strada. Mi dicono che di domenica non ci sono i soliti turisti indiani qui in quanto preferiscono andare nella cittadina di Khajjar, dietro la montagna, ad una altitudine maggiore. Entrambi i ragazzi sono sposati con un matrimonio deciso dalle famiglie: quello di 26 anni ha la moglie e la figlia di 6 mesi in una cittadina del Panjab, mentre, il ragazzo di 22 anni non ha figli e abita a Chamba, in una casa d’affitto. Mi raccontano che non hanno provveduto a registrare il matrimonio per seguire la tradizione delle loro famiglie. Il ragazzo più giovane parla l’inglese, ma non è mai andato a scuola e non sa leggere e scrivere. L’altro ha frequentato la scuola fino alla 5 classe. I due calzolai mi raccontano ancora che qui a Chamba non c’è la possibilità di avere i pasti gratuitamente presso i templi come a Dharamsala e a Varanasi e molto spesso entrambi si trovano senza lavoro e senza soldi. Gli uffici del Governo a volte li aiutano, a volte no. Quando cala la sera mi sposto al centro della cittadina, mi appoggio al muretto del tempio che sta in mezzo alla piazzetta dove stanno sedute anche delle altre persone; a tutte piace scambiare qualche chiacchiera con me.

Chamba, personaggi e souvenir nei pressi del Laxmi Narayan Group of Temples.

Chamba, personaggi e souvenir nei pressi del Laxmi Narayan Group of Temples.

Un negoziante mi offre con grande cortesia un cjai e una banana. Veramente vorrebbe offrirmi qualcosa da mangiare al ristorantino che sta accanto ad uno dei suoi negozi, ma non mi sento di affrontare più di un pasto al giorno e ho già mangiato il thali a pranzo.
1 giugno, lunedì.
Sono in corriera e sto andando a Bharmour, a circa 69 km da Chamba, attraverso una strada costruita intorno alle montagne che pare sospesa sopra degli strapiombi spaventosi. Là sotto c’è un fiume che scorre irruento tra grossi massi, allargandosi poi in un pianoro fino a formare un lago per poi riprendere il suo scorrere più lineare e tranquillo. Qua e là ci sono delle case, addossate alle montagne e circondate da numerosi terrazzamenti, con i muretti che a volte s’incurvano per allargare lo spazio dei terreni coltivati. Lungo la strada, alle fermate della corriera, s’incontrano dei filari di bancarelle che vendono il cjai, qualche cibo veloce e poche cianfrusaglie. Sono allestite per i passeggeri che attendono la corriera per raggiungere i centri abitati che stanno in entrambe le due direzioni. Bharmour sta a 2195 metri di altitudine e d’estate è popolata dai pastori nomadi Gaddis che qui stazionano con le loro greggi e da qualche turista indiano.

Bharmour, panorama sulla piazza degli 84 templi.

Bharmour, panorama sulla piazza degli 84 templi.

E’ una cittadina ricca di storia e di templi rimasti a testimoniare un importante passato. Bharmour è stata la capitale del principato di Chamba dal VI al X secolo, fino al 920 d.C. Raggiungo la piazza degli 84 templi Chaurasi costruiti tra il VI o VII e il X secolo. La leggenda vuole che nel X secolo 84 uomini visitassero Bhaumour e nominassero un loro governatore nella persona di Sahil Verman, il quale aveva 10 figli e una figlia, Champavati, dalla quale derivò poi il nome di Chamba. Alcuni templi già esistevano, altri li ha fatti costruire Sahil Verman durante il suo governo. Salendo la stradina che porta ai templi, distratta da uno splendido panorama di montagne innevate mi si presenta davanti quasi a sorpresa il gruppo di templi Chaurasi.

Bharmour, il tempio Manimahesh affollato da gruppi familiari in contrattazione per i matrimoni.

Bharmour, il tempio Manimahesh affollato da gruppi familiari in contrattazione per i matrimoni.

Fra le costruzioni del complesso spicca la forma a torre del Manimahesh Temple costruito nel VII secolo. Forse il più antico è il Lakshna Devi Temple, a pianta quadrata, con la sua importante porta intagliata, ancora ben conservata nonostante le intemperie a cui è stata esposta per secoli, ed i suoi pilastri in legno, anch’essi intagliati e originali, risalenti al VII secolo.

Bharmour, puja al tempio Narasingha, X-XI secolo.

Bharmour, puja al tempio Narasingha, X-XI secolo.

Sono davvero numerosi i templi qui, anche molto piccoli, sparsi intorno alla piazza. A parte il Lakshna Devi Temple, sono tutti dei santuari shivaiti, costruiti in pietra in stile sikhara, con ampi tetti ad ombrello, ricoperti da lastre di ardesia. Gli altri due, dei quattro grandi templi, hanno la forma di tozze torri e sono: il Ganesha Temple e il Narasingha Temple eretti tra il X e l’XI secolo.

Bharmour, il portale in legno del Lakshna Devi Temple, VII secolo, costruito durante il regno del raja Meru Verma .

Bharmour, il portale in legno del Lakshna Devi Temple, VII secolo, costruito durante il regno del raja Meru Verma .

Fa freddo quassù e la gente del posto è ancora vestita con abiti pesanti. Molti ragazzi indossano dei giubbini in stoffa o pelle e ricordano molto l’abbigliamento che portavano i nostri playboys negli anni 50-60. Mentre me ne sto seduta accanto alla scultura dorata del toro simbolo di Shiva e sto provando delle inquadrature, un indiano si stacca dal suo gruppo per scattarmi alcune foto sullo sfondo dei templi. Sono tre coppie della mia età, sposate da oltre quarant’anni con un matrimonio di famiglia. Due di loro sono fratelli e abitano uno a Jaipur e l’altro a Mombay: uno è ingegnere elettronico, l’altro è un commerciante di prodotti chimici. Entrambi ora sono in pensione. L’altro, un amico, fa il medico in un ospedale di Jaipur. Le mogli lavorano soltanto in casa. E’ molto piacevole dialogare con loro, in particolare con i maschi in quanto le donne non parlano inglese. Una di loro è decoratissima ed ha sia le mani sia i piedi disegnati con l’henné. Con l’ingegnere e sua moglie condivido l’esperienza che anche loro hanno vissuto a ben due corsi di meditazione Vipassana e ne parliamo con entusiasmo. Con questa coppia ci scambiamo i contatti su facebook.
2 giugno Bharmour

Bharmour, Manimahesh Temple, VII secolo. Le contrattazioni per concordare il futuro matrimonio. Sono presenti solo i maschi delle due famiglie.

Bharmour, Manimahesh Temple, VII secolo. Le contrattazioni per concordare il futuro matrimonio. Sono presenti solo i maschi delle due famiglie.

Mattinata intensissima a Chaurasi, la piazza degli 84 templi. Ci sono ben tre gruppi di famiglie intorno al Mani Mahesh Temple: sono composti da soli uomini, che sono in attesa di stipulare l’accordo economico di matrimonio tra le parti. Alla fine un gruppo mi invita a partecipare al piccolo party composto da un cjai e un biscotto senza zucchero. Gli incontri tra le due famiglie dei futuri sposi contemplano anche la presenza di una persona che sappia mettere per iscritto al momento quanto concordato a voce. In un altro tempio, al Narasingha Temple c’è un’affollatissima puja celebrata da un prete.

Bharmour, particolare della celebrazione di una puja al Narasingha Temple, costruito tra il X e l'XI secolo.

Bharmour, parte finale della puja con canti al Narasingha Temple, X -XI secolo.

Le decorazioni al centro sono formate da grano, riso, noci, banane e altri prodotti della terra. Dopo la preghiera, i fedeli, composti in maggior parte da donne, si alzano per eseguire dei canti melodiosi e poi, si siedono di nuovo per consumare il pasto composto dagli stessi prodotti della terra che hanno adorato. Il prete, dopo aver ricevuto diverse mance, ridistribuisce qualche soldo ai bambini e alle bambine che si sono allineati sul gradino del tempio.

Bharmour,dopo la puja, il prete regala dei soldi spiccioli ad ogni bambino dopo aver ricoperto il capo delle bambine.

Bharmour,dopo la puja, il prete regala dei soldi spiccioli ad ogni bambino dopo aver ricoperto il capo delle bambine.

Il sacerdote diversifica il dono sulla base dell’età e del sesso. Alle bambine, un attimo prima aveva posto sul capo un velo rosso. Verso sera, al suono di un orchestrina, arriva ai templi Chaurasi un corteo nuziale che fa una visita veloce ai templi principali e poi se ne va verso casa. Nella piazza c’è un dolcissimo anziano guru con la lunga barba bianca.

Bharmour, un guru delle montagne sceso a pregare ai templi.

Bharmour, un guru delle montagne sceso a pregare ai templi.

E’ appena sceso dalla montagna dove abita e sta donando delle monete ai bambini che gli stanno intorno. Mi avvicino a lui per scattargli qualche foto: lui mi sorride e non mi chiede nulla.
3 giugno

Bharmour, pastore sul sentiero per il Bharmani Temple, la dea patrona della città.

Bharmour, pastore sul sentiero per il Bharmani Temple, la dea patrona della città.

Oggi mi incammino verso il Bharmani Devi Temple, la dea patrona di Bharmour. Dista 4 km dalla cittadina e si raggiunge scalando una montagna che offre una splendida vista sulla Budhal Valley. La leggenda narra che la dea abitava nella Bharmour Chaurasi prima che iniziassero i pellegrinaggi. Quando Shiva arrivò in Bharmour, la dea si trasferì sulla cima di una collina conosciuta come Bharmani. La dea però ordinò a Shiva di stabilire il vincolo che le giornate della consacrazione della pace al Manimahesh rimanevano incomplete senza che i devoti visitassero il suo tempio. Da allora è rituale visitare il Bharmani Devi Temple prima del rituale al Manimahesh.

Bharmour, il percorso per raggiungere il tempio della dea Bharmani Devi, la patrona della città.

Bharmour, il percorso per raggiungere il tempio della dea Bharmani Devi, la patrona della città.

Per arrivare lassù, salgo attraverso il sentiero che sta all’inizio della cittadina e ritorno per la stradina che arriva alla piazza degli 84 templi Chaurasi. Lungo il percorso in salita incontro molte donne che stanno conducendo al pascolo le mucche e altre che sorvegliano sia le mucche che i cavalli. La prima donna che incontro cammina con me per un tratto, fino a una distanza di una mezz’ora dal tempio. Mi procura un bastone per alleviarmi la fatica della salita.

Bharmour, incontro di pastore lungo il sentiro che porta al tempio della dea Bharmani Devi, patrona della città.Sullo sfondo la Budhal Valley.

Bharmour, incontro di pastore lungo il sentiro che porta al tempio della dea Bharmani Devi, patrona della città.Sullo sfondo la Budhal Valley.

Per queste donne, sorvegliare i pascoli, sferruzzare e dialogare è un insieme di attività che svolgono con molta serenità. Anche il modo con cui danno degli ordini alle mucche e ai tori è interessante perché nella maggior parte dei casi gli animali le obbediscono. Li chiamano se si allontanano in una direzione o nell’altra e se necessario le donne si alzano per andare a dirigere gli enormi corpi nella direzione più opportuna. Proseguendo il cammino incontro altri gruppi, sempre di donne che mi offrono l’acqua da bere e mi chiedono alcune informazioni su marito e figli. La vita delle donne indiane è imperniata sulla famiglia e il loro interesse sociale è rivolto soltanto alle dinamiche di questi nuclei. A volte scorgo qualche raro pastore, ma se ne sta per conto proprio e le donne non li incoraggiano ad inserirsi nei loro gruppi. Tutto intorno, fino ad alta quota sono stati spianati i terrazzamenti sostenuti dagli splendidi muretti. Sono coltivati per lo più a patate e ortaggi, ma anche i frutteti di mele riempiono un grande spazio dell’altura. Qua e là non mancano le rigogliose piante di maryuana che tappezzano i margini dei ruscelli anche quassù. Sul prato, con meraviglia scopro delle piccole macchie di stelle alpine: sono fantastiche e ne raccolgo alcune da conservare tra le pagine della mia agenda.

Bharmour, il tempio della dea Bharmani Devi, la patrona della città.

Bharmour, il tempio della dea Bharmani Devi, la patrona della città.

Arrivata in cima, a poche centinaia di metri dal tempio, c’è una stalla arroccata e una donna affacciata al ballatoio che gentilmente mi offre dell’acqua. Il Bharmani Devi Temple è molto trascurato. Intorno ci sono delle vasche di raccolta dell’acquedotto; l’acqua sgorga dalla sorgente che sta lì accanto. Diversi ragazzi stanno facendo il bagno, nuotando nell’acqua gelida e facendo poi degli esercizi ginnici per scaldarsi.

Bharmour, vasche di acqua sorgiva utilizzate come piscina da alcuni giovani. Accanto, il Bharmati Temple, dedicato alla dea patrona della città.

Pioviggina. Visito il tempio: chiusa in gabbia c’è un’immagine sacra che s’intravede appena. All’esterno, tre dipinti recenti raffiguranti delle divinità induiste. Lassù c’è anche un piccolo negozio di alimentari e una stanza con un letto. In uno spazio esterno ci sono dei grossi rami bruciacchiati; anche vicino al tempio ci sono i resti di un fuoco. Seguendo le indicazioni dei ragazzi che stanno nella piscina prendo la strada che mi porterà a valle. Scendendo, incontro quasi subito una coppia di turisti inglesi che si lamentano per il percorso scivoloso della strada e mi dicono che faranno ritorno attraverso il sentiero che ho percorso all’andata.

Bharmour, tipologie abitative con tetti in ardesia e parti in legno.

Bharmour, tipologie abitative con tetti in ardesia e parti in legno.

Sta piovigginando ancora: mi fermo sotto un portico dove ci sono due turiste indiane con un bambino ciascuna: stanno attendendo i loro mariti. Quando questi arrivano mi invitano a seguirli nella casa che hanno affittato da un amico militare in pensione. Li seguo. Lungo la strada incontriamo un gruppo numeroso di turisti indiani con guida che stanno attendendo al riparo che smetta di piovere per poi proseguire la salita al tempio. Mi sento molto orgogliosa di non far parte di un gruppo e di non aver avuto bisogno della guida per l’escursione. Arrivata a casa del militare in pensione, con grande sorpresa mi trovo di fronte ad un ragazzo di 35 anni, che dopo 16 anni di lavoro alle dipendenze dello Stato indiano ha potuto andare in pensione. Ora si occupa degli affitti delle stanze e dell’organizzazione dei pasti per i turisti che ospita, ma sta cercando un altro lavoro. Il giovane pensionato è sposato ed ha due figli: uno di sei anni e l’altro di otto. In questa casa, familiari e amici, trascorrono molto tempo tutti insieme in una stanza, a volte anche per riposare. Diversi sono fratelli del militare in pensione, altri sono turisti indiani amici, altri, come una coppia di buddhisti che vive lì, semplicemente dei vicini. La signora buddhista proviene da Dharamsala come il marito che insegna qui al college. Lei, molto colta, potrebbe fare l’insegnante, ma il marito non desidera che lavori fuori casa. Hanno una bambina che frequenta la scuola materna. Gli indiani della famiglia mi portano prima il cjai e poi mi chiedono se voglio pranzare. Sono quasi le 16.00 e penso che anche gli altri turisti incontrati sulla strada del tempio debbano pranzare, ma invece viene servito solo a me uno special thali buonissimo. Pian piano la stanza dove mi hanno fatta accomodare si svuota e rimane solo la signora buddhista a tenermi compagnia. Poi, le dà il cambio un simpatico ragazzo che parla un buon inglese. Vado a salutare tutti, e li trovo rintanati al buio a riposare in una stanza, distesi sopra un grande letto; altri due ragazzi sono a leggere in un’altra stanza, distesi anche loro su letto matrimoniale. Ringrazio per il buonissimo thali e uscendo, nel cortile, scorgo degli uomini di varie età indaffarati intorno ad una grandissima serie di enormi recipienti in ottone. Alcuni pentoloni contengono già il cibo pronto altri sono sul fuoco, in preparazione: è la cucina della grande casa.

Bharmour, la vita intorno alla scultura del toro, simbolo di Shiva.

Bharmour, i parenti maschi, in attesa della stipula dell’accordo di matrimonio.

In serata passeggio nella piazza dei templi Chaurasi. E’ piena di bambini di tutte le età, con i loro maglioncini fatti a mano, che giocano a rincorrersi negli spazi dei templi accessibili. Qui, molti bambini, bambine, ragazzi e ragazze frequentano le scuole private. Rimangono a scuola fino alle 16.00. Li incontro spesso, quando rientrano con le loro divise diversificate a seconda dell’istituto che frequentano e con il loro pentolino per il pranzo vuoto. Qui, le scuole statali in questi due mesi di giugno e luglio rimangono chiuse, mentre continuano a funzionare le private ancora per questo mese. Nella piazza degli 84 templi, mentre me ne sto seduta davanti al toro di Shiva vedo donne e uomini, ma anche molti giovani, fermarsi a baciare il gradino del Mani Mahesh Temple prima di rientrare a casa. Qua e là, all’imbrunire hanno acceso degli incensi e la bancarella con l’uomo che grattugia le patate e le cucina a forma di polpetta sta ancora là. Una stanza, con all’interno un grosso lingam di Shiva e delle altre immagini sacre, è divenuta l’abitazione di un guru che ospita anche i pochi sadhu che vagano intorno. Al calar del buio, ogni sera, all’interno del tempio, il guru accende un grosso fuoco e insieme ai suoi ospiti contempla le fiamme e recita i mantra.
4 giugno

Bharmour, la vita contadina tra le abitazioni tipiche.

Bharmour, la vita contadina tra le abitazioni tipiche.

Oggi mi prendo una mezza giornata tranquilla di lettura. Nel pomeriggio passeggio fino alla grande curva dov’è collocato un tempietto dedicato alla dea Kali. Una donna con un grande carico trasportato sul capo si ferma ad offrire una preghiera alla dea e poi prosegue lungo la discesa che fiancheggia per un tratto un torrente che fornisce l’acqua ai villaggi che stanno a valle. Lungo la strada ci sono delle guest house, ma quasi deserte, o al limite frequentate da qualche famiglia indiana. Un edificio riporta la scritta “Ospedale Ajurvedico Governativo”: sul terrazzo si affaccia un infermiere dicendomi che l’ospedale è in funzione, ma solo come ambulatorio, in questo periodo. Trascorro la serata in una piazzetta animata da numerosi bambini che giocano intorno al Mani Mahesh Temple, mischiandosi tra le donne che sferruzzano e chiacchierano e gli uomini che parlottano tra di loro. E’ una serata dalla temperatura mite, rispetto alle altre sere, e la gente di ogni età si è riversata qui, nella piazza sacra.

Bharmour. Tramonto accanto alla scultura dorata del toro, simbolo induista.

Ritorno in India, ritorno a Varanasi.

6 e 7 aprile 2015
Arrivo alla stazione ferroviaria di Varanasi insieme ad una giovane coppia di Marsilia: lui ha 28 anni e fa il cuoco, lei 26 ed è fisioterapista. Li avevo già incontrati al mio arrivo a Khajuraho, ma solo ora ci siamo aggregati per dividere la spesa del motorisciò che ci porterà nella zona di Bengali Tola. Che gioia tornare a Varanasi!

 

Varanasi, domenica in Main road.

Varanasi, domenica in Main road.

Già quando scendo dal treno i procacciatori di clienti per gli alberghi mi riconoscono e non mi propongono i loro hotel. Lì, ci sono molti indiani che attendono i clienti degli hotel con dei fogli con su scritti i loro nomi: sono ancora molte le persone che pur viaggiando in autonomia preferiscono avere la certezza della prenotazione! Lungo il percorso nella città vecchia e nei pressi della mia abituale guesthouse mi riconoscono e mi chiedono notizie di mio figlio. Rispondo loro che sta ancora in Nepal e che arriverà qui nei prossimi giorni. Insieme ai due ragazzi arrivo alla guesthouse dove ci accolgono con molta familiarità. Il tempo per rinfrescarci un po’ e poi via a pranzo nei miei celebri ristorantini per un thali e una bibita fresca. Tutte le mie critiche e il mio boicottaggio a queste multinazionali l’ho messo da parte per ora! Fa troppo caldo qui e sono troppo assettata! Una sosta alla mia tea-stall ed un saluto alla stiratrice e poi, via, insieme ai due nuovi amici, a goderci l’atmosfera incantevole dei ghat.

Varanasi, panorama dal Chousatti Ghat del temporale con forte vento che sta arrivando dall'altra sponda del fiume.

Varanasi, panorama dal Chousatti Ghat del temporale con forte vento che sta arrivando dall’altra sponda del fiume.

Qui, incontriamo altri francesi e una ragazza di San Pietro di Cadore che pur avendo soltanto 28 anni ha una grande cultura del viaggiare e diverse esperienze come infermiera di strada. Ha lavorato con un’associazione umanitaria ed ha frequentato molti corsi di meditazione. Con lei, in particolare, ho un bellissimo scambio di informazioni: su libri, documentari e film riguardanti l’India.
Con i due miei compagni di viaggio e con la ragazza italiana ci diamo appuntamento nello stesso posto per il giorno dopo alle 12.00, ma non riusciremo ad incontrarci. Nel frattempo, però, rivedo Alkesh, il ragazzo di origine indiana che vive a Londra con il quale ho condiviso il mio viaggio da Orkamesvar a Bundi. Ci eravamo dati appuntamento via sms al Dasaswamedh Ghat e siamo stati felici di rivederci. Pranziamo insieme al solito ristorantino e prendiamo il the alla mia
solita tea-stall. Si unisce a noi un giovane abitante di un’isola francese del Canadà: ha 22 anni, è laureato in scienze della comunicazione ed è in attesa di iniziare un master nella sua città. Trascorriamo molto tempo insieme, condividendo profondi silenzi, lungo la riva del Gange.

Varanasi, la foto ricordo.

Varanasi, la foto ricordo.

Tutti i ghat mi paiono diversi rispetto ad un mese fa: ci sono molte più barche e molti più turisti, la maggior parte sono francesi, spagnoli e qualche inglese. Anche le decorazioni e la pulizia lungo i ghat sono aumentate, insieme all’aggiunta di qualche ringhiera sulle terrazze che a tratti si sporgono sul fiume. Mentre siamo seduti all’ombra di un ombrellone fatto di stracci e bambù, arriva il venditore di flauti che conosco da tempo. Ci racconta che, negli ultimi tempi, è stato a Goa, Manali e a Rishikesh e nel complesso ha concluso dei discreti affari. E’ musulmano, una religione che comprende il 31% degli abitanti di Varanasi, mentre il 65% rimane induista. Ci sono poi: 1% di cristiani, 1% di buddhisti, 2% di sikh. Parlando, poi, dell’India in generale, ci dice, che c’è una grossa corruzione: cioè, dando dei soldi ai poliziotti riesci ad ottenere qualsiasi licenza o a fare in modo di non avere ostacoli. Ci sono anche degli omicidi che passano tacitamente inosservati dietro il pagamento di forti somme di denaro ai poliziotti. Su questo genere di corruzione, avrò modo di appurarne la veridicità proprio nei giorni successivi, attraverso il racconto che mi farà Sonu, il mio amico barcaiolo del Chausatti Ghat. Il venditore di flauti ci spiega, inoltre, che un mercato molto spontaneo qui a Varanasi, ma in tutta l’India, è quello che riguarda l’hashish e l’eroina, un traffico che i poliziotti lasciano agire liberamente. Questo mercato è particolarmente diffuso tra i bramini, ma anche tra i musulmani i quali si dedicano sia allo spaccio sia al consumo. Esiste inoltre, secondo il racconto di questo venditore di flauti, una vera e propria mafia tra gli albergatori e i negozianti islamici e induisti, che si manifesta con una violenza che spesso sfocia in omicidi. Molti di questi crimini vengono coperti con forti compensi alle forze dell’ordine. Rimasta sola sui ghat, mi viene da pensare che dietro questa diffusa e sentita religiosità indiana si nasconda una società violenta e corrotta, che non esita ad ammazzare e nello stesso tempo a rimanere fedele ai rituali della sua religione.

Varanasi, gruppo di guru lungo i ghat.

Varanasi, gruppo di guru lungo i ghat.

Alla sera torno sui ghat a leggere e poi ceno seduta su un gradino con le melanzane impannate e le polpette vegetali acquistate dalla signora che frigge in strada masticando le foglie di betel. Sulla stradina, accanto al mio gradino-ristorante m’imbatto in uno sbarramento per la puja: c’è un fuoco acceso, le bandierine in alto che sventolano, dei fedeli che cantano i mantra. Per passare di lì bisogna rispettare il senso unico alternato e camminare rigorosamente a piedi scalzi.

Varanasi, rasatura dei pellegrini del sud.

Varanasi, rasatura dei capelli ai pellegrini del sud.

8 aprile
Sono in attesa di Simone che non si vede ancora. E’ in arrivo dal Nepal! Qui i treni portano sempre un gran ritardo e non c’è mai nessun orario certo. Arriverà verso le 8 di sera! C’era uno sciopero degli autobus in Nepal e ci sono stati diversi disguidi con i mezzi durante il viaggio. Andiamo insieme a cena anche se io mi son già mangiata due polpette di verdure in strada.
9 aprile
Le polpette forse quelle, mi han fatto passare una notte terribile e stamattina sono senza forze. Sono rimasta a letto tutto il giorno, dormicchiando, bevendo del tè al limone e prendendo delle medicine ayurvediche. Mi mancano tanto i ghat, la gente che incontro solitamente, con cui chiacchiero e mi fa apprendere sempre cose nuove. Speriamo che domani vada meglio!

Varanasi, old town nei pressi del Ram Ghat.

Varanasi, old town nei pressi del Ram Ghat.

10 aprile.

Sto meglio e vado a camminare per le stradine della città vecchia. In un ristorante vedo Alkesh che sta facendo colazione e mi siedo un po’ con lui. Eravamo già d’accordo di incontraci alle 13.00 nella mia guesthouse per andare a pranzo insieme a Simone. Nel tardo pomeriggio vado da sola al Chausatti Ghat. Lì c’è una truppa di turisti che, dietro compenso, sta fotografando uno dei sadhu che gironzolano qui. Fotografo anch’io questa bellissima scena e mentre sono presa dagli scatti finalmente riesco a riconoscere Sonu, il barcaiolo che avevo conosciuto a settembre e non riuscivo più a trovare. Ci eravamo incrociati più volte, mi racconta lui, ma io non l’avevo riconosciuto: si era rasato i capelli che erano un punto di riferimento per me! Mentre stavamo parlando arriva suo fratello con un turista da portare in giro in barca e ci lasciamo. Poco dopo si siede accanto a me una ragazza belga di 28 anni: fa l’infermiera professionale in un ospedale, ma ora sta trascorrendo un periodo sabbatico di 7 mesi. In Belgio, ma non solo là, è possibile interrompere il servizio e riprenderlo dopo un periodo di tempo concordato. Alla sera sono rimasta in guest house, mentre Simone andava al Tempio delle Scimmie per un concerto del Festival della musica. Alkesh, invece, andava alla cerimonia serale del Kedar Ghat.

Varanasi, sera al Kandar Ghat.

Varanasi, sera al Kedar Ghat.

11 aprile
Sto trascorrendo diverso tempo tra i guru e i bramini del Dasaswamedh ghat. Sono seduta sotto l’ombrellone, sul palco dove ha l’altarino un giovane guru. La sua famiglia, mi racconta, appartiene alla casta dei bramini da 500 anni: ha frequentato la scuola per bramini prima e per guru in seguito nella città di Jhansi. Mi conferma che molti dei personaggi vestiti da sadhu oppure con degli abiti bianchi sono soltanto delle persone che sfruttano quel ruolo per chiedere dei soldi alla gente. Accanto a noi c’è un anziano che si definisce guru: dopo aver fatto il bagno nel fiume si pettina la barba, si spalma la crema, si massaggia tutto il corpo e fa degli acrobatici esercizi ginnici. Dopo un po’, mi si avvicina portandosi più volte la mano alla bocca per chiedermi dei soldi per comprarsi da mangiare. Gli rispondo che proprio lì, a due passi, sulla Main road, accanto al tempio, distribuiscono gratuitamente i pasti per ben due volte al giorno!

Varanasi, Dasaswamedh Ghat. Guru che si ritocca il trucco.

Varanasi, Dasaswamedh Ghat. Guru che si ritocca il trucco.

Verso sera torno a camminare sui ghat: i momenti del tramonto e quello dell’imbrunire sono splendidi qui. Centinaia di barche cariche di pellegrini indiani e altre con qualche turista straniero fiancheggiano i ghat e vanno fino al Pandhey Ghat; poi ritornano percorrendo il fiume attraverso la sua parte centrale. Alcune coppie giovani preferiscono raggiungere l’altra sponda, fermarsi un po’ sulla spiaggia e poi tornare. Al Chousatti ghat c’è sempre il mio amico barcaiolo che cerca di catturare i turisti per portarli in barca. Questa sera è già fuori suo fratello, con una coppia di fidanzati e, in questo caso, mi informa, l’uscita dura molto a lungo. Non ci sono molti turisti stranieri, in questo periodo, mi racconta Sonu, e quindi il lavoro è piuttosto modesto. In ogni stagione, però, non mancano le turiste anziane disposte a pagare grosse somme di denaro a dei giovani, in cambio della loro compagnia e delle loro prestazioni sessuali. Sonu, il barcaiolo, ha 24 anni e sua madre abita in un villaggio a 80 kilometri da Varanasi. Vive con un altro figlio e una figlia più grande. La casa dove abita la madre è di sua proprietà ed è per questo motivo che lo zio di Sonu ha ucciso il proprio fratello, suo padre. Il fratello di Sonu che sta qui a Varanasi fa la guida turistica per un hotel. Entrambi i fratelli lavorano dall’alba a notte inoltrata, senza mai concedersi dei giorni di riposo. Sonu ha comprato un appezzamento piccolissimo di terreno vicino all’Harishchandra Ghat, il ghat più piccolo delle cremazioni. Lì, ha fatto costruire una stanza, senza finestre, senza acqua, senza corrente, per ora, dove lui e il fratello si rifugiano per qualche ora, in particolare nei mesi di dicembre e gennaio, quando la temperatura scende sotto lo zero. Il più delle volte dormono entrambi all’interno di una delle barche con cui lavorano. Tra i progetti futuri di Sonu c’è quello di affiancare al lavoro di barcaiolo quello di una tea-stall, lì, al Chausatti Ghat, accanto alle barche. Nei giorni successivi Sonu mi dirà che ha già comprato dal suo boss due delle quattro barche e che in breve tempo salderà il tutto. Le dovrà poi ridipingere in modo da attirare più clienti. Noto ha il segno di una grossa ferita che gli attraversa la gola da un orecchio all’altro e gli chiedo cosa gli sia successo. Mi racconta che due anni fa si era innamorato di una ragazza e, un suo rivale in amore ha cercato di ammazzarlo tagliandogli la gola con un rasoio. Avendo il rivale dato molti soldi alla polizia, la cosa si è risolta senza colpevoli. Sonu ha trascorso quasi due mesi in ospedale; poi, un anno e mezzo fa, di notte, aiutato da alcuni amici, ha ammazzato il suo feritore con dei pugni rafforzati da dei ferri. Per mettere subito la cosa a tacere anche lui ha dato dei soldi ai poliziotti: 40.000 rupie, l’equivalente di circa 600 euro. E la cosa è finita così.

Varanasi, sera sui ghat.

Varanasi, sera sui ghat.

12 aprile
E’ domenica e i ghat sono animatissimi di turisti, pellegrini, venditori, bramini, guru, mendicanti, fotografi, barcaioli e tanto altro. Ieri mi era tornata un po’ di nausea, ma oggi mi sento meglio! Forse per il fatto che Simone è andato a comprarmi un medicinale omeopatico in farmacia e il medico nel consegnargliela ha recitato un mantra davanti ad un’immagine della dea Kali. Forse la dea mi sta già proteggendo!
La sera vado anch’io con Simone, al concerto di musica classica indiana, che si tiene tutta la notte, al Tempio delle Scimmie, dalle parti dell’Assi Ghat. Ne seguiamo soltanto una parte e rientriamo in risciò poco dopo mezzanotte. All’interno del tempio non si possono scattare foto e si viene perquisiti all’ingresso dalla polizia. Ci sono degli armadietti dove devi depositare il cellulare e la macchina fotografica, con offerta libera. All’inizio del concerto si esibisce un magnifico suonatore di scodelle contenenti delle oculate quantità di liquidi. Di seguito ci sono due cantanti molto bravi che riescono a modulare la loro voce con delle difficilissime variazioni di tono. Tra gli spettatori c’è qualche turista occidentale, ma la maggior parte del pubblico è indiano e senz’altro appartiene alla casta medio-alta.
13 aprile
Giornata trascorsa tranquillamente a passeggio tra i ghat e nelle stradine della città vecchia. Non lontano dalla mia guesthouse ci sono degli uomini con dei pentoloni enormi che stanno friggendo e bollendo del cibo. Sono lì da stamattina per la puja del tempietto dedicato a Shiva e, oltre a celebrare il rituale, a momenti distribuiscono alla gente che passa di lì il cibo cucinato.
14 aprile
Sono anche oggi ai ghat, seduta un po’ qua un po’ là a leggere e ad osservare la gente. Oggi c’è un pellegrinaggio arrivato dal sud dell’India con tutte le donne rapate a zero. I pellegrini del sud, donne, uomini e bambini, quando arrivano qui sul Gange, si fanno tagliare i capelli a zero per offrirli al fiume sacro come gesto di purificazione.

Varanasi, nei pressi del Kendar Ghat. Interno di un tempio usato come abitazione da un sadhu.

Varanasi, nei pressi del Kedar Ghat. Interno di un tempio usato come abitazione da un sadhu.

Verso sera, mentre me ne sto seduta al Chausatti Ghat chiedo ad un sadhu che passa di lì quale fosse stato il suo percorso per giungere alla sua scelta alternativa. E’ un ingegnere sposato e con figli: 20 anni fa ha lasciato tutti i beni e il lavoro per diventare sadhu. Non ha contatti con la sua famiglia la quale non ha accettato la sua scelta. Vive di pochissima elemosina e abita all’Assi Ghat, in una stanza con altri tre sadhu. In realtà, sono sempre più convinta che i sadhu giunti ad una scelta ponderata di rinuncia della vita materiale siano molto pochi rispetto all’enorme numero di mendicanti e personaggi che vestono gli abiti arancione e chiedono continuamente e insistentemente l’elemosina. Il vero sadhu chiede soltanto quel poco che gli basta per vivere e lo fa con molta dignità. Per i sadhu, comunque, ci sono delle donazioni specifiche da parte di persone ricche ed anche dalle famiglie benestanti dei sadhu stessi.

Varanasi, incontro con un personaggio, lungo i ghat.

Varanasi, incontro con un personaggio, lungo i ghat.

15 aprile.
Passeggio lungo i ghat e mi fermo ad osservare un matrimonio arrivato ora al Dasaswamedh Ghat accompagnato dal suono dei tamburi e dalla danza di alcuni ragazzini. La sposa, come tutte le altre che ho incontrato qui a Varanasi, tiene in mano una specie di tabernacolo dorato e se ne sta nascosta dietro un mantello rosso con degli sfarzosi ricami dorati. Lo sposo porta un turbante sul capo e tiene annodato alla sua sciarpa un lembo del mantello della sposa; pare proprio trainarla attraverso questo aggancio. Dopo aver celebrato la puja, sposi, musicisti e invitati salgono su un barcone per raggiungere l’altra sponda del fiume dove le parenti donne eseguiranno un altro rituale.

Varanasi, preparazione dei cibi per la puja nuziale.

Varanasi, preparazione dei cibi per la puja nuziale.

Quasi tutte le spose vestono di rosso, ad eccezione, secondo quanto mi raccontano qui, se non sono al primo matrimonio: in questo caso possono scegliere i colori che vogliono. Secondo le informazioni che raccolgo tra la gente che incontro nei ghat, il matrimonio è un atto che si svolge in accordo tra le famiglie le quali firmano un documento che rimane sia ai parenti dello sposo sia a quelli della sposa. Il contenuto fa riferimento, in particolare, ai beni, al denaro, al titolo di studio in possesso degli sposi. Le notizie che via, via raccolgo, in particolare sui matrimoni, sono a volte sensibilmente diverse e a momenti anche in contraddizione tra loro, ma le riporto ogni volta fedelmente, così come mi vengono raccontate. Una puja nuziale, qui mi dicono, viene celebrata dal bramino il giorno prima di quella sul Gange e si svolge a casa della sposa. Per festeggiare il matrimonio, se le famiglie se lo possono permettere, danno un party con musica, danze, cibi e bevande a volontà. In India è molto difficile sciogliere un matrimonio concordato tra le famiglie per il vincolo economico che lega a vita i due nuclei.
Nel pomeriggio rimango in guesthouse per diverse ore: è scoppiato un grosso temporale con delle forti raffiche di vento. Appena torna la calma ricevo la visita di numerose scimmie che dalla finestra hanno visto le banane che ho appoggiato su una mensola. Sembra vogliano scardinare le finestre e la porta che danno sul terrazzo per entrare. Alla fine riescono a chiudere dal di fuori il chiavistello della porta e a bloccare la mia uscita da lì.

Varanasi,vista dalla finestra della mia camera. Scimmie sui tetti.

Varanasi,vista dalla finestra della mia camera. Scimmie sui tetti.

Verso sera, al ghat incontro Sonu, il barcaiolo. Giorni fa gli avevo confidato la mia intenzione di acquistare un minuscolo appartamento qui a Varanasi. Ora, anche lui mi conferma che qui in India per gli stranieri non è possibile acquistare delle proprietà: è proprio la legge che lo vieta. Questa informazione me l’aveva già fornita mio figlio e anche Raul, il proprietario della guesthouse quando gli avevo chiesto se mi vendeva una stanza con bagno! Peccato! Mi sarei proprio stabilita qui!
16 aprile
La mattinata la trascorro con un’escursione nelle stradine della città vecchia e una camminata lungo la Main road. Poi, pranzo con Simone dopo averlo incontrato nei pressi della guest house. Il pomeriggio lo dedico alla lettura e vado sui ghat. Lì, incontro un sadhu vestito di bianco e gli chiedo qualche informazione sulla sua scelta di vita: i mi racconta che è originario di un villaggio vicino a Delhi, vive qui, in un ashram per sadhu al Manikarnika Ghat, il luogo principale dove avvengono le cremazioni. Ha 58 anni ed ha deciso di diventare sadhu a 12 anni e da quel momento ha abbandonato la sua famiglia d’origine rinunciando a qualsiasi tipo di legame affettivo ed economico. Nell’ashram dove vive non deve sostenere delle speso né di vitto né per l’alloggio. Questo sadhu non parla inglese e mi fa da interprete il mio amico barcaiolo.

Varanasi, nei pressi del Lal Ghat, verso il ponte.

Varanasi, nei pressi del Lal Ghat, verso il ponte.

17 aprile
E’ una giornata molto calda, pare che il termometro abbia sfiorato i 41 gradi. In mattinata mi reco al Dasaswamedh Ghat ad osservare le coppie di sposi e gli invitati. Pur essendo diminuiti, rispetto a due mesi fa, i cortei nuziali che arrivano al Gange sono ancora abbastanza numerosi. Gli abiti della sposa sono sempre coperti da un ampio mantello rosso e sembrano tutti uguali. Gli uomini, a parte il turbante che portano tutti, indistintamente, vestono in modo diverso gli uni dagli altri: con l’abito intero tradizionale indiano o classico occidentale, oppure indossano soltanto la giacca tradizionale. Secondo quanto mi racconta Sonu, il barcaiolo, l’oggetto dorato che la sposa tiene tra le mani è il regalo dello sposo e contiene i colori con i quali lei si dipingerà la fronte tutti i giorni, come augurio a se stessa di lunga vita. Ogni cerimonia si differenzia probabilmente sulla base della condizione sociale degli sposi: c’è chi arriva con i musicisti, chi si concede un giro in barca, chi offre un pic-nik agli invitati sul Gange o chi dà un party alla sera, ma la maggior parte di loro se ne torna semplicemente a casa.

Varanasi, giro in barca sul Gange di un corteo nuziale.

Varanasi, giro in barca sul Gange di un corteo nuziale.

Al ghat principale anche oggi mi si è avvicinato il giovane barbiere che da giorni sta aspettando che mi decida a farmi tagliare i capelli. Concordo il prezzo di 50 rupie, 70 centesimi di euro e lo seguo in un negozio dove gli affittano la poltrona e l’attrezzatura. Nel pomeriggio, sul tardi, mi incammino per la stradina che porta verso sud e poi scendo ai ghat. Lì, c’è un gran trambusto, soprattutto di bambini che stanno soccorrendo, con molta dedizione, una scimmia caduta dai fili della corrente elettrica. Nei giorni successivi verrò a sapere che si è salvata: i bambini mi diranno che la scimmia dopo aver bevuto un po’d’acqua è riuscita a risalire sui tetti.
Mentre me ne sto seduta su una panca lungo i ghat, arrivano due sadhu: uno si tuffa per i fatti suoi, mentre l’altro mi racconta che ha scelto, di diventare sadhu una trentina di anni fa, a 28 anni. E’ originario di Varanasi e lavorava come medico in una clinica privata. Ha lasciato questo tipo di vita, ma ha mantenuto i rapporti con la sua famiglia. Ha delle difficoltà a camminare perché affetto da una malattia degenerativa che gli provoca dolori alle ginocchia ed è per questo che è rimasto a Varanasi, dove il clima è prevalentemente caldo. Mi racconta che vive in un ashram vicino al Dasaswamedh Ghat, dove non deve sostenere delle spese. Il suo amico, invece, abita in una stanza condivisa con altri, nei pressi del Kendar Ghat.

Varanasi, sul far della sera.

Varanasi, sul far della sera.

Andati via i due sadhu si siedono accanto a me tre studenti di 18 anni che stanno per entrare al college. Studieranno ingegneria meccanica e informatica. Uno di loro tiene in mano un libro di chimica, scritto in inglese. Mi dicono che la lingua che utilizzeranno ora al college sarà l’inglese, anche se la lingua nazionale è l’indi. Secondo loro, siccome ogni regione indiana ha una propria lingua minoritaria e non tutti parlano l’indi; quindi, necessariamente la loro prima lingua per comunicare diventerà l’inglese. Vogliono sapere di che cosa parlo con i sadhu. Dico loro che sono interessata alle biografie dei sadhu veri, a quelli che hanno scelto per vocazione questo percorso di vita. Un altro studente, poi, al Chausatti Ghat, mi racconta che ha frequentato il primo anno di scienze bancarie in quanto suo padre, un imbianchino, glielo ha imposto. Lui vorrebbe diventare cantante o comunque frequentare un corso di studi legato all’arte, ma la sua famiglia sostiene che il futuro dell’India sta nello sviluppo delle banche.
18 aprile
Passeggio verso sud attraverso i ghat e ritorno verso la guest house per le stradine della città vecchia.

Varanasi, puja al Dasaswamedh Ghat.

Varanasi, puja al Dasaswamedh Ghat.

Pranzo con Simone e poi m’incontro al Chausatti Ghat con Sonu, il giovane barcaiolo: non lo vedevo da qualche giorno. Mentre me ne sto seduta lungo la gradinata, passa di lì il sadhu che ieri mi aveva raccontato di essere un medico e di aver lasciato tutto quando aveva 28 anni. Il barcaiolo mi confida che non è tutto vero quello che mi ha raccontato: quel sadhu è il direttore di una scuola di yoga nei pressi del Dasaswamedh Ghat!
19 aprile, domenica
Oggi è una giornata caldissima! Nella mattinata, verso le 8:00, vado a camminare verso il Kedar Ghat e poi pranzo con Simone al ristorantino di Godonia, consumando il solito thali. Dopo il cjai, Simone sale su un risciò e se ne va in stazione per prendere il treno per Jammu. Da lì, con qualche mezzo raggiungerà Srinagar, in Kashmir. Verso le 16.30 ritorno sui ghat: sono affollatissimi! Incrocio il sadhu-medico che mi conferma quanto riferitomi dal barcaiolo. Mi dice che possiede una scuola di yoga al Dasaswamedh Ghat, ma non lo fa per denaro in quanto lui si ritiene sadhu. Vedremo gli sviluppi.

Varanasi, Gaay Ghat. Simboli dedicati a Shiva.

Varanasi, Gaay Ghat. Simboli dedicati a Shiva.

20 aprile
Grande camminata sui ghat, ma verso nord oggi, oltre il Manikarnika Ghat, il ghat principale per le cremazioni. Qui, i ghat sono meno affollati rispetto a quello principale. Sul lungo fiume i palazzi spiccano con i loro colori intensi e, in certi punti, si affacciano molto vicino alla riva. In qualche terrazzamento in cemento costruito a ridosso del fiume incontro diversi gruppi di sadhu e guru: stanno seduti in cerchio e fumano tranquillamente marjuana passandosi l’un l’altro una pipa di terracotta. Mi siedo un po’ a leggere su un sopralzo in legno costruito sopra il fiume dove c’è anche una tettoia per ripararsi dal sole. E’ quasi mezzogiorno e dall’ashram-scuola per sadhu lì accanto arriva al fiume un ragazzino con un vassoio pieno di cibo. Prende il chapati, lo spezza, lo riempie di dhal e lo lascia cadere nel fiume. Così fa con il riso: lo impasta di salsa con le mani e lo dà al fiume. Un signore seduto accanto mi spiega che quello è il pranzo per la madre Ganga, un rituale che si ripete tutti i giorni, alle ore 12:00. Il rapporto tra cibo e religione qui in India è molto stretto: nelle celebrazioni delle puja c’è sempre il cibo, nei templi e sugli altarini sono sempre presenti dei piatti con del riso e chapati per gli dei.

Varanasi, nei pressi del Shindhia Ghat. Bambino che dà da mangiare al Gange.

Varanasi, nei pressi del Shindhia Ghat. Bambino che dà da mangiare al Gange.

Ritorno a Bengali Tola attraverso la città vecchia: esploro questi viottoli che sembrano tutti uguali e sempre diversi. Quando vedo dei militari in postazione da qualche parte ormai so che lì vicino c’è senz’altro un tempio. A volte mi sembra di percorrere stradine tortuose e sconosciute, ma arrivano sempre, alla fine, quasi per miracolo, nei ristorantini e nei luoghi che riconosco. Verso sera, nei pressi del Dasaswamedh Ghat, accanto al tempio c’è un folto gruppo di donne piuttosto anziane, avvolte in sari coloratissimi. E’ uno dei tanti pellegrinaggi che arriva da chissà quale parte dell’India. Le numerose donne, sedute a terra, cantano e pregano in omaggio a Shiva e sono felici di essere fotografate. Fa molto caldo: cerco un posto rialzato sopra il fiume dove arrivi un po’ di aria fresca. Si siedono accanto a me tre persone: un allievo della scuola per sadhu di 22 anni con il suo fratello minore e un sadhu anziano. Il vecchio sadhu è originario dell’Orissa, è stato sposato ed ha dei figli ormai grandi. E’ sadhu da una ventina d’anni e non ha mai lavorato. Vive in un ashram per sadhu qui a Varanasi ed è stato da poco in Orissa a trovare la sua famiglia. L’allievo sadhu mi conferma in modo preciso che i sadhu veri sono circa il 6% mentre il 94% è costituito da mendicanti o gente che, comunque, chiede l’elemosina spacciandosi per sadhu.

Varanasi, nei pressi del Dasaswamedh Ghat. Mendicante elegante.

Varanasi, nei pressi del Dasaswamedh Ghat. Mendicante elegante.

21 aprile
Cammino per i viottoli della città vecchia: vorrei tornare ai ghat verso il ponte dov’ero stata ieri, ma attraverso le stradine della città vecchia finisco per ritrovarmi sempre al punto di partenza. Torno così al Dasaswamedh Ghat attraverso la solita, sicura Main road e lì mi siedo su una gradinata a leggere e ad osservare i santoni che se ne stanno sotto una tenda a fumare marjuana. Hanno una botticella di plastica dalla quale spillano l’acqua e la vendono. Osservo per un po’ i barbieri che si avvicendano con i loro clienti. Il negozio di barbiere qui accanto è all’aperto, collocato lungo la scalinata, all’ombra di un grosso albero di pipal ed è composto da una sedia, da una mensola sulla quale stanno gli attrezzi, da uno specchio appeso al muro.
Nel tardo pomeriggio vado a camminare nella direzione dell’Assi Ghat. Mi siedo su una panca di pietra accanto a un sadhu che vedo sempre lì assorto nelle sue letture. Si ferma a parlare
una ragazza di 28 anni, di Fiume. Fa la fotografa, ma non ha un lavoro che le dia un reddito. Camminando da un ghat all’altro incontro ancora il sadhu che dirige la scuola di yoga e gli chiedo l’indirizzo e il costo delle lezioni no-profit: 250 rupie all’ora, pari a 3,5 euro. Non è poco qui in India!

Varanasi, mendicanti al ghat principale.

Varanasi, mendicanti al ghat principale.

Vicino al Kedar Ghat incontro Piero, un fotografo di Roma che sta scattando delle foto sui ghat. Ha 59 anni ed è scapolo. Mi racconta che fa il fotografo con un socio che si occupa di promuovere l’attività. In questo periodo sta fotografando soltanto il Gange, qui a Varanasi e a Rishikesh. Durante questo viaggio di tre mesi è stato anche a Goa dove ha lavorato come guida per un gruppo di turisti italiani. A Roma fa il fotografo di matrimoni, un’attività che gli permette di guadagnarsi da vivere. I lavori che svolge sono tutti in nero, mi confida, altrimenti non potrebbe sopravvivere. Nel 1976, durante il periodo del terremoto in Friuli, stava prestando il servizio militare a Codroipo e a Sacile. Ha partecipato, poi, agli interventi di soccorso nella zona di Gemona del Friuli.
22 aprile
Oggi effettuo una camminata breve al Dasaswamedh Ghat per osservare i matrimoni.

Varanasi, matrimonio di metà aprile al Dasaswamedh Ghat.

Varanasi, matrimonio di metà aprile al Dasaswamedh Ghat.

Non sono certa, ma oggi, mercoledì, ce ne sono molti di più degli altri giorni. Diversi sono arrivati a suon di musica e accompagnati dalle danze. Sulla Main road è sbucato dalla città vecchia di Bengali Tola, uno sposo vestito in abito tradizionale ed a cavallo; era accompagnato da un corteo che suonava e danzava. I parenti gettavano in aria delle banconote da 10 rupie, meno di 15 centesimi di euro ciascuna. Era senz’altro un matrimonio di una famiglia della classe media!
Sui ghat ho incontrato di nuovo Piero, il fotografo di Roma. Attendeva Helen, un’amica di origine inglese, che vive a Roma con il suo compagno. Insieme siamo andati nella sua stanza, in hotel dove ci ha preparato un buonissimo caffè con la moka. Lasciati i due nuovi amici in hotel, sono tornata al Dasaswamedh Ghat dove mi son fatta accorciare ancora i capelli dal mio barbiere di strada. Verso sera, al Chausatti Ghat, il mio amico barcaiolo guardandomi, mi dice che con i capelli tagliati sembro una classica vecchia signora! E’sera e passeggio ancora lungo i ghat. Incontro il sadhu che ricama le cinture e gli regalo la pagina del giornale che oggi ha pubblicato la sua foto. Mi siedo accanto a lui a leggere e lui rimane tutto il tempo in silenzio. Quando sto per andarmene mi regala un rosario induista di semi da portare come collana.

Varanasi, l'automassaggio del guru dopo il bagno nel Ganga.

Varanasi, l’automassaggio del guru dopo il bagno nel Ganga.

23 aprile
Passeggio attraverso i viottoli della città vecchia e mi siedo a leggere il quotidiano al Dasaswamedh Ghat. Sto molto bene tra le coppie di sposi che arrivano in continuazione al Gange per celebrare la puja, i parenti che scoperchiano pentole e cucinano il chapati su dei fornelli improvvisati, fotografi che scattano foto ricordo, barche che raccolgono a volte sposi e parenti a volte pellegrini e turisti per portarli a bagnarsi nell’altra riva del fiume sacro e poi tornare. Mi siedo su un tavolone, tra preti e guru che si contendono i clienti per la celebrazione della puja dirigendoli dall’alto verso i loro altarini già allestiti. Riguardo ai matrimoni, uno studente che sta frequentando un master sul commercio all’università di Varanasi mi conferma che la maggior parte dei matrimoni non vengono registrati negli uffici governativi e rimangono soltanto degli accordi economici tra le due famiglie. Per ottenere il divorzio, fatto che accade molto di rado, il matrimonio deve essere registrato. Mi dice anche che la gita al Gange avviene all’indomani dello sposalizio, cioè il giorno dopo che la sposa è andata ad abitare presso la famiglia del marito. Come ho scritto più volte, continuo a raccogliere le informazioni dalla gente comune così, come di volta in volta mi vengono raccontate, con le assonanze e le contraddizioni che le caratterizzano via, via.
Questa mattina, l’arrivo di un gruppo di pellegrini dal sud dell’India insieme al loro guru e alla moglie ostacola l’afflusso di clientela agli altarini che stazionano qui, tutti i giorni, allo stesso posto. Questi guru, preti o pseudo sacerdoti, in attesa dei clienti per celebrare la puja, pagano un affitto al proprietario del ghat, così come tutti i negozietti e i venditori che stazionano all’aperto e al chiuso. Il guru del sud è molto carismatico e i suoi fedeli lo adorano baciandogli i piedi e colmandolo di fiori.

Varanasi, pellegrini del sud al Dasaswamedh Ghat con il loro guru e sua moglie.

Varanasi, pellegrini del sud al Dasaswamedh Ghat con il loro guru e sua moglie.

Mentre sta distribuendo le benedizioni, il guru del sud, schizza ignaro dell’acqua sulla tavolozza di un prete e suscita la sua ira. I fotografi impazziscono: è un business spaventoso e tutti vogliono farsi fotografare con il guru e la folla che lo attornia continua a nascondere gli altarini sui rialzi di preti e guru. Lo studente mi spiega come riconoscere i guru, cioè i maestri di vita, dai preti che celebrano le puja. I guru hanno 4 linee colorate di bianco sulla fronte interrotte a metà da segni rossi verticali. Rimane il fatto che molti celebratori non sono niente: né bramini, né preti, né guru, ma svolgono questo tipo di attività raccogliendo poi le offerte. Terminata velocemente la lettura del quotidiano mi incammino verso il Manikarnika Ghat: ci sono delle pire accese anche ora. Salgo la gradinata che porta alla città vecchia e incrocio due funerali che stanno arrivando per la cremazione con i parenti che accompagnano le salme con canti e mantra. Se raggiungo questi ghat, camminando sul lungofiume, riesco a far ritorno a Bengali Tola attraverso le stradine tortuose della città vecchia: il percorso opposto non sono ancora in grado di farlo. Mi fermo in un tempio gremito di gente in preghiera dove un sacerdote distribuisce benedizioni: il Santa Deli Temple. Scatto qualche fotografia con il cellulare, ma mi avvertono che in questo luogo è vietato farlo. Mi siedo a leggere in un viottolo, su una comoda panca di pietra. Dopo un po’ mi si avvicina un anziano indiano vestito con l’abito bianco tradizionale, ma molto sudicio: parla inglese e chiacchiera molto. Mi racconta che è un insegnante di scritture religiose antiche, ma ricordo di averlo già incontrato nel settembre scorso e mi aveva chiesto dei soldi. Spengo l’e-book e m’incammino verso Bengali Tola, ma il signore non mi lascia. Gli dico che preferisco camminare da sola, mi risponde “ok”ma me lo ritroverò più volte, fin quasi alla guest house. Sulla Main road incontro il sadhu che ieri mi aveva regalato il rosario indù: oggi vuole donarmi una cintura realizzata da lui, con i campanellini alle estremità che suonano ad ogni mio piccolo movimento! Nel mese di maggio andrà anche lui a Dharamsala: sta aspettando che arrivino dei suoi amici giapponesi che ora stanno visitando l’India del sud, poi con loro farà il viaggio.

Varanasi, matrimonio con arrivo dello sposo a cavallo e in abito tradizionale, accompagnato da musiche e danze.

Varanasi, matrimonio con arrivo dello sposo a cavallo e in abito tradizionale, accompagnato da musiche e danze.

Tornando in guest house, nel tempio accanto c’è una coppia di sposi con i familiari. Hanno appena terminata la celebrazione della puja e la sposa sta singhiozzando e abbracciando prima l’uno e poi l’altro genitore. E’ un attimo, ma mi commuovo anch’io. Mi giunge alla mente un ricordo lontano di quasi cinquant’anni fa, quando uscendo dalla chiesa dove mi ero appena sposata, i miei due fratelli mi chiamavano con le lacrime agli occhi. Poi, gli anni sono passati e la spartizione discriminata delle misere proprietà hanno disgregato ogni rapporto tra di noi.
24 aprile
Grande sosta al Dasaswamedh Ghat e dintorni a guardare le numerose coppie di sposi che continuamente arrivano al Gange per la puja nuziale. Mi sembra di essere tornata bambina quando, nella borgata dove abitavo, quando c’era un matrimonio noi bambini eravamo felici perché raccoglievamo i confetti che i parenti degli sposi gettavano in aria. Camminavamo a quattro zampe, passando tra le gambe degli invitati per raccoglierli e tornavamo anche dopo la cerimonia a scuotere i cipressi e a cercare tra l’erba nella speranza che qualche confetto fosse sfuggito. Qui, in India, non ci sono confetti, c’è solo il business della puja per i guru e i preti o, comunque, per gli addetti alla cerimonia sul Gange.

Varanasi, Dasaswamedh Ghat. Pellegrini del sud raccolti in preghiera sulla riva della Madre Ganga.

Varanasi, Dasaswamedh Ghat. Pellegrini del sud raccolti in preghiera sulla riva della Madre Ganga.

Oltre agli sposi con i loro cortei, arrivano continuamente, qui sul Gange, pellegrinaggi da ogni parte dell’India. Molti fedeli vengono a Varanasi per far celebrare la puja per i familiari morti da poco. Oggi c’erano due fratelli di una certa età a cui era mancata la madre da tre giorni. L’avevano fatta cremare al Manikarnika Ghat e stavano cercando un prete per la cerimonia della puja. Sono arrivati poi dei fratelli di un altro nucleo familiare a cui era mancato da poco il padre e si sono aggiunti alla stessa cerimonia. Questa puja non l’ha celebrata l’anziano guru con le quattro righe bianche sulla fronte, ma un suo aiutante vestito pure lui di bianco, ma con soltanto il terzo occhio disegnato sulla fronte. Il guru anziano, titolare di quella piattaforma in legno con gli altarini dei vari dei, ha preferito occuparsi delle puja nuziali.
25 aprile
Camminata sui ghat, dal Dasaswamedh Ghat raggiungo il Manikarnika Ghat e proseguo oltre, superando sia il Shindhia sia Ram Ghat. Al Dasaswamed Ghat c’erano delle coppie di sposi, ma uno degli anziani guru che sto osservando mentre contratta i prezzi delle puje mi informa che oggi non ci sono molti matrimoni. Il boom è previsto per il 28 aprile. Parlo con una coppia di sposi e poi con una giovane signora madre di due bambini: chiedo loro se il matrimonio è stato deciso dalle famiglie oppure è un matrimonio d’amore. Risposta: matrimonio deciso dalle famiglie. Rimango meravigliata di come siano tutti, spose, sposi, parenti, fieri di aver realizzato un matrimonio scelto dalle famiglie. Dico loro che mi era sembrato di aver notato nei due sposi un certo affiatamento, cosa che non avevo mai visto nelle altre coppie. Mi sono azzardata ad aggiungere che forse è un matrimonio d’amore prima che di famiglia, ma tutti, sposi e parenti hanno voluto precisare che si trattava esclusivamente di un matrimonio deciso dalle famiglie.

Varanasi, Dasaswamedh Ghat. Rituale con avvolgimento di cibo nell'abito della sposa.

Varanasi, Dasaswamedh Ghat. Rituale con avvolgimento di cibo nell’abito della sposa.

Superato il Manikamika Ghat delle cremazioni, mi fermo a guardare la vasca che secondo una leggenda è stata scavata da Shiva con le mani per cercare l’orecchino che sua moglie, Parvati, aveva perso. Lungo il percorso verso nord, mi fermo a leggere sotto un ombrellone vuoto: di lì a poco arriva un indiano di mezza età che con molta disinvoltura si accuccia lungo il bordo della stradina e girandomi le spalle fa la pipì. Mi sposto immediatamente e mi fermo al posto dove qualche giorno fa un bambino aveva portato il pranzo al Gange. E’ un’impalcatura che poggia sulle acque del fiume con dei pali di sostegno ai quali ogni tanto approdano le barche. C’è qualche dondolio ogni tanto, ma non ci faccio caso. E’ appena arrivato un barcone carico di pellegrini del sud. Stanno andando a consultare un guru che abita nelle vecchie case in alto per celebrare con lui la puja. Là sotto, nel fiume, alcuni ragazzi stanno facendo il bagno e poi salgono e mi si avvicinano per guardare incuriositi il mio e-book. Improvvisamente vedo arrivare correndo giù per la gradinata i pellegrini del sud e, li guardo mentre risalgono in tutta fretta, sull’enorme vecchio barcone che li aveva da poco portati lì. Si allontanano agitati e vocianti, verso il Dasaswamed Ghat insieme al robusto barcaiolo impegnato a remare il più veloce possibile.

Varanasi, pellegrine del sud dell'India che che hanno offerto i loro capelli al Gange.

Varanasi, pellegrine del sud dell’India che che hanno offerto i loro capelli al Gange.

Più tardi capirò il motivo del poco tempo trascorso dai pellegrini presso il guru e della loro fretta di andarsene via. Mentre me ne sto ancora tranquillamente seduta su questa specie di terrazza di legno sul fiume, arriva un indiano che già avevo incontrato lì, nei giorni scorsi e sposta anche questa volte le mie ciabatte dicendomi che il posto dove sto seduta è un tempio. Inizia di nuovo a propormi dei massaggi dalla testa ai piedi fino a che decido di andarmene. Risalgo lungo la scalinata che porta alla città vecchia, la stessa che aveva percorso il gruppo di pellegrini, poco tempo prima. Passeggio per le vecchie strade e incontro un fornito mercato di vegetali: la carne qui non si vede mai, il pesce solo rarissimamente, uova a volte, latte, formaggio e yoghurt invece, più spesso. Un bambino mi indica di guardare verso l’alto, ma io interpreto che voglia segnalarmi un vecchio edificio adibito a tempio. Anche questo segnale lo comprenderò più tardi. Scatto qualche foto alle bancarelle e ad una scimmia che su un cornicione sta mangiando un pomodoro. Più avanti mi ritrovo davanti il solito signore che insiste per farmi da guida: è sempre vestito di bianco, con l’abito tradizionale, ma sempre più sporco. So che sta preparando il momento per chiedermi dei soldi e gli chiedo di lasciarmi sola: dopo qualche altro tentativo si rassegna e se ne va. I vicoletti per tornare a Bengali Tola non li conosco bene: ci sono troppe diramazioni che si assomigliano, ma so di essere nella direzione giusta. Trovo un’uscita sulla Main road: la riconosco, ma è ancora lontana da Bengali Tola, sono ancora dalle parti di Godaulia o Godonia. Fa molto caldo e preferisco rientrare nelle vecchie stradine, e camminare all’ombra degli antichi edifici. Lì, a Godonia, mi accorgo che nella piazzuola c’è un assembramento di gente allarmata, spaventata per qualcosa appena accaduto o che potrebbe accadere. Tutti stanno guardando verso l’alto, nella direzione degli edifici più elevati, come se fosse scoppiato un incendio o ci fosse stato un attentato. Seguo gli sguardi anch’io: mi guardo in giro, ma non vedo nulla. Più tardi, arrivata a Bengali Tola e uscita sulla Main road, incontro il sadhu manager, il direttore della scuola di yoga che ho conosciuto giorni fa. Mi informa con angoscia che c’è stato un terremoto di 7.9 gradi della scala Mercalli poche decine di minuti prima. I suoi allievi sono fuggiti dalla scuola ed è stato costretto a chiuderla. Mi riferisce che l’epicentro è stato in Nepal, ma che anche nelle regioni dell’India del nord- est ci sono stati dei danni e delle vittime.
Tornando in guesthouse incontro Raul, uno dei proprietari, che mi rassicura riguardo al Kashmir indiano dove sta mio figlio. In quella zona pare non ci siano stati danni. Più tardi, attraverso internet, apprenderò che il terremoto ha provocato dei danni ingenti al patrimonio archeologico del Nepal oltre a numerose vittime: una grande tragedia, un immenso dolore per questo Paese che ho da poco visitato!

Varanasi, panorama dal tempietto accanto al Dasaswamedth Ghat

Varanasi, panorama dal tempietto accanto al Dasaswamedth Ghat.

26 aprile
Sto ricevendo diverse chat, mail e messaggi da figli, nipoti, amiche e amici. Tutti sanno che sto nelle zone colpite dal terremoto e vogliono accertarsi sulle mie condizioni di salute.
Sono al Dasaswamedh Ghat a leggere il giornale con le notizie strazianti sul terremoto in Nepal, ma anche sulle diverse vittime causate nel nord-est dell’India e in Uttar Pradesh, la regione cui appartiene Varanasi. Oggi è domenica e, nonostante il terremoto, ci sono diversi pellegrinaggi sui ghat con una grande richiesta di puje per guru, preti e celebranti in genere. C’è un gruppo che arriva da Madras e rimane a Varanasi per dieci giorni; un altro pellegrinaggio proviene da Gorakhpur e si ferma soltanto un giorno, il tempo per bagnarsi nel Gange, celebrare la puja e visitare il Vishwanath Temple. Mentre mi aggiro lì, sul ghat principale, incontro un santone abbastanza giovane, tutto vestito di nero. Gli chiedo qualche informazione sulla sua attività e mi racconta che veste di nero solo il sabato e la domenica, quando celebra un particolare magico rituale denominato Angori puja nel tempio Alkalbero, nei pressi del Panchganga Ghat, un luogo sacro dove si incontrano le acque di 5 fiumi: Gange, Yamuna , Sarwati, Kirana e Dhutpapa. Mi parla di questo tempio come di un luogo importantissimo e mi invita a seguirlo per scoprirlo. Non ci vado oggi con lui, non mi fido molto, ma forse cercherò quel tempio in futuro! Lasciato l’uomo nero, m’incanto come ogni giorno a guardare la gente e mi sembra di riconoscere in una donna una turista che avevo incontrato qualche sera fa, al Chausatti Ghat. Non è lei, ma scambiamo qualche chiacchiera ugualmente. E’ francese, pensionata, lavorava nel commercio, sta facendo un viaggio di 5 mesi, uno dei quali l’ha trascorso in Sri Lanka. Sta viaggiando con un’amica.

Varanasi, Dasaswamedh Ghat.

Varanasi, Dasaswamedh Ghat.

Nel pomeriggio vado verso il Kedar Ghat attraverso la città vecchia: lì mi siedo a leggere e ad osservare la gente, accanto al tempio, in un posto ben ventilato. Dopo un po’ arriva uno spagnolo di 52 anni che viaggia portandosi sempre dietro una scatola-valigetta di scacchi. Gli si avvicina un indiano e si mettono subito a giocare, attorniati da un immediato folto gruppo di spettatori. Di seguito si ferma Cristina, la ragazza del Cadore che fa l’infermiera di strada ed è in viaggio con Michelle, il suo ragazzo francese. Anche lei ora risiede in Francia, è disoccupata, ma riceve un assegno mensile dallo Stato francese. Mentre Cristina sta andando via, passa di lì il sadhu dei regalini e lo chiamo. Non riusciamo a comunicare: lui non parla inglese e io non capisco l’indi. Credo di aver compreso soltanto che nei prossimi giorni si sposterà a Dharamsala per vendere le cinture che ha realizzato. Mi insegna a recitare dei mantra. Sgranando con le dita i semi della corona-collana che mi ha regalato devo dire: Om Navasi Vai per ogni granello. Poi, mi indica un altro mantra da recitare allo stesso modo che dice: Randam Sate. Tornando verso il Dasaswamedh Ghat mi fermo al Chausatti Ghat e mentre sto chiacchierando con Sonu si siede accanto a me Piero, il fotografo di Roma e concordiamo un incontro per domani mattina alle 10.00, nella sua stanza d’albergo per bere il caffè della sua moka.
27 aprile
Alle 10: 04 salgo nella stanza di Piero, il sessantenne romano, originario di Potenza. E’in mutande! Mi prepara il caffè lasciando la porta della camera aperta e visibile al personale dell’hotel che sta andando avanti e indietro. Il caffè è buonissimo! Parliamo un po’ del recente terremoto qui e in Nepal. La stanza di Piero sta al quinto piano di un antico palazzo di sette piani; lui tiene sempre a portata di mano il passaporto e i soldi per fuggire sul tetto a terrazza dell’albergo. Secondo il suo ragionamento, salendo sul tetto, in caso di una forte scossa, avrebbe maggiori probabilità di salvarsi.
Piero è sociologo come me: si è laureato dopo aver terminato il servizio militare che ha svolto in Friuli. Mi racconta, con orgoglio, che nella sua vita non ha mai accettato di intraprendere nessun tipo di carriera, né militare né accademica. Per quindici anni ha lavorato a Londra come guardiano di un’azienda, poi, rientrato in Italia, ha intrapreso l’attività di fotografo. Attribuisce la sua incostanza al fatto di essere figlio di un militare continuamente costretto a spostarsi da una città all’altra. Secondo lui, questo girovagare da un luogo all’altro, in particolare durante l’infanzia e l’adolescenza, gli hanno impedito di adeguarsi ad un’attività stabile. Piero, oltre a scattare delle fotografie, qui a Varanasi, trascorre diverso tempo nella sua stanza d’albergo ed anche ora preferisce rimanere qui. Ci lasciamo con l’accordo di vederci domani, ancora per il caffè e vado a camminare sui ghat.

Varansi, meditazione lungo i ghat.

Varansi, meditazione lungo i ghat.

Attraverso il Manikamika Ghat dove ci sono diverse pire accese e dei parenti che celebrano i rituali, insieme ai sacerdoti. Più avanti, sul lungo fiume, trovo un posto libero dove ci sono gli ombrelloni con panca e mi siedo a leggere il giornale. Ad uno ad uno arrivano i procacciatori, quelli nuovi, che evidentemente non mi hanno ancora incontrata. Tutti hanno delle offerte da farmi: c’è chi mi propone un giro al ghat delle cremazioni, ma sono già caduta una volta nella trappola, chi mi propone un massaggio, chi una visita al suo negozio e chi tasta solo il terreno per capire dove portarmi. Poi, al mio rifiuto deciso, se ne vanno, ad uno ad uno, ma tutti dicendomi di essere poveri e con una famiglia da sfamare. Ora vedo arrivare il mio amico sadhu con un pezzo di sapone: deve fare il bucato degli abiti che indossa. Entrambi cerchiamo di comunicare, anzi di interpretare quello che vogliamo dirci. Il sadhu viene subito redarguito da una sedicente guida che avevo rifiutato poco prima. Lo accusa di avergli portato via la cliente ripetendo, rivolto verso me, ancora la storia di essere vedovo con due figli piccoli da mantenere. Il sadhu ed io non gli diamo retta e camminiamo insieme lungo il Gange, fin quando lui si ferma per il bucato: mi fa segno di accomodarmi, come se fossimo arrivati a casa sua. Preferisco proseguire e risalgo lungo la prima scalinata che trovo per poi attraversare la città vecchia e tornare verso Bengali Tola.
Nel pomeriggio mi siedo a leggere al tempietto che sta prima del Kedar Ghat, il posto frequentato dai giocatori di carte. Saluto Raul che sta passando di lì per andare al Kedar Temple, alla cerimonia del lunedì, giornata dedicata a Shiva. Incontro ancora Cristina che sta leggendo un libro di Jedoroski sui tarocchi. Ne parliamo e mentre torno verso il Dasaswamedh Ghat incrocio il mio amico sadhu tutto pulito e con gli abiti freschi di bucato.

Varanasi, santoni lungo il Gange.

Varanasi, santoni lungo il Gange.

28 aprile
Oggi Piero è indisposto e rimango da lui soltanto il tempo per prendere un cappuccino. Fuori pioviggina e sta tirando un forte vento; al Dasaswamedh Ghat c’è poca gente ora. Il mio barbiere recupera un ombrellone e ci sediamo a chiacchierare su una panchina, al riparo dal vento. A noi si uniscono altri barbieri, in questo momento disoccupati. Uno di loro, un ragazzo di 24 anni, ci racconta di essere felicemente sposato con un matrimonio combinato e di avere già due bambini: uno di 4 anni e l’altro di uno e mezzo. Abita in famiglia, ma le due mogli, la sua e quella del fratello non vanno d’accordo. Avendo due case, una in città e l’altra in periferia, le due famiglie hanno trovato l’accordo di alternarsi nelle abitazioni con dei turni di un mese, ciascuna. Ora ha smesso di piovere, cammino fino al Manikamika Ghat e mi soffermo a guardare con tristezza le pire che bruciano e i gruppi familiari che assistono in silenzio alla procedura. Osservo commossa le pire spostando lo sguardo dall’una all’altra e assorta nei miei pensieri. A momenti mi interrompono ancora le voci dei procacciatori che vorrebbero sempre accompagnarmi a visitare negozi, a vedere le pire da vicino o dall’alto, a fare un giro in barca. Mentre sto tornando indietro, poco dopo il Manikamika Ghat, vedo arrivare un barcone carico di pellegrini: li seguo per le stradine e vedo che stanno andando ad accodarsi alla lunghissima fila del Shiva Temple, un luogo strettamente presidiato dai militari che ho già visitato tempo fa. Torno sulla Main road di Bengali Tola e scendo la scalinata del Dasaswamedh Ghat: ora è affollatissimo di coppie di sposi e pellegrini. Osservo per un po’ i santoni che celebrano le puja nuziali per alcuni gruppi e le parenti donne che preparano i rituali fai da te per altri. Alcune barche sono pronte per la partenza: sono addobbate con lunghe corde con dei fiori veri inseriti tra gli intrecci che trascinano lungo il fiume. Alcuni barconi nuziali stanno tornando: i cortei scendono assediati dai fotografi che a volte riescono a strappare il consenso per qualche foto ricordo. Un gruppetto di pellegrini che sta lì accanto vuole farsi fotografare con me: scattano una moltitudine di foto con il cellulare, ma un fotografo coglie il momento per inserirsi con il suo lavoro. Mi mostrano la foto scattata dal professionista: è molto chiara, sovraesposta, ma loro non ci fanno caso e sono contenti. Mi capita spesso di essere fotografata con le persone, probabilmente a causa della mia pelle bianca e al fatto che sono quasi sempre sola. Mentre torno in guest house dopo aver pranzato con un thali, incontro Cristina che vorrebbe farsi leggere i Tarocchi. Ci accordiamo per incontrarci dopo le 17.00 al tempietto che sta verso il Kedar Ghat, ma non riusciamo a vederci.

Varanasi, puja serale al tempietto accanto alla mia guesthouse, in Chousatti Ghat.

Varanasi, puja serale al tempietto accanto alla mia guesthouse, in Chousatti Ghat.

Mentre rimango seduta al Chausatti Ghat arriva Sonu, il barcaiolo: è stato due giorni a Bodhgaya per festeggiare il matrimonio del cognato di sua sorella. Mi racconta che qui in India, come in Italia, per i matrimoni vengono fatti dei regali o vengono dati dei soldi.
Sul tardi mi arriva un sms di Piero che mi informa di aver comprato il biglietto per Bombay e che partirà già domani mattina.
29 aprile
Tento di arrivare nella zona del Manikanika Ghat attraverso le stradine della città vecchia e finalmente ce la faccio. Mi avventuro tra i vicoletti e chiedendo qualche indicazione alla gente riesco a sbucare esattamente al ghat delle cremazioni.

Varanasi, città vecchia.

Varanasi, città vecchia.

Lungo il percorso c’è un bel mercatino di vegetali e tanti, tantissimi templi. La zona vecchia accanto al Manikanika Ghat è molto animata. Al ritorno, cambiando i vicoletti, trovo un altro grande mercato di vegetali con i prezzi molto più convenienti che a Bengali Tola, la zona dove abito. L’onestà di questi rivenditori mi commuove. Intorno al ghat delle cremazioni ci sono diversi gruppi di pellegrini seduti in cerchio che celebrano la puja. Subito dopo la vasca scavata da Shiva per cercare l’orecchino di Parvati ci sono più pellegrini del solito. Due sorelle con la figlia piccolissima di una delle due e una cognata vogliono farsi fotografare insieme a me. Sono del sud, dalle parti di Hampi, e si fermano a Varanasi per tre giorni. La ragazza è sposata con un cugino: il matrimonio è stato deciso dalla famiglia e lei dice di essere contenta. Il gruppetto familiare appartiene alla prima casta, ma non sono bramini. La ragazza sposata abita nella famiglia del marito e si occupa della casa; ha frequentato fino alla dodicesima classe, ma ora vorrebbe riprendere gli studi e diventare insegnante. Concordiamo insieme sulla validità della scelta alternativa all’occuparsi solo di casa, marito, figli. La sorella maggiore è laureata in ingegneria delle comunicazioni e sta cercando lavoro. La cognata è giovane, sta frequentando la decima classe e solo alla dodicesima i ragazzi indiani possono scegliere l’indirizzo di studi futuro. Lei, comunque, desidera diventare medico.

Varanasi, la città vecchia nei pressi del Ram Ghat.

Varanasi, la città vecchia nei pressi del Ram Ghat.

Proseguo il mio giro intorno al ghat e vado a fotografare altri pellegrini, ma il gruppetto familiare mi raggiunge per parlare ancora e per scattare altre foto. Proseguo lungo i ghat fin quasi al grande ponte sopra il quale passa la ferrovia. Anche quassù c’è qualche guru che celebra la puja per alcuni pellegrini, oltre a diversi uomini che fanno il bagno ed a diverse barche in attesa di turisti. Cammino ancora lungo i ghat e poi salgo la scalinata per scoprire questa parte della città vecchia. Tra la scalinata del Lal Ghat e il Gaay Ghat le stradine sono animate. Tra i palazzi c’è un cortile con dei bambini che giocano a cricket: sono numerosi e chiedo loro il motivo per cui non siano a scuola considerato che sono le 11.00 di mattina di un giorno feriale. Mi rispondono che la scuola è finita e che sono in vacanza. Non è vero perché verso mezzogiorno incontro diversi bambini e bambine che stanno proprio tornando da scuola. L’orario va dalle 7:00 alle 12:00, mi dicono i genitori che li accompagnano.

Varanasi, interni del Manikanika Ghat. Bambini che non frequentano la scuola e giocano a cricket in un piazzale.

Varanasi, interni del Manikanika Ghat. Bambini che non frequentano la scuola e giocano a cricket in un piazzale.

I bambini che stanno giocando a cricket mi chiedono con prepotenza di dar loro una rupia a testa: mi rifiuto e dico loro di andare a scuola. Cerco di scattare qualche foto, ma mi dicono di non farlo. Anche delle bambine che stanno poco distanti dai ragazzini mi dicono di non scattare loro delle foto. Questa parte della città vecchia si presenta ricca di piccoli templi, mercati, botteghe e tea-stalls. Fa molto caldo, la mia guesthouse è distante, ma resisto alla tentazione di prendere il risciò: le città le scopro soltanto camminando.
Nel pomeriggio vado a sedermi al solito tempietto che sta prima del Kedar Ghat. Ci sono gli abituali giocatori di carte, ma poi, arrivano dei turisti e una ragazza di Barcellona che ha appena vissuto l’esperienza del terremoto in Nepal e ce la racconta. Sul tardi arriva Michelle, il ragazzo di Cristina e, dopo un po’ anche Cristina. Lei ha le carte dei Tarocchi con sé e ce le leggiamo a vicenda. Mi regala una pietra che porta appesa al collo e mi dice che si tratta di una Labrador, una pietra africana, simbolo della femminilità: mi raccomanda di lavarla nel Gange per pulirla della sua energia e fare in modo che si carichi della mia. Questa operazione la farò al Chausatti Ghat, sotto gli occhi del mio amico Sonu, il barcaiolo, al quale racconterò emozionata l’episodio.

Varanasi, venerazione di un albero al Santa Deli Temple

Varanasi, venerazione di un albero al Santa Deli Temple

30 aprile
Cammino verso il Dasaswamedh Ghat e poco prima di arrivarci vedo il giocatore di scacchi di Madrid con la sua valigetta seduto in una tea-stall. Scambiamo qualche parola e poi, mi dirigo a sud, nella direzione dell’Assi Ghat percorrendo i vicoletti della città vecchia. Al Shivala Ghat rientro sulla riva del Gange e mi siedo all’ombra di un grande albero di pipal e ci rimango a lungo. Fa molto caldo: leggo un po’ e ogni tanto osservo le modalità di lavoro di un procacciatore di turisti che in questo momento sta parlando con un viaggiatore sloveno che passava di lì. E’ di Lubiana, ma si definisce europeo: si ferma poco a chiacchierare e preferisce proseguire il suo cammino sotto il sole cocente. Arriva una coppia di Los Angeles: un ragazzo di 26 anni, laureato in cinema, e una ragazza di 23 anni, laureata in pubbliche relazioni. Stanno viaggiando in India con un visto di un mese e devono decidere se sia il caso di rientrare a casa o di prolungare il viaggio. Ci lasciamo con la promessa di rivederci presto. Li incontro di nuovo, verso sera, al tempietto vicino al Kedar Ghat. Devo comprare l’offerta al Gange per il Nepal che mi ha chiesto Lucia, l’amica di Doriana e non mancano le occasioni. Una moltitudine di bambini e bambine s’aggirano per i ghat vendendo composizione di fiori: ne acquisto una con i fiori bianchi e rosa, con una candela in mezzo. Affido il piattino alle acque del Gange che se lo porta subito quasi al centro del fiume, aiutato dal grande movimento di barche che a quell’ora si spostano creando una moltitudine di onde. Mentre cammino verso il Chausatti Ghat mi si affianca un bramino: ha tre linee bianche sulla fronte e mi spiega che le portano i fedeli di Shiva. Se le tre linee sono interrotte a metà significa che chi le porta è seguace di Vishnu, un’altra importante divinità indù. Il bramino mi dice di essere vegano, così pure tutta la sua famiglia. Gli faccio presente quanto sia difficile per me rinunciare al latte, ai formaggi, allo yogurt, ma lui mi rassicura dicendomi che l’importante è non uccidere!

Varanasi, Main road. Le fioraie.

Varanasi, Main road. Le fioraie.

Venerdì 1 maggio 2015
Cammino verso Godonia e poi proseguo oltre il Manikanika Ghat: ci vado attraverso la Main road e poi entro nella parte vecchia della città per raggiungere i ghat che stanno dopo le cremazioni. Accanto alla riva ci sono sempre dei bagnanti mentre sui sopralzi in legno, riparati dal sole con dei tetti in lamiera ci stanno guru e preti in attesa dei fedeli. Da queste parti mi pare ci siano poche richieste di puje così gli addetti alle celebrazioni trascorrono molto tempo in meditazione, fermi, immobili, con gli occhi chiusi e le gambe incrociate. Qualcuno di loro scende al Gange e dopo il bagno fa degli esercizi di ginnastica, appoggiandosi al parapetto del terrazzamento. Leggo il quotidiano e qualche pagina di un libro e poi risalgo in città attraverso una scalinata ripidissima. Ormai, da queste parti mi riconoscono e non mi fanno più le solite proposte truffaldine per spillarmi dei soldi. Lungo la scalinata c’è un tempio dedicato a Krishna, poi, poco più sopra, c’è il Windu Madhaw Temple dove i pellegrini, arrivati in barcone al ghat, si fermano a dare un saluto veloce agli dei ed a dissetarsi alle brocche in terracotta poste all’interno. Gli indiani sanno bere senza appoggiare la bocca alla bottiglia o al mestolo: si versano l’acqua in bocca tenendo la testa rivolta verso l’alto.

Varanasi, vicoletti di Bengali Tola.

Varanasi, vicoletti di Bengali Tola.

Seguo ancora questo gruppo di pellegrini che arriva dal sud dell’India e lo lascio al Maa Kashi Visalakshi Temple, dove ai non indiani è proibito entrare. All’esterno del tempio, proprio sulla porta, c’è un santone con un pappagallo: sta celebrando dei rituali facendo scorrere l’animale sui corpi delle persone. Alla fine dell’operazione, il pappagallo afferra i soldi dei fedeli con il suo becco e li porge al padrone! Il santone non vorrebbe essere fotografato, ma, quando si distrae riesco a riprenderlo.
2 maggio
Oggi mio figlio compie 34 anni. Non sono riuscita a chiamarlo via skype, ma l’ho sentito attraverso il telefono di Raul, uno dei proprietari della guest house che mi ha prestato il suo telefono.
Nella mattinata vado un po’ al Dasaswamedh Ghat a guardare i matrimoni che non mi annoiano mai.

Varanasi, coppia di sposi sulla riva del Gange.

Varanasi, coppia di sposi sulla riva del Gange.

C’è una sposa vestita di verde, con il volto coperto dal velo. Mi dicono che le spose possono scoprire il viso solo dopo essere entrate a far parte della famiglia del marito. Riguardo al colore verde dell’abito di questa sposa, pare che in questo caso sia una scelta libera, dettata dalla credenza che quella tinta sia portatrice di fortuna. Più tardi, di sera, vedrò un’altra sposa non vestita con il consueto colore rosso, ma in giallo. In alcuni casi, quindi, le spose scelgono gli abiti del colore loro preferito. La coppia con la sposa vestita di verde è molto colta: è composta da un ingegnere elettrico e da una hostess di terra. Mi spiegano che ora il 60% delle coppie indiane registrano il loro matrimonio negli uffici governativi in quanto lo richiede lo Stato, ma per tradizione sono molte ancora le coppie che si sposano soltanto con l’accordo tra le famiglie. Pranzo con Cristina, Mikael e i due ragazzi californiani. Usciti dal locale, poco distante da lì troviamo un parco e ci fermiamo a chiacchierare ancora un po’. In un attimo si uniscono a noi diversi indiani che collaborano con i miei amici per preparare un miscuglio di tabacco e hashish che infilano in un tronchetto di terracotta e se lo fumano passandoselo tra di loro. Un indiano arriva lì con un sacchetto di plastica con dentro il cjai e dei bicchieri di plastica che riempie e distribuisce a tutto il gruppo. Al tramonto, insieme ai due ragazzi americani, lasciamo i nuovi amici e andiamo a passeggio lungo i ghat. Offro una composizione di fiori al Gange, ma il piattino non si allontana moltissimo e la candela non dura a lungo accesa come avrei voluto. Rifarò l’offerta prima di lasciare Varanasi.

Varanasi, mercato di vegetali nei pressi del Manikanika Ghat.

Varanasi, mercato di vegetali nei pressi del Manikanika Ghat.

Domani andrò a Sarnath in un centro di meditazione Vipassana. Rimarrò lì per 10 giorni. Alle 11.30 dovrei incontrare Cristina, Mikael e gli amici americani per un cjai di saluto. Arriva solo Cristina portandomi i saluti di Mikael che è a letto con un forte mal di capo, causato dagli eccessivi bagordi della notte precedente. Troverò più tardi un messaggio su facebook da parte dei cari ragazzi americani. Pranzo insieme a Cristina che poi mi riaccompagna alla guest house per salutarmi lì. Quando ritornerò dal corso di meditazione lei e il suo ragazzo si saranno spostati verso Rishikesh, probabilmente.

Varanasi, nei pressi del Kedar Ghat. Pastore che lava le sue mucche durante il loro lungo bagno quotidiano nel Gange.

Varanasi, nei pressi del Kedar Ghat. Pastore che lava le sue mucche durante il loro lungo bagno quotidiano nel Gange.

14 maggio
Parto in risciò da Varanasi e arrivo al Centro di meditazione Vipassana di Khargipur, un villaggio che dista 8 km da Sarnath, il luogo dove il Buddha si è ritirato dopo aver avuto l’illuminazione. Insieme agli altri corsisti consegno il passaporto, il cellulare, l’e-book e il portamonete con soldi, bancomat e carte di credito. Il tutto mi verrà restituito alla fine del corso. Tra i corsisti ci sono 30 maschi, di cui 6 stranieri, 2 dei quali oltre a frequentare le lezioni prestano servizio al Centro in cambio di vitto e alloggio. I rimanenti 24 maschi sono tutti indiani di varie età. Le donne sono soltanto 8: 4 indiane e 4 straniere. Tra le indiane ce ne sono due sulla cinquantina: una fa parte di una commissione governativa permanente per l’emancipazione delle donne, l’altra insegna filosofia all’università di Varanasi. Delle altre due indiane, una giovane e l’altra di mezza età non so che professione svolgano, comunque appartengono senz’altro ad una casta elevata. Le straniere, oltre a me sono: una ragazza di 23 anni, spagnola che gestisce stagionalmente un bar di un camping a Merida; una psicopedagogista di 35 anni, nata alle Isole Canarie, ma residente a Barcellona dove lavora su progetti di scolarizzazione per adulti; una ragazza greca di 29 anni che sta girando l’India scattando delle fotografie. Una delle regole del corso da rispettare rigorosamente è il silenzio da mantenere fino al pomeriggio del decimo giorno: non si può comunicare né con gesti, né con sguardi e nemmeno con parole. Il metodo Vipassana consiste in una tecnica di meditazione molto antica, scoperta dal Buddha oltre 2500 anni fa. Questa procedura insegna a vedere le cose in profondità, a percepirle come sono realmente attraverso l’osservazione del proprio respiro naturale per essere presenti a se stessi in una fusione corpo-mente liberatoria. E’un’esperienza diretta di verità e un processo di purificazione della mente che porta la persona a liberarsi da qualsiasi forma di sofferenza.
Questo processo viene denominato Dhamma ed è un universale rimedio per i problemi dell’universo; non ha nulla a che vedere con le religioni e le sette, può essere praticato liberamente e portare benefici a tutti attraverso l’introspezione. Il metodo praticato in questo Centro
fa riferimento all’insegnamento del guru S. N. Goenka, un maestro di origine birmana deceduto qualche anno fa. Goenka proveniva da una ricca famiglia indù e, in passato, era stato un ricco uomo d’affari che aveva girato tutto il mondo per lavoro. Verso i 25 anni era stato colpito da dolori fortissimi al capo che l’avevano portato ad assumere morfina per alleviarne il dolore. Dopo vari tentennamenti era approdato al metodo Vipassana e questo modo scientifico di affrontare la realtà gli ha salvato la vita. Diventa insegnante Vipassana egli stesso, prima in Birmania e in seguito in India, quando riesce a trasferirsi qui, nonostante un momento in cui era difficilissimo lasciare il suo Paese.

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Varanasi, dintorni. Centro di meditazione Vipassana di Sarnath.

Questa mattina ho terminato il corso: dieci giorni di lavoro intensissimo, con la ricerca mia continua della posizione per stare seduta a terra. Si dovrebbe rimanere fermi, immobili, a gambe incrociate per almeno un’ora, ma io non ce l’ho fatta mai e le mie posizioni sono rimaste due solamente verso la fine del corso. Ora, questa pratica ha bisogno di continuità: un’ora di meditazione al mattino ed una alla sera, 5 minuti al risveglio e 5 prima di addormentarsi. Vedremo! Ora la sensazione che provo è quella di aver ripulito la mente!
Torno a Varanasi, alla mia solita guest house. Viene con me anche Elena, la psicopedagogista spagnola. Insieme, verso le 12.00 ci incamminiamo e arriviamo fino a Manikanika Ghat; qui assistiamo ad alcuni funerali e a diverse cremazioni. Un indiano tempo fa mi ha raccontato che in questo ghat, ed anche nell’altro adibito alle cremazioni, stazionano i baba vestiti di nero che si cibano dei resti dei cadaveri delle donne che rimangono dopo la bruciatura. Mentre stiamo arrivando al ghat, riconosco la guida dai capelli tinti con l’henna che mi aveva abbindolata qualche mese fa chiedendomi dei soldi e dandomi ad intendere che servivano per comprare la legna per cremare i poveri. Quando si propone di farci da guida per portarci a vedere le cremazioni dall’alto gli rispondo che ho già vissuto quella esperienza con lui. La sedicente guida si allontana senza dir nulla. Torniamo a Bengali Tola, pranziamo in un ristorantino con un thali e ci rifugiamo subito in guesthouse a riposare.

Varanasi, tipologie abitative al Lal Ghat.

Varanasi, tipologie abitative al Lal Ghat.

15 maggio
Oggi vado a trovare Kashi, l’insegnante indiana che ha frequentato il corso di meditazione con me. Lei insegna filosofia indiana all’università di Varanasi e prende uno stipendio mensile pari alla mia pensione di docente di scuola media. La famiglia appartiene alla casta più alta e pur essendoci anche i bramini all’interno, la sua categoria li precede. Per arrivare a casa sua prendo il risciò per Pandeypur e chiedendo a destra e a manca, ci sono, arrivo. Durante il percorso dei bambini mi salutano con affetto da un motorisciò. Il caso vorrà che proprio su quel risciò ci fosse la cognata di Kashi che conoscerò più tardi quando andremo a farle visita. Due dei tre bimbi che mi salutavano erano i suoi figli. In casa di Kashi, oltre a lei ci sono: uno dei suoi due figli e la giovane nuora. Il figlio lavora come progettista di strade e la moglie studia inglese all’università di Delhi. Gli sposi sono entrambi ventitreenni e sposati con un matrimonio di famiglia da tre mesi. Le famiglie si sono riunite a casa della sposa per concordare la sua dote e le modalità della cerimonia che si è svolta in un palazzo indù riservato ai matrimoni. La ragazza mi racconta che per il suo matrimonio non c’è stato alcun atto legislativo e che qui in India, secondo lei, non esiste la prassi del divorzio. Nella stanza divenuta la camera dei giovani sposi c’è un armadio che la ragazza mi apre con orgoglio: è colmo di immagini delle divinità indù, a parte Kali, la dea della morte e della forza femminile che pur adorata non viene tenuta all’interno delle case in quanto battagliera e feroce. L’altro figlio di Kashi ha 29 anni e sta studiando a Delhi per diventare magistrato. La mia compagna di corso lo chiamerà al telefono e mi farà parlare con lui. La madre mi dirà poi che questo figlio non vuole sposarsi con una ragazza indiana e che preferisce guardare verso una moglie straniera. Il marito di Kashi è un avvocato e lo incontrerò per un attimo nel pomeriggio, mentre in auto stiamo andando a visitare la scuola privata della sorella e l’albergo elegante che lei stessa dirige. Questo hotel, mi raccontano, fa parte di una grossa catena di alberghi dislocati in varie parti dell’India e sono di proprietà del cognato di Kashi. Quando mi presentano il marito di Kashi, mi trattengo dallo stringergli la mano e lo imito congiungendole nel gesto della nostra preghiera. Qui solo gli uomini si stringono la mano, e lo fanno tutte le volte che s’incontrano. Noto che anche l’avvocato, come il figlio, sta masticando il pan mettendo in mostra il rosso dei denti e delle labbra. La casa di Kashi è grande e suddivisa in diverse stanze. L’arredamento è essenziale: in soggiorno c’è il letto matrimoniale di Kashi e del marito, in un’altra stanza, l’unica climatizzata, c’è il letto dei giovani sposi. Dopo un po’ mi fanno accomodare insieme a loro su quel letto e lì mi servono il pranzo. I piatti e le pentole sporchi li appoggiano a terra, in una stanza spoglia adibita a cucina La giornata trascorre serena con una grande serie di cibi che vanno dal gelato servito con dei dolci al talhi. Nel pomeriggio, durante la visita all’hotel, ci viene servito un altro pranzo, con della carne di pollo negli spaghetti che non mi sono sentita di mangiare. L’albergo è a tre o quattro stelle e le portate sono servite da camerieri gentilissimi ed eleganti, anche se si nota qualche macchia di unto  qua e là sugli abiti. Anche i vetri delle finestre sono sporchi, ma l’albergo è apparentemente elegante. La scuola privata di proprietà della cognata di Kashi è pubblica e le famiglie pagano una quota per farvi accedere i figli. Vedo un foglio appeso accanto alla porta di un’aula: è la dedica ad Amantya Sen, economista e filosofo indiano, Premio Nobel per l’economia nel 1998. La cognata di Kashi mi riferisce che, qualche tempo fa, Amantya Sen è venuto a visitare questa scuola. Spero abbia speso una parola a favore dei bambini che non possono permettersi di pagare una retta e nemmeno di frequentare la scuola statale gratuita.

Varanasi, mercatino all'entrata del Dasaswamedh Ghat.

Varanasi, mercatino all’entrata del Dasaswamedh Ghat.

16 maggio
Fa molto caldo e, dopo un giro per la città vecchia verso il Manikarnika Ghat rientro in guest house e torno ad uscire solo dopo le 5, verso l’ora del tramonto. Cammino all’interno della città vecchia fino all’altezza della scalinata che sta tra il Kedar e l’ Harishchandra Ghat. Mi fermo a guardare le foto esposte in un’agenzia di viaggi: rappresentano i luoghi turistici più interessanti dell’India. Il titolare, un giovane che studia manager turistico dice di essere in partenza per Roma in quanto la sua ragazza è di là. Chiacchiero un po’ con questo simpatico personaggio e poi entro nei ghat e mi perdo nell’incanto di sempre a godere della sera che sta calando e della gente che sta trascorrendo queste ore qui, sulla riva del Gange.

Varanasi, il pranzo per i poveri.

Varanasi, il pranzo per i poveri.

17 maggio
Sono in cammino tra le stradine della città vecchia e arrivo fino all’altezza dell’Assi Ghat. Un ragazzo mi ferma e mi parla di una fabbrica di stoffe in seta da visitare. Lo seguo e effettivamente in una stanza buia ci sono due uomini che lavorano al telaio. Scatto alcune foto e poi il ragazzo mi accompagna nel negozio accanto. E’ la solita prassi acchiappa turisti! Non ho intenzione di comprare nulla, ma mi soffermo su alcuni scialli in seta e lana. Guardo con attenzione quelli bianchi, ma costano 500 rupie, circa 7-8 euro. Il ragazzo mi assicura che anche le altre piccole sciarpe bianche sono in seta e ne acquisto una, per regalare a qualche amica. Il prezzo dopo lunghe contrattazioni arriva a 200 rupie, circa 3 euro. Mentre m’incammino per raggiungere la riva del Gange, mi si affianca un anziano indiano vestito con l’abito bianco tradizionale. Quando arriviamo al ghat si siede accanto a me e mentre guardo il nuovo acquisto, con molta semplicità mi assicura che la sciarpa non è in seta, ma sintetica. Mi riavvio verso il negozio consapevole delle difficoltà che avrei incontrato a ritrovarlo tra i numerosi vicoletti nascosti. L’indiano mi accompagna per un pezzo, fino al punto dove mi aveva incontrata. Riconosco alcune venditrici di verdure e lo sportello della banca ATM. Una signora seduta su un gradino mi chiede che cosa stia cercando: le mostro la sciarpa di plastica e lei mi accompagna dal ragazzo che mi aveva fermata circa un’ora prima. Spiego al ragazzo il fatto e lui mi porta fino al negozio. Senza dir parola mi restituiscono le 200 rupie, ma rimango molto delusa per l’accaduto. Sadhu, il ragazzo, mi accompagna nel suo negozio, mi offre il cjai: sembra molto dispiaciuto di quanto accaduto, ma in fondo mi aveva accompagnata lui in quel posto. Lo saluto e poco dopo incontro di nuovo l’anziano che mi invita a vedere la sua casa: si tratta di un edificio molto vecchio, ma pulitissimo e con ogni minimo spazio affittato a delle persone. Lui possiede un letto in un corridoietto. C’è un inquilino giovane nel cortiletto che sta sistemando dei libri antichi: è uno studente di storia induista. Mentre esco dal portone si affaccia da una stanza un’anziana signora per salutarci. Anche qui, i lastroni in pietra del pavimento sono pulitissimi. L’anziano poi mi riaccompagna verso la strada interna che porta a Bengali Tola. Fa troppo caldo ora per ritornare alla guest house attraverso i ghat e le stradine tra i vecchi edifici sono un’ottima alternativa. Prima di lasciarmi l’indiano mi chiede dei soldi, ma gli regalo soltanto una piccola somma, l’equivalente per due cjai.

Varanasi, preghiera al Sitala Temple, nel Dasaswamedh Ghat.

Varanasi, preghiera al Sitala Temple, nel Dasaswamedh Ghat.

Verso sera, accanto al Dasaswamedh Ghat incontro due Agori baba: stanno seduti in cerchio, insieme ad altre persone e ad alcuni sadhu. Chiedo loro qualche informazione sul fatto che si cibano dei resti umani rimasti dopo le cremazioni e loro mi confermano che è realmente così. Tra le stradine della città vecchia, mi fermo poi in uno dei negozi che stanno vicino alla mia guesthouse: voglio ammirare degli scialli in seta vera. Ce ne sono diversi ora, appesi all’esterno della bottega; li avevo già guardati qualche giorni fa, ma erano diversi da quelli esposti oggi: questi mi piacciono, veramente! Sono simili a quelli che indossavano le donne indiane che hanno frequentato il corso di meditazione. Qualche giorno fa avevo spiegato a questo negoziante le caratteristiche degli scialli che desideravo e lui li ha procurati: sono bellissimi!
Dopo aver acquistato diversi scialli, passo al Baba Lassi ad acquistare il biglietto del treno per Delhi: da lì raggiungerò Dharamsala in autobus. Partirò fra tre giorni! Fa troppo caldo qui: oggi il termometro segnava 45°! Ora è quasi notte e i ghat sono affollatissimi, sia per la giornata di festa sia per l’aria fresca che arriva dopo il tramonto. Al Chausatti Ghat mentre parlo con Sonu, il mio amico barcaiolo, si ferma un canadese di 62 anni, appena arrivato da Rishikesh. E’ tornato a Varanasi dopo 31 anni e non vorrebbe più ripartire. Domani andrà alla stazione ferroviaria per spostare la sua partenza per Delhi e rimanere due giorni in più a Varanasi, nonostante il caldo torrido.

Varanasi, sadhu che fumano sotto un riparo dal sole.

Varanasi, sadhu che fumano sotto un riparo dal sole.

18 maggio
Fa un caldo tremendo: durante il giorno la temperatura supera i 45°. In mattinata vado a camminare un po’ oltre il Manikarnika Ghat, per fotografare il sadhu che conosce Irene: potrei averlo individuato, ma è molto dimagrito e senza la barba rispetto alla foto che Irene mi ha inviato. L’ambiente, però, è lo stesso, con le immagini delle divinità appese al muro del sottopassaggio dove vive.
Verso sera torno sui ghat che a quest’ora si riempiono sempre di più grazie alla brezza che sta portando un po’ di sollievo alla calura della giornata. Mi siedo un po’ a meditare, a pensare, a guardare la gente. Poi, vado al Chausatti Ghat, a trovare Sonu, il barcaiolo. Lo trovo triste e dolorante. Durante la notte è stato aggredito mentre dormiva su una delle barche e ha fatto a pugni. Non è ricorso alla polizia per non creare altri ulteriori problemi.

Varanasi, pranzo nuziale al Dasaswamedh Ghat.

Varanasi, pranzo nuziale al Dasaswamedh Ghat.

19 maggio
Ancora una passeggiata oltre il Manikarnika Ghat attraverso la città vecchia. Fa molto caldo ed è anche tanto umido. Mi siedo a leggere all’ombra di un terrazzamento sul Gange: è un posto ben ventilato con alcuni sacerdoti che recitano mantra e celebrano le puje. Tornando verso Bangali Tola incrocio un indiano che avevo già incontrato, seduto nello stesso gradino, qualche giorno fa. Parla l’ italiano e lavora in collaborazione con l’agenzia di viaggi Avventure nel mondo. Approfitto per sentire la sua versione sui matrimoni indiani. Mi riferisce che gli incontri prima del matrimonio si svolgono a casa della sposa e vengono concordati i soldi e i regali che la famiglia le darà. La collana d’oro e gli anelli per le dita di mani e piedi sono doni della famiglia della sposa. Il marito le regala solo delle piccole cose, ad esempio quell’ornamento che va dal naso ad un orecchio. La cerimonia si tiene in un palazzo che viene affittato per l’evento. Lì, se la famiglia della sposa se lo può concedere si svolge anche un party. Il matrimonio si considera tale dopo che la sposa ha dormito a casa dello sposo. Gli chiedo anche delle informazioni riguardo alle scuole: chiuderanno fra pochi giorni e riapriranno dopo un mese.

Varanasi, dipinti dalle parti del Dasawramedh ghat.

Varanasi, dipinti dalle parti del Dasawramedh ghat.

Verso sera vado a camminare verso il Kedar Ghat, un po’ attraverso la città vecchia un po’ sui ghat. Fa ancora caldo e le lastre del lungo Gange sono roventi anche se sono già passate le sei di sera. Per la prima volta intravedo in lontananza un cadavere adagiato su una portantina di bambù che galleggia sul Gange: molto probabilmente si tratta di un sadhu. Mi siedo a leggere al solito tempietto, sulle pietre ancora infuocate. Poco dopo arriva il mio amico sadhu che parla solo indi: una comunicazione al limite dell’impossibile! Più tardi si fermano tre studenti di ingegneria informatica dell’università di Allamabath per farsi fotografare insieme a noi e per parlare dell’India. Verso le otto raggiungo Sonu, il barcaiolo: è ancora dolorante alla spalla e turbato per l’episodio di aggressione subitodue sere fa.

Varanasi, Dasaswamedh Ghat. Preghiera.

Varanasi, Dasaswamedh Ghat. Preghiera.

20 maggio
Oggi partirò per Delhi e da lì prenderò il pullman per Dharamsala. Nella mattinata faccio un giro oltre il Manikarnika Ghat . Passando per il ghat delle cremazioni ci sono alcune pire accese. In una vedo spuntare delle lunghe gambe, forse maschili: paiono giovani e i piedi sono colorati con l’henna. Più tardi incontro l’indiano che collabora con Avventure nel mondo che mi dirà che le gambe rimangono fuori quando le persone sono troppo alte e, comunque, verranno spinte dopo nella pira per essere bruciate. L’indiano mi confermerà anche che nei due ghat delle cremazioni vivono gli agori baba. Aggiunge che oltre a cibarsi di carne dei cadaveri, a suo dire sia uomini che donne, hanno anche rapporti sessuali con i cadaveri. Con l’immagine del cadavere che brucia con le gambe rimaste fuori e i piedi colorati, mi sposto più avanti, dove c’è il terrazzamento ventilato e dove soggiornano alcuni indiani che celebrano le puja per se stessi e altri specializzati a farlo per gli altri. Mi concedono anche oggi di rimanere seduta sul loro tavolone e mi offrono anche il cjai. E’ un posto splendido che poggia sul Gange e guarda verso l’altra sponda e l’intera zona sud dei ghat.

Varanasi, cerimonia serale lungo i ghat.

Ritorno in India: Orchha e Khajuraho.

2 aprile 2015

Orchha, vista panoramica da una delle porte d'ingresso del Chaturbhuj Temple.

Orchha, vista panoramica da una delle porte d’ingresso del Chaturbhuj Temple.

Arrivo a Orchha in motorisciò: 18 kilometri per 200 rupie, quasi 3 euro. Accetto la proposta del ragazzo che guida il risciò: mi doveva accompagnare alla stazione degli autobus per 30 rupie e lungo il tragitto ho ritenuto più conveniente e pratico farmi portare fino ad una guesthouse indicata dalla lonely planet come economica. C’è anche un hotel con lo stesso nome della guesthouse ed è dello stesso proprietario: il ragazzo del risciò mi accompagna lì. Prezzo: 300 rupie per notte, circa 4,00 euro. Qui c’è il wi.fi. anche nelle camere e così ricevo subito la notizia da casa, tramite mio nipote, che ci sono delle bollette da pagare. C’è anche una mail di mio figlio: tornerà a Varanasi verso l’8 aprile. Alkesh, poi, il mio amico inglese, mi scrive in un sms, che si trovava qui a Orchha fino a questa mattina, ma ora è partito per Khajuraho dove andrò anch’io, ma dopodomani. Ci incontreremo probabilmente a Varanasi, la tappa successiva di entrambi.
Qui a Orchha fa molto caldo, ma la città è carina: si arriva da un portale con sopra un piccolo elefante rosso scolpito: il dio Ganesh. Ci sono molti templi e palazzi con guglie e cupole
sulle quali nidificano gli avvoltoi.

Orchha, il tetto del tempio Chatarbhuj.

Orchha, il tetto del tempio Chatarbhuj.

Il significato di Orchha è “luogo nascosto” forse per le stradine quasi nascoste dai palazzi e dai templi maestosi con le guglie che testimoniano la dominazione islamica avvenuta nel XVI secolo. Orchha è stata la capitale dei raja di Bundela dal XVI al XVIII secolo. Bin Singh regnò qui dal 1605 al 1627 e fece erigere il Jehangir Mahal, un complesso di edifici di architettura islamica. La costruzione si trova al di là del ponte sul fiume Betwa e riesco ad evitare il costoso ingresso che penalizza i turisti stranieri entrando da una stradina periferica che mi porta ad un piccolo palazzo, anch’esso costruito nel XVI secolo. Scorgo dei ragazzi giovanissimi e dico loro che non ho il biglietto e sto per tornare indietro. Invece loro mi invitano a visitare il vicino Ray Mahal dicendomi di salire al primo piano dove ci sono dei bellissimi dipinti.

Orchha, dipinti murali del XVI secolo, raffigurante la famiglia reale, al Raj Mahal.

Orchha, dipinti murali del XVI secolo, raffigurante la famiglia reale, al Raj Mahal.

In effetti, le pitture murali, risalenti anch’esse al XVI secolo sono molto belle e rappresentano delle donne danzanti e degli uomini a cavallo. Sono immagini dei componenti la famiglia reale di allora.

Orchha, panoramica delle pitture murali che si trovano nelle stanze del Raj Mahal.

Orchha, panoramica delle pitture murali che si trovano nelle stanze del Raj Mahal.

Seguendo le indicazioni dei ragazzi vado a visitare anche le altre strutture del complesso architettonico, in quel momento pieno di turisti francesi e spagnoli. Visito l’intera struttura e arrivo all’entrata principale attraverso il percorso inverso; la parte più bella rimane senz’altro il Ray Mahal. Nella parte opposta del Jehangir Mahal c’è il Chaturbhuj Temple: è vastissimo ed ha una struttura a pianta cruciforme. All’interno c’e un bramino che celebra le puya e riceve le offerte in cambio. Un giovane con grossi handicap fisici e privo della possibilità di parlare mi invita a salire lungo una serie di scale buie e strette.

Orchha, panorama sulla citta vista dal Chaturbhuj Temple.

Orchha, panorama sulla città visto dal Chaturbhuj Temple.

Nei vari piani posso osservare il panorama sulla città e guardare dall’alto l’interno della basilica. Sul tetto del tempio ci sono degli avvoltoi nei loro nidi: uno di loro prende il volo proprio ora, esibendo un’apertura d’ali enorme. Il ragazzo muto mi mostra una banconota da 50 rupie che sta ad indicare il prezzo della ricompensa da dargli: gliene do solo 20. E’ incredibile constatare come vengano addestrate queste persone con handicap! Avevo già osservato a Rishikesh il comportamento del fratello del titolare dell’hotel: mi ero accorta dopo qualche momento che era portatore di un deficit intellettivo perché pareva sempre impegnato al computer, diceva che non era possibile fare la cosa che chiedevo, ma sapeva contare i soldi dopo che il prezzo era stato calcolato dal fratello. Mi era venuto spontaneo un paragone con certi impiegati e amministratori inutili di un minuscolo comune dell’area collinare che, nascondendosi dietro un comportamento convenzionale e omologato, negano qualsiasi iniziativa sia per non avere problemi sia per tenere saldo il loro potere e non esporlo a rischi.

Orchha, la piazza dei poveri.

Orchha, la piazza dei poveri.

Pranzo in un ristorantino con un bellissimo topolino che corre impaurito qua e là. Ad un tavolo vicino sta seduta una famiglia: il signore mi rivolge la parola in un inglese più stentato del mio. Mi dice che è un magistrato e abita a Khajuraho. I tre figli, due ragazze grandi e un ragazzino adolescente studiano alla scuola pubblica. La moglie e la cognata si occupano soltanto della casa. C’è anche un uomo vestito con abiti simili ai militari: sta girando tra i tavoli come fosse un cameriere del locale, ma forse è la guardia del magistrato e della sua scorta. L’uomo si sposta continuamente, con un asciugamano al collo, tra il tavolo del magistrato e quello di altri due uomini in borghese. Quando se ne vanno, noto che la guardia sta portando due borse come se fosse il necessario di un pic-nik: quindi non ho ben capito se si tratti di un attendente in divisa o di una guardia del corpo. Verso sera, sulla strada di ritorno in hotel una signora abbastanza giovane, da un cancello, mi invita ad entrare. Sapevo che ci sarebbe stato un tranello, ma ho voluto constatare ugualmente lo scopo della strategia. Mi racconta che lavora come cuoca in una scuola di Orchha, che ha tre figli e mi offre un cjai che condivide con me e con il figlio maschio adolescente. Ad un certo punto la signora apre una piccola scatola di bigiotteria, ma ho appena acquistato diverse cavigliere da regalare e le dico che non sono interessata. Da una borsa, quindi, tira fuori, uno per uno, dei camicioni, ma non sono di mio gusto. Al mio rifiuto lei si contrae e il figlio mi chiede di pagare il cjai che mi avevano offerto. Mi rivolgo alla signora e le chiedo se veramente desidera che le paghi il tè. Mi ha fa cenno di no con il capo. Fuggita via, indignata, da quella casa!

Orchha, l'entrata del Ram Raja Temple.

Orchha, l’entrata del Ram Raja Temple.

Il Ram Raja Temple spicca nella piazza principale per le sue cupole di colore rosa e dorate. Si entra a piedi scalzi e si lasciano le calzature e le cinture ad un custode che non chiede soldi e si ricorda perfettamente, senza prendere alcun appunto, chi sono i proprietari. Ieri, nel pomeriggio, il tempio era chiuso, ma un prete ha celebrato ugualmente un matrimonio all’esterno, chiedendo poi, con insistenza dei soldi alle donne presenti alla cerimonia. I matrimoni qui, raramente si festeggiano con un pranzo. Le donne quando si sposano e dopo il matrimonio portano due anelli alle dita dei piedi, al secondo e al terzo dito. Secondo quanto mi raccontano qui, al momento del matrimonio lo sposo regala alla moglie anche una collana. Questi gioielli acquistano valore diverso a seconda della condizione sociale delle famiglie. Al tempio questa mattina mi siedo accanto ad una giovane: mi racconta che appartiene ad una famiglia di bramini ed è moglie di un bramino a sua volta. Porta degli anelli alle dita dei piedi e una collana d’oro di grande valore. Il suo matrimonio è stato scelto dalle relative famiglie, ma lei mi assicura di essere contenta. Ha le mani e le braccia dipinte con l’hennè, una decorazione fatta per conto suo, molto curata.

Orchha, donne che cantano e suonano di primo mattino, al Ram Raja Temple.

Orchha, donne che cantano e suonano di primo mattino, al Ram Raja Temple.

Nella mattinata, dall’apertura delle ore 7.00 fino alle 10.00, un numeroso gruppo di donne sta cantando, suonando e danzando, mentre numerosi pellegrini sfilano davanti all’immagine del dio Rama, l’unico re adorato come un dio. Davanti ad una rientranza c’è la sagoma del dio Rama, con il volto nero, avvolto in un manto rossastro; lì c’è sempre un militare di guardia. C’è anche un prete accanto, che, dalle scatole che portano i fedeli, prende una piccola parte dei dolci o dell’impasto fatto di miele, zucchero e latte e poi le restituisce al proprietario. Quello che toglie dai contenitori lo ridistribuisce ad altri fedeli. Le offerte in fiori vengono lasciate al dio Rama e lanciate sul pavimento del tempio che viene continuamente ripulito dei colorati petali usando un lungo scopino. Un altro prete e degli allievi sacerdoti, posizionati davanti ad un gruppo di sagome dal volto in terracotta che rappresentano il dio Rama dalla faccia nera, suo fratello con il volto bianco e altre figure, usando un mestolino, mettono nelle mani delle persone, che ad una a una sfilano loro davanti, dell’acqua che bevono e poi si bagnano il viso e i capelli. Anch’io ricevo l’acqua , ma non la bevo.

Orchha, celebrazione di un matrimonio davanti al Ram Raja Temple.

Orchha, celebrazione di un matrimonio davanti al Ram Raja Temple.

Il tempio chiude alle 12.00 e riapre alle 19.30 tra le urla di gioia e le braccia alzate dei fedeli. In lontananza si scorge solo il movimento delle braccia della folla che esulta, ma la procedura di saluto al dio avviene portando le mani alle orecchie, alzando le braccia e inginocchiandosi portando il volto fino a toccare il pavimento. Sempre ben controllato dai militari che vietano lo scatto di fotografie, il tempio è costantemente affollato da uomini, donne e bambini.

Orchha, adorazione e offerte ad una divinità del Ram Raja Temple.

Orchha, adorazione e offerte ad una divinità del Ram Raja Temple.

Tutti, indistintamente, portano delle borsette di plastica ricolme di fiori e dolci da donare. Inoltre, molti uomini e bambini accendono degli incensi che fanno ruotare con le mani per disegnare dei cerchi nell’aria. Ognuno, anche di sera sfila davanti ai sacerdoti per ricevere e donare le offerte e non mancano, comunque, le postazioni dei preti che ricevono le offerte. Nel tempio, i bambini e le bambine possono giocare liberamente negli ampi spazi che lo compongono e gli uomini, dopo la sfilata, vanno a sedersi in cerchio, insieme alle loro famiglie per parlare tutti insieme. Il tempio, qui ad Orchha, ma anche in diversi altri luoghi, rappresenta un grosso punto di riferimento sia per gli abitanti della cittadina sia per i pellegrini che vengono a visitarlo.

 

Orchha, rituale serale e solitario davanti al Ram Raja Temple.

Orchha, rituale serale e solitario davanti al Ram Raja Temple.

Verso sera, passo accanto al Chaturbhuj Temple e cammino ancora tra le bancarelle che vendono bracciali, collane, cavigliere e immagini sacre. Incontro il ragazzo che ieri mi ha venduto dei regalini da portare in Italia. Mi offre un cjai e mi racconta che proviene da una famiglia di agricoltori poveri e molto anziani che abita in un villaggio distante un centinaio di kilometri da qui. Ha due lavori: uno in un college distante 16 kilometri da Orchha che raggiunge ogni giorno con la motocicletta dell’istituto: là, pulisce le stanze degli studenti. L’altro lavoro è questo, qui, alla bancarella. Il suo sogno è quello di avere il suo negozio-bancarella, ma potrà realizzarlo soltanto con i risparmi che metterà da parte nell’arco di cinque anni.

Orchha, personaggi.

Orchha, personaggi.

4 aprile, verso Khajuraho
Il treno che da Jhansi va a Khajuraho attraversa una moltitudine di alberi dai fiori rossi; a momenti si aprono dei panorami con delle distese di campi colorati con le varie tonalità di giallo. Sono campi colmi di grano maturo con le donne avvolte nei loro sari colorati, che lo mietono e raccolgono poi la paglia rimasta in piccoli fasci. In alcune zone i chicchi sono già stati ammucchiati su dei teli e ora formano delle belle montagne dorate. C’è anche qualche uomo tra le tante donne dei campi, spesso alla guida dei pochi trattori che s’intravedono qua e là. Anche nelle stradine interpoderali s’intravede qualche figura maschile vestita di bianco, che se ne torna a casa in bicicletta. E’ormai sera, ma ci sono ancora delle donne che continuano a lavorare; non lontano da loro gironzolano delle capre, dei bufali ed anche dei maiali.
5 aprile 2015 Khajuraho

Khajuraho, il vecchio nucleo della cittadina.

Khajuraho, il vecchio nucleo della cittadina.

Giornata intensa, con l’incontro di prima mattina del proprietario della guesthouse che parla italiano e conosce benissimo il Friuli. Ha viaggiato molto in Italia con suo padre quando questi teneva dei corsi di yoga nelle varie città. Ora sua padre non c’è più e lui possiede oltre alla guesthouse, che preferisce seguire personalmente, anche un ashram a circa un kilometro da qui. A Khajuraho ci sono molti negozi e ristoranti con le scritte in italiano e diversi negozianti e studenti parlano la nostra lingua.

Khajuraho, la città vecchia.

Khajuraho, la città vecchia.

Un ragazzo che lavora in un negozio di oggetti antichi fra un mese e per la durata di 6 mesi, andrà all’Expo di Milano a vendere gli articoli indiani per il suo datore di lavoro. Prenderà uno stipendio mensile di circa 500 euro, una mancia settimanale di 50 euro e non dovrà provvedere né all’affitto della stanza, né al mangiare, né ai trasporti. Un altro ragazzo che parla molto bene l’italiano mi mostra il suo negozio appena aperto. Preferisce tenere pochi articoli di gioielli d’argento e pietre, ma di qualità. Verso sera, quando lo vedo andar via in moto molto prima della chiusura dei negozi, il proprietario della guest house mi racconta che il ragazzo ha chiuso il negozio in anticipo in quanto ha concluso dei buoni affari con un gruppo di turisti spagnoli. Nella mattinata del giorno successivo, visito il gruppo di templi della zona ovest, quelli che stanno proprio accanto alla mia guesthouse. Il percorso si svolge in senso orario.

Khajuraho, turisti in visita al gruppo di templi occidentali.

Khajuraho, turisti in visita al gruppo di templi occidentali.

Visito il tempio di Varaha che è dedicato a Vishnu e alla sua incarnazione sotto l’aspetto di un cinghiale: è scolpito in pietra arenaria ed è alto 1,5 metri. E’ stato scolpito nel 900 d.C. insieme a numerose altre divinità del tempio. Accanto a questo edificio c’è un tempio dedicato a Lakshmi: entrambi questi santuari guardano verso il grandioso Lakshmana Temple, anch’esso dedicato a Vishnu, una costruzione durata circa 20 anni e completata verso il 954. Il tempio presenta delle sculture in rilievo di guerrieri, di musici, di cavalli, di elefanti, di animali mitologici, di dei e di dee che s’intrecciano in modo armonico intorno a tutto l’edificio.

Khajuraho, Varaha Temple. Costruito nel 900 e dedicato a Vishnu reincarnato sotto l’aspetto di un cinghiale.

Khajuraho, Varaha Temple. Costruito nel 900 e dedicato a Vishnu reincarnato sotto l’aspetto di un cinghiale.

Il Kandariya Mahadev Temple, costruito tra il 1025 e il 1050, è il più vasto di Khajuraho e contiene un grandissimo numero di scene erotiche con bellissime figure femminili, alte e snelle. Molte sculture raggiungono 1 metro di altezza. Le mithuna, cioè i rilievi erotici, sono delle opere di grande valore artistico. Le sensuali ninfe celesti, denominate surasundari diventano apsaras quando danzano; le donne mortali, scolpite in diverse posizioni, paiono fuoriuscire con forza dalla prigione di pietra che le trattiene.

Khajuraho, figure scolpite, in rilievo, al Varaha Temple. Costruito nel X secolo è dedicato a Vishnu reincarnato sotto forma di un cinghiale.

Khajuraho, figure scolpite, in rilievo, al Varaha Temple. Costruito nel X secolo è dedicato a Vishnu reincarnato sotto forma di un cinghiale.

Il piccolo tempio di Mahadeva è dedicato a Shiva: ospita la scultura mitica di una sardula, creatura mitologica in parte leone e in parte un altro animale, a volte anche una figura umana, scolpita mentre accarezza un enorme leone.
Il Devi Jagadamba Temple, costruito tra il 1000 e il 1025, è simile ad un altro importante tempio, il Chitragupta, costruito subito dopo. Il Devi Jagadamba Temple, all’origine era dedicato a Vishnu, poi è passato a Parvati e alla fine alla dea Kali. Le sculture posizionate verso l’alto rappresentano delle surasundari, delle figure con specchi, ornamenti e fiori che hanno il ruolo di prendersi cura degli dei; stanno insieme a Vishnu e a molte altre, scolpiti in posizione erotica. Il Chitragupta Temple è dedicato a Surya, il dio del sole e contiene degli splendidi rilievi di apsara, cioè di ninfe celesti danzatrici, bellissime, ed anche delle sarasundari, le curatrici delle dee e degli dei.

Khajuraho, particolare dei corpi in rilievo al Chitragrupta Temple, gruppo occidentale.

Khajuraho, particolare dei corpi in rilievo al Chitragrupta Temple, gruppo occidentale.

Accanto al Chitragupta sorge il tempio dedicato a Parvati, la moglie di Shiva: al suo interno c’è un’immagine di Gauri a cavallo di un’iguana.
Il Vishvanath Temple e il Nandi Shrine sono posizionati sopra delle gradinate delimitate da figure di elefanti e leoni. Le sculture dell’edificio sono composte da sensuali e provocanti surasundari rappresentate mentre suonano, scrivono o si occupano dei bambini.

Khajuraho, Kandarja Mahadeva Temple. Costruito tra il 1025 e il 1050, è il più vasto di Khajuraho e contiene un grandissimo numero di scene erotiche.

Khajuraho, Kandarja Mahadeva Temple. Costruito tra il 1025 e il 1050, è il più vasto di Khajuraho e contiene un grandissimo numero di scene erotiche.

Nel Matangesvara Temple si trova un lingam di Shiva, il simbolo fallico del dio, alto ben 2.5 m.
Nel pomeriggio in moto risciò vado a visitare alcuni altri templi sparsi intorno alla città vecchia: contengono diverse sculture simili a quelle del gruppo occidentale. Decisamente diverso e recente nella sua costruzione in quanto risalente a soli 100 anni fa è il tempio giainista di Shanti Nath che ospita numerose sculture provenienti da antichi templi.

Khajuraho, interno dell tempio giainista di Shanti Nath.

Khajuraho, interno dell tempio giainista di Shanti Nath.

Una camminata veloce all’interno del villaggio della città vecchia rende visibile una realtà rurale molto povera, con donne e uomini seduti a chiacchierare lungo la stradina del centro abitato.

Khajuraho. madre con bambini nel villaggio della old town.

Khajuraho. madre con bambini nel villaggio della old town.

C’è un unico negozio nella città vecchia, che vende oggetti di ottone del tutto uguali a quelli che pullulano nella città nuova.

Khajuraho, il villaggio della città vecchia.

Khajuraho, il villaggio della città vecchia.

La sera prendo il treno per Varanasi e mi sveglio il mattino dopo, verso le 7.00. C’è stato un gran movimento di passeggeri, sia durante la notte che al mattino molto presto. Guardo fuori dal finestrino e vedo ancora distese di campi con la paglia del grano già raccolta in fasci ammucchiati per formare degli enormi covoni. C’è qualcuno già al lavoro nei campi, ma soltanto per falciare quel poco di grano rimasto da mietere.

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Ritorno in India: Bundi, Pushkar e Rishikesh.

Bundi è una cittadina molto movimentata e suggestiva con delle stradine molto strette e diversi templi e tante case dipinte di azzurro. Ci fermiamo in una guest house a gestione familiare: una coppia sui 40 anni, un bambino di sette anni, una figlia di sedici anni, molto studiosa, che desidera diventare medico. Le condizioni economiche della famiglia sono modeste: il marito fa piccoli lavoretti in una radio-tv locale, ma per diversi anni ha prestato servizio nella polizia di Stato a Jansalmer. La guest house ha solo due camere che occupiamo Alkesh ed io. Questa è anche la casa dove abitavano i genitori del marito: ora è rimasta soltanto la madre che gironzola pigramente per casa, ma vive ritirata in una camera con tv, pur avendo soltanto 64 anni. Pur non disponendo di grandi risorse i due figli della coppia frequentano entrambi una scuola privata, molto costosa. Ci dicono che è stata una scelta obbligata in quanto, anche secondo loro, la scuola pubblica in generale, in India, non è di buona qualità.
In questo luogo di favola, tra queste splendide colline, soggiornò lo scrittore Rudyard Kipling. Abitò in un piccolo palazzo, nel Sukh Mahal, poco distante da Bundi, dove scrisse una parte del suo celebre romanzo Kim.

Bundi, vista panoramica dal Bundi Palace.

Bundi, vista panoramica dal Bundi Palace.

Dopo una ripida salita sulla collina della cittadina, andiamo a visitare il Taragarh, un insieme di abitazioni e templi costruito nel 1354 dal quale si può ammirare un panorama splendido su tutta la zona. Il palazzo interno, il Bundi Palace è un bellissimo edificio mal conservato che contiene numerosi affreschi, molto trascurati pure loro. Poco più in alto, sulla collina stessa, c’è il Chhatra Mahal, eretto nel 1644, che possiede numerosi e splendidi affreschi con alcune immagini di Krishna rappresentato nei diversi mesi dell’anno. Nella parte situata ancora più su, di fronte ad un cortile c’è il Chitrasala, una serie di stanze e colonne costruite nel XVIII secolo da Rao Umed Singh.

Bundi, dipinto all'interno del Bundi Palace.

Bundi, dipinto all’interno del Bundi Palace.

Qui si possono ammirare diverse stanze decorate con splendidi dipinti tra i quali una fantastica danza in cerchio composta da sole donne. Dalla parte del cortile il panorama sulle case bleu e sulle colline è incantevole.

Bundi, rappresentazione murale di danza.

Bundi, rappresentazione murale di danza.

Scendiamo più a valle e dopo una lunga camminata tra le vie Rniji-Baori e Nagar Sagar Kund ci fermiamo ad osservare le botteghe dei fabbri, degli orafi, dei falegnami e dei sarti. Raggiungiamo poi il mercato Sabzi, la zona delle bancarelle delle verdure che sta appena fuori le mura, a sud della città e pranziamo lì, in una bancarella. Riprendiamo il cammino e torniamo verso nord dove sta la zona del grande mercato: qui trascorriamo molto tempo fermandoci ad osservare i numerosi negozietti e le bancarelle disposte lungo le stradine ed i piazzali.

Bundi, mercato. Motociclette con contenitori per il trasporto del latte.

Bundi, mercato. Motociclette con contenitori per il trasporto del latte.

11 marzo 2015
Oggi grande tour in motorisciò, nei dintorni di Bundi. Raggiungiamo Rameshwar e saliamo la gradinata che porta al Main Temple dedicato a Shiva e prosegue poi verso la cascata sacra. Il tempio è formato da una grotta con delle stratificazioni calcaree sovrapposte verticalmente. La cascata ha una forma circolare, anzi, cilindrica con un’ampia apertura che pare accogliere e racchiudere all’interno le persone. C’è molta energia qui, tra la natura composta dall’elemento terra, dall’acqua, dalla vegetazione e dagli animali che ci abitano. Ora la cascata è quasi asciutta ed è in attesa del monsone che l’alimenterà abbondantemente. Ci sono alcuni pellegrini che fanno il bagno e pregano nella pozza formata dalla cascata; ogni tanto dall’alto cade qualche sasso, spostato dai movimenti delle scimmie che si arrampicano e saltano con familiarità senza intimorirsi per la presenza delle persone. A momenti e quasi all’improvviso partono stormi di uccelli che escono dai buchi della roccia per andare velocemente verso il cielo aperto. Restiamo per un po’ incantati da questa atmosfera magica e poi torniamo verso il villaggio.

Bundi, dintorni. Bagno e preghiera alla cascata di Rameshwar.

Bundi, dintorni. Bagno e preghiera alla cascata di Rameshwar.

Accanto ad un tempietto, più sotto c’è una tettoia in legno e paglia e un guru seduto immobile, nella stessa posizione che aveva quando siamo arrivati. Ci avviciniamo e ci accorgiamo che è cieco: lo è diventato 25 anni fa. Vive qui a Rameshwar, nell’ashram che sta lì accanto, insieme ad altre quattro persone. Parla in indi, tastando continuamente dei petali di rosa e ogni tanto Alkesh mi traduce quello che ci racconta.

Bundi, dintorni. Sadhu cieco vicino all'ashram in cui vive, nel villaggio di Rameshwar.

Bundi, dintorni. Sadhu cieco vicino all’ashram in cui vive, nel villaggio di Rameshwar.

C’è un canto, un mantra, continuo che proviene dal tempio: è il Ramayan, una lettura cantata di salmi che dura 12 ore, con un’alternanza delle persone impegnate nella preghiera ogni 2 ore. Dopo questo villaggio raggiungiamo Akoda dove visitiamo dei laboratori di vasi in terracotta che qui utilizzano come contenitori per l’acqua filtrata.

Bundi, villaggio di Akoda. Il cortile di un laboratorio di contenitori per l'acqua, in terracotta.

Bundi, villaggio di Akoda. Il cortile di un laboratorio di contenitori per l’acqua, in terracotta.

Ci spostiamo poi a Thikarda dove visitiamo un palazzo appartenuto al maragià e ora abitato da una famiglia di agricoltori. Torniamo a Bundi e ci fermiamo al ristorantino del mercato delle verdure per il pranzo e rientriamo in guest house. Ci lasciamo con l’accordo di ritrovarci qui per la cena.
Dopo un giro tra le bancarelle del mercato principale rientro in guest house per leggere e scrivere un po’. Mi distendo sul letto lasciando la porta aperta: dopo qualche tempo arriva la proprietaria per chiedermi di pagare il conto, dal momento che partirò domani. Mi chiede la penna e un foglio di carta e fa il conto: noto che per una delle cene il prezzo è aumentato da 100 rupie a 150, senza che me lo avesse comunicato prima. Pago in anticipo la cena che verrà più tardi e anche il the dell’indomani; non ho i soldi esatti e le dico che il resto di 400 rupie me lo potrà dare in seguito. La cena è composta da un chapati imburrato, yoghurt con riso, frutta tagliata a pezzettini con verdura. Alla fine il marito porta un avocado intero, ma sia Alkesh che io siamo sazi e accettiamo la proposta di mangiarlo a colazione, l’indomani. Al mattino la signora porta un piattino con una parte di avocado tagliata a pezzettini: ne assaggio due. Quando poi, mi darà il resto tratterrà 100 rupie: alla mia perplessità tornerà in cucina a prenderne altre 50. Chiedo se è per la colazione, mi risponde di sì! Per noi europei si tratta di poca cosa, le 100 rupie in più per noi equivalgono a meno di due euro, ma il comportamento della signora non m’è piaciuto. E mi ci è voluta almeno un’ora per smaltire la delusione provata.

Bundi, dintorni. Laboratorio di pentoloni in acciaio.

Bundi, dintorni. Laboratorio di pentoloni in acciaio.

Arrivo a Puskar, da sola, nel tardo pomeriggio. E’ una cittadina molto vivace e pulita, ma estremamente turistica. Si sviluppa attorno ai ghat che danno sul lago, un luogo sacro frequentato da pellegrini che vengono a fare il bagno e a celebrare i rituali affidando i petali di rosa e garofani alle acque consacrate del bacino. Pushkar è una città molto frequentata anche dai turisti occidentali che s’incontrano numerosi a passeggio sulla Via Sacra e nei tantissimi negozi e ristoranti che si aprono tutto intorno. Visito il Brahma Temple, affollatissimo di pellegrini, in particolare uomini. C’è sempre un sacerdote che attende i fedeli, recita delle preghiere e auspica gli venga data un’offerta. Anche nei sotterranei ci sono dei sacerdoti che ti fanno sedere e ti disegnano un punto rosso sulla fronte, in cambio di un’offerta in denaro. Sui ghat ci sono dei ragazzi e degli uomini in camicia bianca e pantaloni anch’essi bianchi o semplicemente neri. Sono pronti a catturarti per darti un fiore e recitarti una preghiera. Ieri e stamattina sono riuscita a svicolare, ma questo pomeriggio mi si è avvicinato un giovane e non mi ha dato tregua fino a che non ho accettato un fiore e un mantra in cambio di una obbligata offerta, naturalmente!

Pushkar, rituali sul lago sacro.

Pushkar, lago sacro. Celebrazioni di puja per pellegrini.

Nel pomeriggio lungo le vie del centro c’è stato un lunghissimo corteo di uomini e donne, alcuni a cavallo, altri seduti sopra dei cammelli. Si trattava di un raduno nazionale di induisti sostenitori di un guru importante, scomparso nel 1986: Maharshi Mehi Paramhans Ji Maharai. Circa 5000 persone provenienti da ogni parte dell’India, composte da uomini con coloratissimi turbanti, in abito tradizionale o anche con miseri vestiti all’occidentale, donne coloratissime, di ogni età, a volte con i bambini in braccio o per mano, sadhu vestiti di giallo o arancione: tutti hanno sfilato al ritmo dei tamburi per la città per ricordare il loro guru.

Pushkar, corteo di un raduno nazionale di pellegrini indù sostenitori del guru Maharshi.

Pushkar, corteo di un raduno nazionale di pellegrini indù sostenitori del guru Maharshi.

14 marzo
Oggi passeggio attraverso il percorso inverso della camminata spirituale intorno al lago sacro, ma ad un certo punto, improvvisamente arriva una tempesta di ghiaccio e poi un temporale che non finisce mai. Le strade si sono inondate in un attimo e i negozianti hanno ritirato rapidamente le loro merci sotto le linde e all’interno delle botteghe. Oggi è sabato e la cittadina è affollata di pellegrini che camminano sotto la pioggia, a volte scalzi, a volte con il capo riparato da uno scialle. La temperatura si è notevolmente abbassata e, devo dire, meno male che mi sono portata alcuni capi abbastanza pesanti. Verso sera, in un momento senza pioggia, incontro una processione partita dal Rama Valkunth Temple per portare in corteo un baldacchino con la statua del dio su dei cavalli addobbati con allegre stoffe Il corteo è illuminato da lampade grandi come se fossero al neon portate da donne; ci sono degli uomini col volto dipinto e il tutto è rallegrato da un gruppo di suonatori con trombe e tamburi. E’ il festival del Rama Valkunth Temple e le processioni si terranno tutte le sere, per dieci giorni. L’atmosfera che creano questi cortei è davvero magica!

Pushkar, processione serale per il Festival del Rama Valkunth Temple. Ogni sera per 10 giorni.

Pushkar, processione serale per il Festival del Rama Valkunth Temple. Ogni sera per 10 giorni.

15 marzo
E’ domenica e mi azzardo a camminare per dei vicoletti sconosciuti. Incrocio diverse guest house affollatissime e ornate da distese di coloratissimi abiti appesi alle reti di protezione dei balconi: mi dicono che sono alloggi riservati esclusivamente ai pellegrini indiani. Camminando, incrocio moltissime persone che vanno nella stessa direzione. Le seguo e arrivo ad un enorme tendone arancione e rosso con accanto delle tende e con il terreno ricoperto da una moquette, anch’essa di colore rosso. E’ lo stesso meeting induista in onore del guru che avevo incontrato in un corteo, due giorni fa.

Pushkar, aspetti del convegno indù durante l'intervento del giovane guru Swami, seguace di Maharishi.

Pushkar, aspetti del convegno indù durante l’intervento del giovane guru Swami, seguace di Maharishi.

Circa 5000 persone si sono accampate sotto il tendone e attendono il discorso del seguace del vecchio guru scomparso: Swami Vyasanand Ji Maharaj. L’iniziativa ha la durata di 6 giorni durante i quali i pellegrini pregano, dormono e pranzano nel campo. L’organizzazione è efficientissima. Sul palco ci sono i cantori da una parte e i sadhu dall’altra: tutti uomini. Arriva anche l’atteso guru con una corte di uomini. Parlerà a lungo, dopo una serie di preghiere recitate dai cantori. I pellegrini sono collocati in modo diverso: quelli che mangiano e dormono lì stanno in una zona separata da una transenna in quanto, mi riferiscono, “sono sporchi”, mentre quelli “puliti” si siedono nel sotto palco, in una zona privilegiata. Tutti i pellegrini sono rigorosamente disposti su due grandi file: da una parte ci sono solo uomini, dall’altra solo donne. All’esterno, sulla strada, per l’occasione, sono arrivate numerose bancarelle con cibi, bigiotterie, pentole e scolapasta che bucano lì, sul posto. Ci sono anche dei sadhu che vendono dei tessuti con qualche difetto, ma a buon prezzo.

Pushkar, mercatino all'ingresso di un meeting nazionale indù.

Pushkar, mercatino all’ingresso di un meeting nazionale indù.

16 marzo
Girando per le stradine, in direzioni diverse, quasi per caso, ritrovo il tendone del meeting induista: si concluderà questa sera. Che peccato! Intorno all’accampamento ci sono ancora le numerose bancarelle di ieri e sul retro della struttura sono ancora allestiti diversi piccoli habitat con dei teli che sembrano delle tende canadesi e con una serie di pentole, fornelli e tavoli per preparare e consumare i pasti. Oltre questo accampamento ci sono i cammelli con i carri pronti per trasportare i turisti in trekking di lunga durata nel deserto. In questa zona ci sono dei venditori di erba per le mucche che i pellegrini acquistano per darla da mangiare a questi animali che considerano sacri. Tornata in città rimango molto tempo seduta ai ghat del lago, spostandomi, dopo un po’, da uno all’altro. A momenti leggo, ma in genere osservo le modalità con cui i ragazzi e gli uomini abbordano i turisti per celebrare la puja e obbligarli a dare loro un’offerta. Donano dapprima un fiore o dei petali, poi li accompagnano e si siedono accanto a loro vicino all’acqua del lago, quindi, recitano dei mantra portando più volte l’acqua nelle mani del cliente abbordato. Sono molti i turisti occidentali, in particolare le giovani coppie, che accettano più o meno forzatamente questi rituali a pagamento. Oggi non ho voluto prendere il fiore che diversi uomini mi offrivano sui ghat del lago, ma uno di loro mi ha bloccata mentre, assorta nei miei pensieri, salivo la scalinata. Rapidissimo, mi ha colorato il punto rosso sulla fronte, ma poi, ha imprecato a lungo quando mi sono rifiutata di dargli dei soldi.

Pushkar, aspetti di un ghat con i petali dei rituali che galleggiano sull'acqua e di donne accanto al tempietto.

Pushkar, aspetti di un ghat con i petali dei rituali che galleggiano sull’acqua e di donne accanto al tempietto.

Dopo aver cenato con il thali in un ristorantino tradizionale e molto semplice, mi sono fermata nel cortiletto della guest house. Più tardi mi si è avvicinata una signora francese della mia stessa età. Al suo paese, ha un negozio dove rivende gli oggetti d’argento e antichi che acquista durante i mesi in cui viaggia in India. Quando non c’è, il suo negozietto francese rimane chiuso.

Pushkar, il Rama Vaikunt Temple dove gli stranieri non possono entrare.

Pushkar, il Rama Vaikunt Temple dove gli stranieri non possono entrare.

17 marzo
Giornata tranquilla dedicata a passeggiare lungo la strada principale, all’acquisto di qualche gingillo, alla lettura del mio e-book, allo spostamento tra i ghat. Oggi ci sono diverse celebrazioni di puja qui sui ghat, ed anche degli scrivani di lettere attorniati da folti gruppi familiari che spiegavano loro i concetti da trasformare in frasi scritte. Dopo cena mi siedo sul banco di un negozio chiuso a sbucciare e mangiare arachidi. Una coppia di anziani tunisini, molto simpatici, si ferma a scambiare due chiacchiere. Stanno facendo una breve sosta a Pushkar: sono in viaggio con un taxi da Delhi a Jaipur e poi andranno a Varanasi. Non si sono fidati a spostarsi per conto loro qui in India e, arrivati a Delhi, si sono lasciati catturare da una delle numerosissime agenzie che invadono la città. Subito dopo si ferma una signora svizzera: era un’infermiera psichiatrica al suo Paese, ma si è licenziata in quanto non reggeva più quel tipo di lavoro. Ha 57 anni e dovrà inventarsi un lavoro per gli otto anni che le mancano per raggiungere l’età della pensione. Sta pensando di aprire un negozio in Svizzera per rivendere gli oggetti d’argento indiani, ma potrà, inoltre, tenere delle lezioni di yoga dal momento che pratica da anni questi esercizi. La rivedo l’indomani per una visita all’hotel dove sta e per chiacchierare ancora insieme. L’hotel è un vecchio palazzo del marajà ora diventato di proprietà del governo. Forse risale agli inizi del ‘900 ed ha ampi spazi aperti con un bellissimo panorama che dà sul lago di Pushkar. In un cortile interno ci sono i resti di un altare ed è un luogo molto carico di energia. Qui, a volte, Ursula, la signora svizzera, pratica lo yoga, ma sceglie anche altri spazi compreso il terrazzo che si apre dalla sua camera. Parliamo in inglese, ma conosce qualche frase d’italiano in quanto è stata la compagna di un uomo di Lecce per 13 anni. Ursula ha figlio, un giovane di 28 anni. Il padre se n’è andato quando lui aveva pochi mesi. Chiacchierando con intervalli di lunghi silenzi, ci beviamo il cjai su uno dei terrazzi che guardano verso il lago. Osserviamo dall’alto le varie fasi delle puja riservate ai turisti, siamo d’accordo nel disapprovare il metodo con cui vengono effettuati gli approcci e le contrattazioni per ricavare soldi dalle preghiere molto spesso imposte.

Pushkar, cammelli in attesa di turisti per il trekking.

Pushkar, cammelli in attesa di turisti per il trekking.

Sono in partenza da Pushkar: quando torno alla mia guest house scopro che avrei dovuto lasciare la camera 6 ore prima e mi chiedono di pagare un’altra notte per la mia disattenzione. In effetti, avevo capito che non c’erano problemi, che avrei potuto lasciare i miei bagagli fino alle 16.00, ma in uno sgabuzzino e non nella mia camera. In pratica, avevo frainteso: avrei dovuto lasciare la stanza libera alle 10.00 e riporre gli zaini alla reception. Vabbeh, raggiungo la stazione degli autobus a piedi: a due passi dall’arrivo si ferma un ragazzino in moto risciò e mi dice che la stazione è lontanissima e mi ci avrebbe portata per 30 rupie. Non gli ho dò retta: in effetti la stazione è proprio lì, dietro l’angolo. Attendo nella sala d’aspetto della ditta e quando arriva il pullman un ragazzino mi accompagna alla corriera.

Pushkar, pellegrina al ghat.

Pushkar, pellegrina al ghat.

Un signore sale con me e spinge sotto gli sleeping bed il mio zaino. Per questo servizio vuole 20 rupje che non ho. Ne ho 500, ma lui non ha il cambio; comunque lo rassicuro che era tutto compreso nel biglietto e lui se ne va. Il viaggio fino a Haridwar è faticoso: il mio posto-letto è in alto, dondola e sussulta ad ogni curva e ad ogni buca della strada: il mio stomaco sta malissimo e Haridwar sembra non arrivare mai. Quando finalmente la corriera si ferma non trovo più i miei preziosi sandali. Li cerco per un po’ insieme agli autisti, ma sono veramente spariti. Pazienza: tolgo dallo zaino le vecchie scarpe da ginnastica Prada, rattoppate dal calzolaio di Varanasi e mi aggrego ad un gruppo composto da due amiche cinesi, una israeliana, un ragazzo inglese e parto con loro, in motorisciò, per la vicina Rishikes. Giro un po’ per trovare una stanza ad un prezzo ragionevole. Ce ne sono di costose, discrete, e di più economiche, ma orribili. Trovo qualcosa di accettabile per me: non è il massimo, ma è in centro a Lakshman Jhula, uno dei due villaggi più importanti di Rishikesh ed ha internet che funziona abbastanza!

Rishikesh, il ponte sospeso di Lakshman Jhula visto dal tempio di 13 piani.

Rishikesh, il ponte sospeso di Lakshman Jhula visto dal tempio di 13 piani.

20 marzo 2015
Oggi m’incammino verso la parte denominata Swarg Ashram, quella che racchiude la maggior parte degli ashram e delle scuole di yoga. Dista circa due chilometri da Lakshman Jhula, dove abito, e dove c’è il raggruppamento delle guest house e degli hotel. In entrambi i nuclei ci sono un’infinità di templi, ristorantini e negozi. All’estremità del villaggio di Swarg Ashram si vedono numerosi sadhu: molti di loro passeggiano oppure se ne stanno seduti a gambe incrociate, in solitudine. Molti dormono in strada, altri abitano in casupole ricoperte di lamiera e plastica, oppure in grotte sulle rive del fiume sacro. In un gruppo di casupole, uno studente della scuola per sadhu di Rishikesh mi racconta che lì ci vivono 18 guru che qui chiamano baba. Tra le casette fai da te dei sadhu non mancano delle abitazioni un po’ più grandi, costruite con la stessa tecnica e abitate da diverse famiglie. Tra i ripari arrangiati, da un recinto mi vengono incontro, abbaiando, numerosi cani di razza, ben curati. Subito dopo, dall’interno della recinzione sbuca una distinta signora europea: mi racconta che abita lì da molto tempo, che i suoi genitori sono tedeschi, ma lei è nata in Spagna dove ora risiede la sua figlia ventiquattrenne. La signora ha sposato un indiano di Rishikesh e vivono insieme lì, in questa baracca sulle rive del Gange. Tornando verso il mio hotel, attraverso il ponte di Ram Jhula e raggiungo Rishikesh Town dove trovo la stazione delle corriere e dei taxi. Guardo le destinazioni degli autobus che partono da Rishikesh e vanno a: Manali, Delhi, Pushkar, Jaipur, Haridwar, Agra e qualche altra destinazione, ma il problema di dove andare dopo questa cittadina me lo porrò nei prossimi giorni.

Rishikesh, il ponte di Ram Jhula, a Swarg Ashram.

Rishikesh, il ponte di Ram Jhula, a Swarg Ashram.

I villaggi di Swarg Ashram e Rishikesh Town sono molto simili a Lakshman Jhula e alla parte abitata che sta al di là del fiume, quella denominata Hight Bank. Ci sono perfino due ponti sospesi e traballanti, rigorosamente uguali, che congiungono i due più importanti nuclei abitati di Lakshman Jhula e Swarg Ashram con la parte che sta dall’altra parte del fiume. Lungo la spiaggia che si ammira anche dal ponte Ram Jhula ci sono altre abitazioni essenziali di sadhu: in una di queste ci abitano in otto. A Swarg Ashram arrivano molti pellegrini per visitare il tempio dedicato a Shiva, e anche qui, come negli altri fiumi e laghi sacri, molti si bagnano nell’acqua sacra e recitano la puja, ma in modo molto tranquillo e riservato. Rientrando, mi fermo a visitare il Parmath Niketan Ashram: me lo aveva indicato Alina, la ragazza che stava con mio figlio a Varanasi. Dovrò tornare domani per avere le informazioni che mi servono: oggi, il mio top troppo scollato non mi ha permesso di accedervi. Ritorno in hotel con la cena fai da te: arachidi, banane, mandarini, un dolce al latte, un buon ginger preparato con il mio fornellino elettrico.

Rishikesh, villaggio di Swarg Hashram. Cottura del pane di mais.

Rishikesh, villaggio di Swarg Hashram. Cottura del pane di mais.

21 marzo
Ritorno a Swarg Ashram e al Parmarth Niketan Ashram mi dicono che non c’è posto fino ad aprile. Dovrei aspettare 10 giorni per accedervi! Proseguo il cammino e torno all’estremità del villaggio, dove ci sono le abitazioni spontanee dei sadhu. Giro un po’ lì intorno e finalmente individuo l’ashram Maharishi, dove nel 1968 hanno soggiornato i Beatles per due mesi, il tempo per comporre diverse canzoni del loro White Album. La struttura è ormai abbandonata ed è vietato accedervi. Solo pagando 100 rupie a degli individui che stanno all’interno del cancello incatenato, si può visitare il parco. L’edificio, ormai in disuso e mal ridotto è visibile dal parco esterno, dove stanno le diverse capanne abitate dai sadhu.

Rishikesh, il ponte Lakshman Jhula al tramonto.

Rishikesh, il ponte Lakshman Jhula al tramonto.

Camminando verso ovest e seguendo il fiume scopro una grotta adibita ad abitazione e un po’ più su, salendo dei gradini trovo una bella capanna con una vasta tettoia. Mi distendo su un tavolone, sotto la tettoia e assaporo l’energia intensa che racchiude questo posto. Dopo un po’ di tempo, dall’abitazione esce un ragazzo vestito di giallo, un giovane sadhu, con un secchio di alluminio e va a lavarsi sotto, nel Gange. Molti dei numerosissimi sadhu che incontro sono cordiali, ma altri sono molto scostanti. Diversi chiedono con insistenza l’elemosina, mentre altri sono molto colti e dignitosi. Sono sempre più convinta che tra gli uomini arancione ci siano diversi poveracci e, molti di loro privi di una preparazione spirituale. Anche qui, come mi è già capitato in altre parti del mondo, si siede accanto a me un giovane uomo per offrirsi di venire nella mia stanza. In questo caso si tratta di un ragazzo vestito di arancione, degli stessi abiti che usano i sadhu. Torno indietro verso il centro abitato e mi siedo su una delle numerose panchine che stanno sulla strada che fiancheggia il fiume. Leggo una parte di Bijou, di Patrice Modiano e meno male che mi piace questo libro. Ho appena terminato Libertà di Franzen e non era proprio di mio gusto. E’ l’ora del tramonto e tra l’altro è sabato: i templi sono affollati di turisti e pellegrini. In spiaggia, a nord del ponte Ram Jhula, ci sono parecchie persone che giocano, fanno il bagno, nuotano, ridono e si divertono. Non c’è traccia della religiosità degli altri luoghi sacri e forse le puya sono concentrate solo nei ghat, ma sono poche.

Rishikesh, tramonto sul Gange a Swarg Ashram.

Rishikesh, tramonto sul Gange a Swarg Ashram.

22 marzo
Chiedo delle informazioni nel mio hotel, che è anche un’agenzia di viaggi, sui trekking che organizzano, ma sono molto costosi e preferisco organizzarmi per conto mio. Qui, a Rishikesh, il business si svolge intorno allo yoga, agli ashram, al rafting, al trekking, ma anche sulla vendita dei biglietti degli autobus e del treno. Decido di andare da sola alla cascata di Patna. All’imbocco della stradina incontro un ragazzo che mi accompagna alla cascata e poi, insieme a lui raggiungo il villaggio e la casa dove abita. Lui, Sonu, ha 25 anni ed è sposato con una donna di 24, ha un figlio di tre anni e una bimba di un anno. E’ molto infelice: il suo matrimonio è stato deciso dalle famiglie.

Rishikesh, villaggio di Patna. Cernita del grano.

Rishikesh, villaggio di Patna. Cernita del grano.

Vive al villaggio, a suo dire coltiva un grande orto, che non mi mostra, e va a vendere i prodotti a Rishikesh trasportandoli con l’asino. Aiuta anche la madre nella piccola tea stall che sta all’incrocio tra la strada principale e il sentiero che porta alla cascata prima e al villaggio poi. Il suo desiderio è quello di avere un’altra moglie, ma lo potrebbe fare solo se l’attuale fosse d’accordo, ma non lo è. Lui, riguardo al matrimonio indiano mi dice che è soltanto un atto religioso senza alcuna procedura giuridica, ma vige la consuetudine di avere solo una moglie e un solo marito. Sonu desidera immensamente comunicarmi la sua inquietudine per chiarire a se stesso la propria situazione esistenziale. Mi dice che forse, fra un anno potrebbe avere un lavoro a Delhi in un’azienda di distribuzione, con un salario di 8.000 rupie al mese, poco più di 100 euro. Dovrebbe pagare, però, un affitto per la stanza ed il viaggio per tornare ogni settimana in famiglia. Gli piace anche il lavoro della tea stall che è di proprietà del governo ed è gestito da sua madre, una donna minuscola di 67 anni, quasi cieca e senza denti, che sembra molto più anziana della sua età. Lei, ogni giorno scende all’alba dal villaggio di montagna e impiega mezz’ora di cammino. Rientra a notte inoltrata e dorme su una rete di rami intrecciati posta nel soggiorno dell’abitazione. In quella casa abita la famiglia di Sonu, un anziano zio con la sua quarta moglie e un altro zio. L’anziano zio, rimasto vedovo per ben tre volte, ha 98 anni e dispone di una sua camera che divide con la moglie attuale, ormai ottantenne. Nell’altra camera dorme Sonu con la moglie e i due bambini. La madre e l’altro zio dormono in quello che io definisco un soggiorno, sulle reti che durante il giorno vengono usate per sedersi. La moglie di Sonu è strabica, ha i denti sporchissimi e veste in modo tradizionale, ma trasandato: non è mai andata a scuola e non sa nè leggere nè scrivere. Ci serve del cibo costituito da una pastella di riso riscaldata, dei pinoli, dell’acqua filtrata e un cjai. Non rimane in nostra compagnia: preferisce stare con l’anziana zia, a curare il grano, sullo spiazzo di cemento esterno. Il bambino di tre anni ha avuto un gran febbrone il giorno prima, ma ora sta meglio. Entrambi i bambini sono sporchi e non curati. E’ domenica, non c’è scuola naturalmente e ci sono molte ragazzine che girano per casa e tengono in braccio a turno la bambina piccola. Tutte frequentano la scuola pubblica del villaggio che pur essendo di qualità scadente funziona fino all’ottava classe. Anche Sonu ha seguito quel percorso ed ha frequentato fino all’ultima classe di questa scuola. Le altre classi, quelle che arrivano fino alla dodicesima sono a Rishikesh e pochi se lo possono concedere. Pago il pranzo anche se Sonu non vorrebbe e mi riaccompagna fino alla tea stall della madre: lui desidera andare là!

Rishikesh, villaggio di Padna. La raccolta delle sementi.

Rishikesh, villaggio di Padna. La raccolta delle sementi.

Lungo la strada del ritorno spezza un rametto da un albero e lo usa a lungo, come fosse uno spazzolino, per pulirsi i denti. Si ferma, poi, a tagliare delle schegge da un tronco con una scure che tiene nascosta dietro un albero. Mette le schegge in un sacco di plastica, anche quello preso da un nascondiglio e porta la legna alla madre. Ritorno verso Rishikesh, e lungo la strada ritrovo il gruppo di scimmie che avevo incontrato all’andata. Stanno mangiando delle patatine e delle banane che i turisti appena passati hanno dato loro. Questo scimmie hanno il pelo più lungo e sono molto più docili e timide, rispetto a quelle che vivono a Varanasi. Cammino ancora e mi meraviglio della enorme quantità di strada percorsa all’andata. Potrei attraversare un ponte e andare dall’altra parte a prendere l’autobus, ma invece proseguo ancora lungo questa via. Finalmente si ferma un fuoristrada per darmi un passaggio, concordo il prezzo per evitare spiacevoli sorprese. Ormai non manca molto al centro abitato e l’autista accetta la mia offerta di 20 rupie: meno di 30 centesimi. E’ l’ora del tramonto e vado a sedermi nel ghat vicino al ponte Lakshman Jhula. Chiacchiero un po’ con una ragazza giapponese di 27 anni, laureata in legge, in viaggio in India dal novembre dello scorso anno. Anche lei è stata a Pushkar e anche lei come me si chiede cosa ci trovi di interessante così tanta gente! Torno in hotel, chatto un po’ e mi ritiro in camera a guardare le foto, a scrivere sul diario, a leggere.

Rishikesh, villaggio di Swarg Ashram. L'ashram Maharishi che ha ospitato i Beatles nel 1968, ora abbandonato.

Rishikesh, villaggio di Swarg Ashram. L’ashram Maharishi che ha ospitato i Beatles nel 1968, ora abbandonato.

23 marzo
Oggi sono ritornata a Swarg Ashram nel parco e lungo la riva del Gange, nei pressi del Maharishi Ashram, dove hanno soggiornato i Beatles e ora in disuso e pericolante. Mi piace questo luogo abitato da molti sadhu con le loro simpatiche abitazioni. Accanto al Maharishi ci sono delle costruzioni in cemento, alcune chiuse, altre occupate o abitate da sadhu. Probabilmente erano dei ristoranti e delle tea rooms, negli anni ’60 e ’70. Oggi non ho seguito il solito percorso per arrivarci, ma ho camminato all’esterno del nucleo abitato, ho raggiunto un enorme e affollato parcheggio di fuoristrada che stavano in attesa dei turisti che in quel momento erano impegnati a girare per le stradine del villaggio. Da lì ho attraversato la foresta attraverso una strada sterrata e sono arrivata fin qui. Vicino al Maharishi Ashram mi fermo ad osservare una colonia di scimmie che sta sugli enormi alberi del parco. Sono sempre incantata ad osservare questi simpatici animali: alcune scimmie stanno allattando i loro piccoli, altre stanno spulciandosi l’una con l’altra e a momenti mi lanciano degli sguardi impauriti. Mentre sono totalmente persa ad osservare le scimmie mi raggiunge la voce di un turista peruviano che mi sta chiedendo dove sia l’ashram dei Beatles. E’un medico di 62 anni, in pensione che sta viaggiando in India da tre mesi. Alloggia al Parmarth Niketan Ashram, proprio dove desidero andare, ma non c’è posto, per ora. Mi siedo a leggere sulla riva del fiume e vedo che la grotta abitata è aperta e fuori c’è un giovane disteso che si gode il tepore del sole. Ritorno verso il villaggio e mi fermo a pranzo al solito ristorantino che sta sulla strada. Arriva anche un ragazzo israeliano che mi informa riguardo ai nuovi risultati elettorali del suo Paese e alla sua speranza di un cambiamento radicale riguardo al problema palestinese. Mi racconta che in Israele il servizio militare per i giovani è obbligatorio e dura due anni per le ragazze e tre per i maschi. “Puoi rimanerci ancora se tu lo vuoi” aggiunge “ma questo avviene soprattutto se loro ti scelgono”. Nel pomeriggio indosso una maglietta a mezza manica e un paio di pantaloni lunghi e torno al Parmarth Niketan Ashram: parlo con la signora che qualche giorno fa mi aveva chiesto di tornare con le spalle coperte e le dico che è troppo lunga l’attesa fino al primo aprile per poter stare lì. Mi risponde che posso partecipare alle cerimonie e alle lezioni di yoga, donando un’offerta, anche se non soggiorno lì. Alle 15.00 vado alla lezione di yoga dove incontro il medico peruviano. La lezione è interessante: dura un’ora, ma è più ginnica che mentale ed è piuttosto faticosa. Terminata la lezione fuggo velocissima a cercare una tea stall che trovo dopo aver attraversato il ponte.

Rishikesh, villaggio di Swarg Ahshram, verso sera.

Rishikesh, villaggio di Swarg Ahshram, verso sera.

Cammino un po’ tra le bancarelle e vado a sedermi e a leggere nel ghat più animato del Gange. Qui stanno preparando i tappeti e i tavoli per la cerimonia della sera. Intorno gironzolano diverse bambine che stanno vendendo piattini di cartone con dentro fiori, incenso e una candela: sono le offerte al Gange per chiedergli di realizzare i nostri desideri. Le bambine sono molto insistenti. Dopo un po’ riprendo il cammino per Ram Jhula e compro della frutta e della verdura per la cena. Nella sala computer dell’hotel mi fermo un attimo per guardare le novità su internet, poi mi rifugio come al solito in camera.

Rishikesh, turisti al ghat accanto al ponte Ram Jhula.

Rishikesh, turisti al ghat accanto al ponte Ram Jhula.

24 marzo
Stanotte mi sono svegliata alle 2 e ho fatto fatica a riprendere sonno. Ho sentito di nuovo la voce di mia madre che mi chiamava con il modo affettuoso che ogni tanto lei sapeva esprimere. Non è la prima volta che mi capita questa suggestione durante questo viaggio. L’altra sera l’ho anche sognata: stava accanto al corpo di mio padre. Lui, stava disteso sul cassone di un camion, ormai consumato dalla vecchiaia e bagnato dai bisogni fatti addosso, ma sorridente. Nel sogno chiedevo a mia madre se lui mi avesse riconosciuta e lei aveva risposto di no. Che significato avrà mai questo sogno? Forse mi sento in colpa per lui che non ha avuto nulla dalla vita se non la preoccupazione di dare a noi figli tutto quello che lui non aveva avuto. Sono nata quando lui, mio padre, aveva 25 anni e lavorava come muratore. Subito dopo ha trovato un posto fisso alla miniera di Cave del Predil e lì è rimasto per ben trent’anni. Non posso non paragonare quella realtà di quasi 70 anni fa alla situazione che vivono diversi ragazzi indiani ora: si sposano poco più che ventenni, diventano padri subito dopo e si adattano a qualsiasi lavoro per provvedere alla famiglia. Anche la condizione femminile non è molto diversa, anzi, si può paragonare ad un periodo ancora più lontano, rispetto agli uomini, cioè a quella che vivevano le nostre nonne nell’immediato primo dopoguerra.
Sono preoccupata per mio figlio che sta ancora in Nepal, ma proprio ora sono arrivate sue notizie tramite mail. Esco dall’hotel più tranquilla e mi dirigo verso il centro del villaggio per bere un cjai in una delle tante tea stall che fiancheggiano la strada.

Rishikesh, aspetti di un ghat del villaggio di Swarg Ashram.

Rishikesh, aspetti di un ghat del villaggio di Swarg Ashram.

Poi, seguo la scia dei pellegrini che lascia le scarpe in custodia su degli scaffali e poi sale delle scale per attraversare i tredici piani di templi dedicati a Shiva e alle numerose altre divinità del Shri Trayanbakshwar Temple.

Rishikesh, coppia in pellegrinaggio al tempio di 13 piani di Lakshman Jhula.

Rishikesh, coppia in pellegrinaggio al tempio di 13 piani di Lakshman Jhula.

Ci sono diversi uomini in questo gruppo di pellegrini, tutti vestiti con gli abiti bianchi della tradizione indiana: un giubbino corto arricciato sulla schiena, dei pantaloni larghi con il cavallo basso, degli orecchini tondi, d’oro o dorati sulla parte alta delle orecchie.

Rishikesh, arrivo di un pellegrinaggio al Shri Trayanbakswar Temple, il tempio di 13 piani di Lakshman Jhula.

Rishikesh, arrivo di un pellegrinaggio al Shri Trayanbakswar Temple, il tempio di 13 piani di Lakshman Jhula.

Sto camminando molto anche oggi e nel pomeriggio non sono in forza per tornare alla lezione di yoga. Attraverso il ponte di Lakshman Jhula, risalgo fino alla Main road e la percorro fino all’altro ponte, al Ram Jhula.

Rishikesh, il ponte di Lakshman Jhula visto da Rishkesh Town.

Camminando per Swarg Ashram percorro la via contraria rispetto a ieri, arrivando alla stradina che dall’ashram dei Beatles porta al parco e al grosso parcheggio di taxi e fuoristrada. Da qui, i gruppi turistici, mi dicono, proseguono a piedi fino al tempio che dista 7 kilometri: il Neelkantha Mahadev Temple. Nel tardo pomeriggio rimango a lungo seduta su un tavolone di un ashram abitato soltanto da famiglie indiane: il Gita Bhanean Ashram. Qui, ogni abitazione è essenziale ed ha all’esterno un tavolo basso dove le persone si distendono per riposare. L’ashram è molto pulito ed è vigilato da un guardiano. In mezzo al giardino-cortile c’è un tempio dove è rigorosamente vietato scattare foto. A lato c’è un affresco di una mucca con un uomo che le succhia il latte dalle mammelle; la stessa immagine l’avevo già incontrata al Gau Ghat di Pushkar.

Rishikesh, Swarg Ashram. Immagine su una parete del Gita Bhaneashraman Ashram.

Rishikesh, Swarg Ashram. Immagine su una parete del Gita Bhaneashraman Ashram.

C’è una grande insegna all’esterno di questo ashram con l’indicazione dei diversi Gita presenti sia qui, sia in altre città dell’Uttarakhand contraddistinti da una denominazione e un numero di riferimento differenti. Deduco, quindi, che ci sono diversi Gita che appartengono alla stessa organizzazione non governativa. Più tardi, mi sposto sulla spiaggia. Lì, tutte le sere, all’ora del tramonto, c’e un gruppo di turisti non più giovani che cantano, suonando il flauto e la chitarra. Anche qui delle bambine e una donna girano tra la gente per vendere fiori e incenso da donare al fiume sacro. Alcuni turisti bambini giocano e lasciano trascinare dalla corrente delle barchette di carta che stanno resistendo per un lungo tratto alla forza del fiume.

Rishikesh, tipologie aqbitative lungo il Gange.

Rishikesh, tipologie abitative lungo il Gange.

25 marzo 2015
Ritorno ancora a Swarg Ashram, attraverso un percorso ancora diverso. Dal ponte di Lakshman Jhula sono salita attraverso la scorciatoia fatta di gradinate raggiungendo la strada principale e poi, di nuovo, ho attraversato l’altro ponte, il Ram Jhula. Entro di nuovo alla reception del Parmarth Niketan Ashram per chiedere se si è liberata una stanza e con sorpresa riesco ad ottenerla da dopo domani e per cinque notti. Quindi, farò l’esperienza dell’ashram alla quale tengo molto!

Rishikesh, sera nel cortile interno del Parmarth Niketan Ashram.

Rishikesh, sera nel cortile interno del Parmarth Niketan Ashram.

Dopo il pranzo al mio solito ristorantino di strada, salgo al Bhootnath Temple: niente di particolare! Si tratta di una costruzione iniziata nel 1952 e poi proseguita con un’architettura moderna, ma anonima, sviluppata su sei piani con delle terrazze tutto intorno a delle stanzette per ogni piano. La sensazione è di grande freddezza, con qualche scultura di lingam di Shiva e alcuni dipinti delle divinità esposti in due, tre cappelle. Il panorama dai piani alti è senz’altro bello: dà sul bosco e sul Gange, ma è offuscato da una leggera nebbiolina. Per un po’ di tempo non vedo nessuno, poi, incrocio alcuni ragazzini che stanno scendendo le scale. Arrivo in cima e in una stanza compare la figura di un sacerdote che sta tranquillamente leggendo il giornale. Ha un banchetto davanti a lui con sopra una girandola di banconote da 10 rupie e mi invita con insistenza ad accucciarmi per ricevere il segno rosso sulla fronte. Non ne ho voglia, ma insiste per darmi una manciata di riso soffiato e così mi sento in dovere di dargli l’offerta. Torno al villaggio e mi sposto nella zona della spiaggia; rimango all’ombra degli alberi, sulla stradina soprastante, in quanto fa ancora molto caldo e solo dopo qualche tempo, scendo a leggere, sugli scogli. Ritornando, verso sera, al villaggio di Lakshman Jhula incontro un ragazzo con il quale scambio ogni giorno qualche parola. Ha 26 anni, abita a Haridwar e ogni sera torna a casa prendendo il moto risciò e poi il treno per rifare il percorso inverso la mattina dopo. Qui, lungo la strada tra i due villaggi ha affittato una bancarella in acciaio e vende occhiali da sole. Paga 500 rupie al mese, circa 7 euro, e non può permettersi di acquistare un banchetto suo in quanto costa 10.000 rupie, circa 140 euro. Già da qualche giorno desidera farmi un regalo e nonostante le mie resistenze oggi mi mette al polso un bracciale di perline blu. Vado alla bancarella della frutta e verdura: devo scambiare 500 rupie e, non controllo il resto! Mi fido! Torno in hotel e mi accorgo che dal resto mancano 50 rupie. Che fare? Ormai! Equivalgono a meno di un euro, ma la cosa mi dispiace!

 

Rishikesh, accanto al ponte di Ram Jhula. Cantore di mantra cieco.

Rishikesh, accanto al ponte di Ram Jhula. Cantore di mantra cieco.

26 marzo 2015
Vado a prendere il cjai alla tea-stall accanto al tempio dei 13 piani e chiacchiero un po’ con tre russi della Siberia che sono in viaggio da quasi tre anni. Per pagarsi le spese, hanno lavorato a Bangkok: la ragazza ha posato come modella mentre i ragazzi hanno lavorato come camerieri. Scendo poi al vicino ghat e incontro una ragazza di 20 anni che sta viaggiando in India con il suo ragazzo, anche lui ventenne. Lei, Marina, ha terminato il liceo artistico e non sa ancora quale facoltà sia più opportuno scegliere per l’università. Vuole fare una scelta concreta che la porti veramente ad uno sbocco lavorativo. Lui non ha terminato il liceo e non intende riprendere gli studi. Si sono conosciuti all’Isola d’Elba dove lui risiede e dove lei andava in vacanza tutti gli anni con la famiglia.

Rishikesh, la strada all'esterno del Parmarth Ashram.

Rishikesh, la strada all’esterno del Parmarth Ashram.

Lasciata Marina che torna al suo ashram-guesthouse, m’incammino sulla strada che porta al villaggio di Swarg Ashram. Lungo il percorso mi si affiancano due giovani donne indiane, con un bel gruppo di figli. Sono due sorelle del Panjab, di religione sikh: sono arrivate in autobus a Rishikesh per un pic-nik lungo il Gange. La figlia più grande ha 11 anni, parla molto bene l’inglese, sta frequentando la settima classe e vuole diventare medico. Ora, mi racconta, le scuole sono chiuse per un mese, fino alla metà di aprile. Durante questa pausa ci sarà il passaggio o meno degli allievi da una classe all’altra. Attraversando varie regioni dell’India ho notato che i mesi di vacanza cadono in periodi diversi, a seconda del clima molto freddo oppure troppo caldo. Più tardi vado a sedermi e a leggere sulle panchine che stanno sulla stradina che fiancheggia dall’alto la riva del fiume. Dopo un po’ vengono a sedersi accanto a me due famiglie indiane con dei figli. Le bambine, di circa 8 anni sono vestite con abiti coloratissimi, ma sintetici, fatti di pizzi, merletti e balze, che ricordano le bambole che negli anni ’50-‘60 da noi usavano mettere in mezzo ai letti. Le bimbe mi guardano con attenzione, anzi, non staccano proprio gli occhi da me. Non parlano l’inglese: mi chiedono con dei gesti, di scattare loro delle foto e quando arriva il momento di salutarci mi mettono al polso un braccialetto che una di loro si è appena sfilato per regalarmelo. Vado a pranzo come al solito ristorante sulla strada che porta all’insediamento dei sadhu, non distante dall’ashram che ha ospitato i Beatles.

Rishikesh, villaggio di Swarg Ashram. La zona abitata dai sadhu.

Rishikesh, villaggio di Swarg Ashram. La zona abitata dai sadhu.

Torno anche oggi nella zona dove stazionano i guru e i sadhu: mi piace osservare il loro ritmo di vita! Sono le 16.00 e c’è un gruppetto che sta prendendo il tè all’esterno di una capanna. Sono molto cortesi e mi invitano a sedere accanto a loro. C’è anche una donna sadhu ed è la prima volta che ne incontro una. Parlano soltanto indi ed è difficilissimo per me comunicare, così, li ringrazio per l’invito e continuo la mia passeggiata. Sulla strada del ritorno, incontro il ragazzo della bancarella degli occhiali. Stasera vuole regalarmi una collana che dedica al prossimo Durga Puya. Io non vorrei, ma per lui questa offerta è un vero porta fortuna!
27 marzo
Percorro i 2 kilometri che separano Lakshman Jhula da Swarh Ashram con lo zaino grande sulle spalle e lo zainetto sul davanti. Ora abito nel Parmarth Niketan Ashram: un’esperienza che volevo fare. L’ashram è di buona qualità e i suoi ospiti sono sia indiani sia turisti che appartengono alla classe medio-alta. Pago 500 rupie al giorno, circa 7 euro, compresi i pasti e le attività di yoga. Volendo, a parte, c’è un centro ayurvedico con diverse attività interessanti tenute da medici specializzati in quel tipo di terapia. La stanza che mi viene assegnata è molto bella: un mini appartamento, quasi! Le finestre sono alte e danno sulla strada principale dalla quale, di notte, arrivano le voci della gente che dorme sulla via. Non esiste il silenzio della notte qui, per cui il mio sonno seppur sereno non è mai profondo. I pasti sono tre: la colazione costituita da una zuppa di legumi e dal cjai, il pranzo e la cena, sempre vegetariani, ma ogni volta diversi. C’è una zuppiera dalla quale si prende o ti servono al banco il riso lesso con il dhal che si aggiunge sopra. Poi ci sono delle altre verdure costituite da patate, carote, pomodori e una specie di rapa, tagliati a pezzettini e cucinati in umido tutti insieme. Spesso ci sono delle carote e dei cetrioli crudi, senza condimento e delle fette di pane che sembrano delle omlette, il chapatì. Qualche volta servono anche una zuppa di riso e latte zuccherata o delle palline gialle, asciutte, molto dolci. La cucina è quasi vegana se non fosse per quel riso cotto nel latte. Dopo il pranzo vado alla lezione di yoga: oggi è meno massacrante di qualche giorno fa. Alle 17.00 c’è la cerimonia sul Gange, con canti e grossi fuochi accesi. Il ghat è affollato, ma io ci rimango poco e vado a cercare lo zenzero per la mia tisana che in questo villaggio pochi vendono.

Rishikesh town. Bancarelle.

Rishikesh town. Bancarelle.

28 marzo
Oggi mi sono svegliata presto, ma non in tempo per la lezione di yoga delle 6 del mattino. Dopo il mio tè preparato in camera, mi avvio nella zona yoga dell’ashram e trovo il gruppo del cantante melodico che avevo già ascoltato ieri sera. Mi aggrego alla loro attività di yoga che si svolge in modo molto soft. Quando il cantante, accompagnato da una donna che strimpella uno strumento a corde inizia le lezioni di canto melodico, rimango un altro po’e poi me ne vado a leggere!
Nel pomeriggio, la lezione di yoga la sta tenendo un ragazzo francese che da un anno vive in India. Risiede a Londra, ma è rientrato là soltanto per rinnovare il visto per l’India che dura 6 mesi. E’ una lezione molto interessante in quanto interviene a correggere le posture, le mie in particolare, con molta umanità. Verso sera torno sulla bella, animata spiaggia e mi siedo a leggere su uno degli scogli. Tornando verso l’ashram incrocio il ragazzo della bancarella degli occhiali. Sta andando a prendere il risciò al di là del ponte per andare alla stazione ferroviaria e prendere il treno per Haridwar, dove abita con suo padre. Sui ghat c’è molta gente questa sera: è sabato e nei weekend la cittadina si riempie di pellegrini e turisti che, al tramonto e verso sera, affollano i ghat e la spiaggia per la puya e per godersi l’energia del fiume sacro.
29 marzo
Giornata di pioggia al mattino. Mi rintano sotto i porticati della zona yoga e poi su un divano di un salone a leggere. Nella zona yoga c’è un bel gruppo di ragazzi e ragazze che stanno facendo esercizi di teatro-yoga, ma li guardo solo un momento e poi ritorno a leggere, in solitudine. Quando smette di piovere cammino fino a Lakshman Jhula, all’agenzia dell’hotel dove alloggiavo per vedere se sono pronti i biglietti per Jhansi, da lì per Khajuraho e poi per Varanasi. Farò delle tappe: mi fermerò ad Orchha che raggiungerò da Jhansi, andrò poi a Khajuraho e infine, ritornerò a Varanasi, dove incontrerò di nuovo mio figlio che tornerà lì dal Nepal. Non ho fatto una scelta ponderata a prenotare i biglietti in questo posto; mi son lasciata prendere dalla simpatia che provavo per il ragazzo che lavora lì e, oltre ad aver pagato molti soldi in più per i biglietti, non li avrò se non alla vigilia della partenza. Ritorno verso l’ashram attraversando i due ponti nella direzione opposta e nel pomeriggio vado a leggere sulla riva del fiume, sulla mia adorata spiaggia. Prendo un cjai ad uno dei due ristoranti del villaggio di Ram Ashram, dove, in vetrina, per attirare i clienti, troneggiano dei personaggi in carna e ossa, grandi e grossi, vestiti e truccati come fossero dei buddha. All’interno osservo che diverse famiglie della nuova middle class vengono in gita qui a Rishikesh e pranzano al ristorante. Verso sera assisto, in parte, alla cerimonia serale che si svolge sul ghat di fronte al Niketan Ashram, ma questi rituali sofisticati non mi coinvolgono più di tanto.

Rishikesh, villaggio di Swarg Hashram. Cottura del pane di mais.

Rishikesh, villaggio di Swarg Hashram. Cottura del pane di mais.

Preferisco fare una camminata verso la zona dove stanno i sadhu. Con mia grande sorpresa trovo la muraglia che fiancheggia la stradina affollata da sadhu e mendicanti. Fa freddo questa sera e il muro offre loro un buon riparo. Questi sadhu girovaghi saranno almeno un centinaio che di giorno si spostano con le coperte sulle spalle e una sacca come bagaglio e la sera dormono all’aperto. Chiedo loro se dormono qui e mi rispondono che non hanno un altro posto dove andare.
30 marzo
Oggi sveglia alle 5.30 e partecipazione alla lezione mattutina di yoga. Per fortuna la tiene il ragazzo francese che è il migliore dei tre maestri che si alternano. Parlo un po’ con Isabel, una ragazza francese figlia di padre vietnamita e di madre francese che vive in Nuova Caledonia. Sta viaggiando per un periodo di quattro mesi che prolungherà, probabilmente. Dopo la settimana che trascorrerà qui, al Parmarh Ashram, si sposterà al villaggio di Lakshman Jhula, al Shiva Ashram, dove frequenterà per un mese dei corsi di yoga e di meditazione. Poi, andrà in Vietnam, ad Hanoi, e qui, visiterà, in particolare, Dalat, la città dove è nato suo padre. Da Oh Cimin volerà in Francia per conoscere dei parenti e dopo si vedrà. E’ laureata in economia e, in Nuova Caledonia lavora in una banca: ora si è presa un periodo sabbatico. Se prolungare o meno il periodo sabbatico che avrebbe termine alla fine di agosto, lo dovrà comunicare per la fine di aprile. Probabilmente lascerà quel lavoro per intraprendere un’attività legata all’informazione sull’alimentazione vegana, alla preparazione di cibi senza zucchero, senza latte e uova. Isabel ritiene importante anche praticare il digiuno, necessario per lasciar riposare l’organismo.

Rishikesh, gruppo di donne emancipate al ghat di Swarg Ashram.

Rishikesh, gruppo di donne emancipate al ghat di Swarg Ashram.

Nel pomeriggio cammino a lungo per i ghat: in uno incontro un allegro ed emancipato gruppo di donne di Haridwar che sta facendo il bagno nel fiume con meno inibizione delle altre indiane. Passeggiando lungo la stradina parallela alla principale scopro che ci sono ancora degli altri ashram con il nome “Gita”. Alcuni sono abitati da famiglie, altri da persone singole. Non devono quasi mai pagare l’affitto. Ce ne sono diversi di ashram con lo stesso nome Gita che appartengono a questa associazione umanitaria che amministra le donazioni versate per questo scopo. Nel pomeriggio altra lezione di yoga, ma la ragazza non è all’altezza del ragazzo della mattina e gli esercizi che propone sono slegati ed è più ginnastica che yoga.

Rishikesh, Swarg Ashram. Cortile interno dell'ashram Gita Bhanean.

Rishikesh, Swarg Ashram. Cortile interno dell’ashram Gita Bhanean.

31 marzo
Anche oggi sveglia presto e via alla lezione di yoga. La lezione è all’aperto, sul prato, tra cani che si ricorrono e scimmie che camminano sugli alberi e lassù, sui tetti. L’insegnante è una delle due ragazze, quella che non avevo ancora incontrato. Diciamo che è più motivata dell’altra, ma con qualche piccolo miglioramento da fare in una parte della lezione che secondo me rimane troppo ginnica e poco mentale. Terminata la lezione, vado a leggere lungo la scalinata che porta alla spiaggia e lì incrocio ancora il ragazzo della bancarella degli occhiali. Mi aveva vista mentre percorreva la strada che dalla stazione degli autobus e poi dal ponte porta alla sua bancarella. Si siede accanto a me felice di avermi trovata per caso. Gli parlo dei miei figli e dei nipoti e ci incamminiamo assieme lungo la strada che porta alla sua bancarella: io proseguo per il villaggio di Lakshman Jhula dove dovrei recuperare i biglietti del treno per spostarmi a Orchha, già domani. Il ragazzo della bancarella ha voluto regalarmi altre due collane: questa volta da portare a mia nipote.
Nel pomeriggio non vado alla lezione di yoga e preferisco rimanere a leggere nella stradina che fiancheggia la spiaggia sul Gange. Alle 18.00 ho appuntamento con Isabel che mi farà un massaggio con un metodo che ha imparato a Bali. Userà un olio ricavato da un fiore che cresce soltanto lì.

Rishikesh, tramonto sul ghat.

Rishikesh, tramonto sul ghat.

1 aprile.
Partenza a piedi alle 5.00 di mattina dall’ashram per raggiungere la stazione dei risciò: prezzo concordato 200 rupie per il trasporto fino ad Haridwar train station.
Il viaggio in treno fino a Jhansi è tranquillo. Guardando dal finestrino osservo che il paesaggio si sta facendo sempre più agricolo: tornano i grandi campi di frumento a volte già raccolto in grandi fasci a volte in via di mietitura e più spesso con soltanto una grande distesa di colore giallo intenso. Trascorro il tempo del viaggio con la lettura de “La famiglia Kernoski” che mi dà la possibilità di capire più in profondità la fase della persecuzione degli ebrei nel periodo nazista. A volte dialogo con dei ragazzi: uno studia ingegneria civile e un altro ingegneria elettrica in un’università privata della loro città: Ujjain. Saranno, in tutto, una ventina di ragazzi e stanno facendo insieme un viaggio di due giorni nella zona di Haridwar. Tra loro posso scorgere soltanto due ragazze. Un giovane, già laureato in ingegneria civile, sta viaggiando per conto suo; mi racconta che sta facendo dei periodi di prova per ottenere un incarico. Diversi studenti appartengono alla prima casta, quella dei bramini e alcuni alla seconda, che comprende i sarti e gli agricoltori. Tutti aspirano ad entrare a far parte dell’esercito in futuro, ma mi dicono che è molto difficile superare i test di ammissione. Appartengono a famiglie che possono permettersi i costi della scuola privata, che, contrariamente ad altri pareri, mi riferiscono essere più facile e con meno esami rispetto all’università statale. Per quanto riguarda il sistema delle caste mi raccontano che la suddivisione è sostanzialmente composta da tre parti, ma che all’interno di ciascuna ci sono un’infinità di altre scomposizioni. Mi riferiscono ancora che gli abitanti si riconoscono tra loro sulla base della casta a cui appartengono e che i matrimoni avvengono per amore, loro dicono, ma all’interno della stessa casta. Nel mio scompartimento ci sono anche due bramini di Gwalior, padre e figlio che non parlano inglese, ma un assistente universitario ci fa da interprete. Sembrano due fratelli: il padre ha 70 anni, ne dimostra molti di meno, forse grazie allo yoga che pratica da sempre. E’ un seguace della filosofia dei Veda ed è stato per lunghi anni maestro di yoga proprio al Parmarth Ashram di Rishikesh. Il figlio, invece, celebra le puya in un tempio di Gwalior. Per non sbagliare la stazione di Jhansi, in cui scendere, mi aggrego ad una numerosa semplice famiglia indiana che mi accompagna in motorisciò nella zona degli hotel in quanto non ci saranno autobus per Orchha fino a domani mattina. Contratto il prezzo dell’hotel: 500 rupie, pari a circa 7 euro: sono tante per questa cittadina che non offre nulla!

Ritorno in India: Omkareshwar, Maheswar, Mandu

28 febbraio 2015
Oggi partenza per Omkareshwar, nel Madhya Pradesh occidentale, cioè nell’India centrale. Ho lasciato nella guest house di Varanasi alcuni abiti pesanti, convinta di trovare caldo dappertutto, invece, già alla stazione di Kandwa, dove devo attendere per un’ora, fino alle 6.30 di mattina, il trenino per Omkareshwar, piove e fa freddo. Mi rifugio in una sala d’aspetto piena di gente che dorme distesa sul pavimento e seduta sulle panche. Anche fuori, nell’atrio ci sono molte persone che dormono distese su un telo e ricoperte dalla testa ai piedi con un pezzo di stoffa o con uno scialle. A volte manca la luce ed è molto suggestivo rimanere al buio totale tra questi personaggi dall’atteggiamento spontaneo e rilassato. Il viaggio nella sleeper class fino a Kadwa è stato un susseguirsi di persone che russavano, bambini che piangevano, uomini che tossivano e sputavano il catarro dal finestrino, una bambina che mi vomitava addosso. Il trenino per Omkareshwar ha i sedili in legno. Guardo continuamente le scritte delle stazioni in quanto non so bene dove sia questo posto. Piove ancora e fa freddo, ma forse è un fatto eccezionale questa brutta giornata in quanto il paesaggio, a tratti pianeggiante a momenti collinare, è colmo di campi coltivati e il grano, ormai maturo, in alcuni casi è già stato tagliato e spesso la paglia sta lì, raccolta in fasci. Chiedo al ragazzo indiano che sta seduto accanto a me, se mi aiuta a individuare la fermata giusta, ma nemmeno lui lo sa. Arrivata in una piccola stazione quasi deserta, mi dicono che la cittadina dista 15 kilometri e devo prendere l’autobus. Seguo la scia delle persone e arrivo ad un autobus malandato e già pieno zeppo di gente. Metto lo zaino grande nel bagagliaio senza avvolgerlo nella solita fodera: mi sembrava pulito, ma lo ritroverò ricoperto di fango. Vabbeh, lo pulirò in guest house. L’autobus che mi sembrava strapieno viene riempito ancora di più, e percorro questo breve tratto proprio come una sardina in scatola. Il bigliettaio scavalca i sedili e s’infila tra la gente in modo acrobatico per ritirare i soldi della corsa. Finito il giro scende e non risale: mancano pochi metri alla stazione degli autobus. Durante il percorso tre anziani vestiti di bianco, comodamente seduti sul retro, mi prendono lo zainetto e mi invitano ad appoggiarmi lungo un ferro orizzontale, che protegge i passeggeri dalla portiera sempre aperta dell’autobus. Arrivati all’ultima fermata, mi comunicano che la cittadina dista ancora due o tre kilometri da lì.

Omkareshwar, il ponte che congiunge l'isola alla terraferma.

Omkareshwar, il ponte che congiunge l’isola alla terraferma.

Tutti s’incamminano a piedi: una signora mi invita ad appoggiare gli zaini su un carretto insieme agli altri, ma non mi va. Contratto il prezzo del risciò: da 100 rupie accetta le 30, ma caricherà poco dopo almeno altre dieci persone. Anche a Varanasi succede così: se ottieni lo sconto sia nei moto risciò sia nei ciclo risciò i guidatori si sentono autorizzati a far salire altra gente e a me questo fa piacere. Anche il tragitto in tuc-tuc per la stazione ferroviaria di Varanasi, ad esempio, l’ho condiviso con un simpatico ragazzo tibetano che, dopo aver trascorso 10 giorni a Sarnath e tre a Varanasi, se ne tornava a Dharamsala dove rimane solitamente per lunghi periodi. A Omkareshwar, il risciò mi lascia all’ingresso dell’isola pedonale, un po’ distante dalla Manu guest house che mi aveva indicato mio figlio. Lì, ci arrivo dopo una faticosa e ripida scalinata, al di là del fiume. Un signore del posto mi fa da guida fin sotto la scalinata, senza chiedermi dei soldi. La salita è ripida e faticosa: arrivata quasi in cima, sto per rinunciare e tornarmene a valle quando si affaccia un ragazzo da un terrazzino e mi dice che sono arrivata. Ne valeva la pena! Il panorama si affaccia sul fiume, sui mercati, sulla cittadina che andrò subito ad esplorare!

Omkareshwar, arrivo di pellegrinaggi al Shri Omkar Mandhata Temple, sull'isola

Omkareshwar, arrivo di pellegrinaggi al Shri Omkar Mandhata Temple, sull’isola.

2 marzo
Ceno in guest house, alla fine, dopo un piccolo giro al mercato e al centro della cittadina. Il costo del thali qui è più alto che altrove, ma oggi sono stanca e ceno insieme al ragazzo della stanza accanto. Si chiama Alkesh Palmar, ha uno studio a Londra di graphic designer nel campo della progettazione e della realizzazione artigianale di lampade. E’ nato a Londra da genitori indiani, del Gujarat. I nonni erano emigrati in Kenia, i genitori sono nati a Nairobi e poi si sono trasferiti tutti a Londra. Alkesh si è preso una pausa di riflessione esistenziale di tre mesi che probabilmente prolungherà. E’ di religione induista e si sente culturalmente indiano.

Omkashwar, pellegrini sulla penisola del fiume Narmara.

Omkashwar, pellegrini sulla penisola del fiume Narmara.

3 marzo
Stamattina, nella terrazza della guest house, si è unita ad Alkesh e a me una giovane coppia di francesi della Normandia che trascorre molto tempo viaggiando in India. Il ragazzo, Mickel, ha 27 anni, è laureato in meteorologica, lei, Jasmine, ha18 anni, si sta preparando per un esame di storia indiana e spera di ottenere un contributo dal governo francese per questa piccola ricerca sul campo. Dopo le presentazioni parto per il giro che si svolge intorno al fiume Narmada e attraversa i numerosi templi induisti collocati sulle colline fino a raggiungere il più importante: il Gaudi Somnnath Temple. Lungo il percorso incontro, in momenti diversi, sia i ragazzi francesi sia il ragazzo di Londra.

Omkareshwar, visita ad un tempietto posto lungo la stradina che porta al Gaudi Somnnath Temple.

Omkareshwar, visita ad un tempietto posto lungo la stradina che porta al Gaudi Somnnath Temple.

Durante la prima parte del tragitto, incrocio diversi sadhu e pellegrini, tutti assorti in meditazioni e preghiere accanto alle divinità dei piccoli templi induisti. Dopo un breve cammino raggiungo una penisola sul fiume dove diversi uomini ed anche qualche donna, rigorosamente avvolta nel suo sari, stanno facendo il bagno e celebrando dei rituali. Un momento importante qui in India è quello dedicato al bagno dei bambini piccolissimi e degli anziani che vengono aiutati ad immergersi nel fiume sacro, come fosse un compito da assolvere. Le donne, in particolare, più che gli uomini, sono sempre impegnate a comporre i piattini con fiori, candele, incensi, monete da affidare al fiume, per chiedere la sua protezione. Lungo la riva ci sono anche degli uomini che spostano grossi massi e scavano con le mani in cerca delle monete che i pellegrini donano al fiume. La penisola è attraversata da una lunga stradina piena, zeppa di bancarelle. Oggi e lunedì e molte di loro sono chiuse: i grossi affari si fanno nel weekend! Sono aperte soltanto alcune rivendite di composizioni di fiori e incenso per i rituali, qualche bancarella con taniche di plastica per portarsi via l’acqua del fiume, bigiotteria, the e poche altre cose. Lì, sulla penisola, gironzolano in cerca di cibo diverse mucche, qualche capra, pochi cani. Ripercorro la stradina fino ad un bivio e scelgo di proseguire il cammino che dovrebbe riportarmi, attraverso le colline, a Omkareshwar. Lungo il percorso ci sono molte catapecchie costruite con stracci, legno e lamiera e altre abitazioni in calcestruzzo, grezze, come se i lavori fossero nella prima fase della costruzione, ma in realtà per loro sono già ultimate. Da una casupola sbuca un uomo di mezza età, vestito in bianco con abiti tradizionali. E’sorridente, e insiste per farmi entrare nella sua dimora per un cjai, ma naturalmente non mi fido e decido di tornare indietro rifacendo la strada dell’andata. Dopo un breve tratto incontro due coppie di pellegrini indiani che mi invitano a proseguire con loro il cammino attraverso la strada alla quale stavo rinunciando. Mi aggrego a loro che si fermano con devozione in ogni tempio fino ad arrivare al principale dedicato a Shiva: il Gaudi Somnnath Temple. Lassù, incontro ancora Alkesh, il mio vicino di camera: lo avevo già incrociato alla penisola, ma avevo preferito starmene per conto mio. Ora, decidiamo di pranzare tutti assieme con il tradizionale thali, nella mensa per pellegrini del Gaudi Somnnath Temple. Terminato il pasto, ogni pellegrino lascia un’offerta, lava il suo piatto e lo ripone su una pila insieme agli altri. Il detersivo è composto da un miscuglio di sabbia e cenere. Alkesh preferisce proseguire il cammino da solo mentre io rimango con i miei nuovi amici indiani. Lo rincontreremo ad un tempio semi diroccato, verso la fine del percorso, dove un gruppo di preti sta eseguendo dei canti e dei riti e contemporaneamente decorando il lingam di Shiva. Il lingam, cioè il pene di Shiva ricorre spesso nei templi induisti: in quelli più semplici collocano soltanto un sasso ovale su un supporto, in posizione verticale. Mentre siamo ancora in alto sulle colline vediamo lo spettacolo orribile della enorme centrale idroelettrica costruita dove confluiscono i due fiumi: il Narmada e il Keveri. Raggiungiamo un picco per osservare meglio l’opera. Si tratta di un grosso disastro sia ambientale sia estetico costruito sul largo letto dell’incrocio tra i due fiumi, ridotti ad un piccolo canale con soltanto delle pozze sparse qua e là.. Nonostante quest’opera monumentale, qui a Omkareshwar manca spesso la corrente elettrica: probabilmente la centrale non fornisce energia agli abitanti di qui.

Omkareshwar, scimmia alla fontana lungo il percorso al tempio sulla collina.

Omkareshwar, scimmia alla fontana lungo il percorso al tempio sulla collina.

Su questa devastante vista panoramica incontriamo di nuovo Alkesh, ma lo perderemo subito di vista. Più tardi, mi racconterà di essersi fermato nella catapecchia di un guru che vive lassù, senza luce né acqua, ma con una enorme riserva di marjuana che han fumato insieme. Alkesh è rimasto affascinato da questo personaggio: vorrebbe tornare da lui per rimanerci insieme almeno un mese, ma non lo farà durante questo viaggio. Arrivati a valle i miei amici indiani ed io concludiamo la nostra giornata con un succo di canna di bambù, ci scambiamo i nostri contatti internet e ci lasciamo. Torno alla guest house e poi, sul tardi, esco con Alkesh per alcune spesette essenziali, per controllare la posta e i messaggi internet, per cenare assieme. Quando rientriamo, nella terrazza della guest house, seduti in cerchio a gambe incrociate, troviamo i due francesi e l’anziano titolare dell’alloggio: stanno fumando marjuana e me la offrono, ma preferisco non iniziare un’esperienza che non ho mai fatto. Anche Alkesh, più tardi, mi inviterà a seguirlo lungo gli scalini che portano al fiume per fumare marjuana. Il giorno dopo apprendo con sorpresa che Manu, il proprietario della guest house che avevo definito anziano è poco più grande di mia figlia: ha soltanto 48 anni, fa il sarto ed ha 5 figli. La più grande si è da poco sposata ed è stato un grosso impegno economico per la famiglia.

Omkareshwar, tempietto con lingam di Shiva posto lungo il percorso per il Gaudi Somnnath Temple, sulla collina

Omkareshwar, tempietto con lingam di Shiva posto lungo il percorso per il Gaudi Somnnath Temple, sulla collina.

3 marzo
Oggi vado a visitare il Sri Omkar Mandhata Temple, un tempio a forma di grotta che ospita l’unico jyothi lingam informe ed è uno dei molti edifici hindu e giainisti dell’isola. Nel tempio si radunano folle brulicanti di pellegrini per la preghiera che si svolge tre volte al giorno. Ci vado con Alkesh, il mio vicino di stanza e, arrivati là, si avvicinano a noi diversi preti induisti che si propongono per la celebrazione della puja, la preghiera a pagamento. All’interno ci sono diversi preti, posizionati in ogni angolo, e, in pratica, ti obbligano a ricevere una puja e a dar loro un’offerta. Uno di questi preti insiste per bagnarmi la testa con un mestolino colmo d’acqua: gli faccio cenno di no e per salutarlo mi confondo e mi sfugge un segno della croce. Lui mi guarda inorridito, non so se per il rifiuto dell’acqua in testa e la mancata offerta o per il gesto inconscio emerso dalla mia lontana educazione cattolica.

Omkareshwar, rituale al lingam di Shiva alle rovine di un vecchio tempio.

Omkareshwar, rituale al lingam di Shiva alle rovine di un vecchio tempio.

La giornata la trascorro tutta con Alkesh: siamo diventati dei veri amici! Scendiamo nella cittadina alla ricerca di un ristorante, ma non troviamo nulla di affidabile. Sono circa le 12.00 e incontriamo dei bambini che ritornano da scuola per il pranzo. Alle 14.00 riprenderanno le lezioni e dureranno fino alle 16.00. Qualche bambino pranza a scuola con il pasto fornito dal governo, altri preferiscono tornare a casa e poi rientrare a scuola per le attività del pomeriggio. Scendendo gli ampi gradini del ghat incrociamo due bambini e una donna seduti per terra che giocano con dei piselli, dei pezzi di plastica e un altro simbolo su una scacchiera disegnata sullo spiazzo di cemento: è il gioco del kania kori, ci dicono.

Omkareshwar, incontri lungo la stradina che porta al tempio sulla collina.

Omkareshwar, incontri lungo la stradina che porta al tempio sulla collina.

Un ragazzo che ha appena aperto un negozietto ci racconta che la scuola pubblica in India è gratuita per ogni grado, ma è di pessima qualità e chi può permetterselo preferisce mandare i figli alla privata. Scendiamo ancora lungo la scalinata che porta al Gomuk Ghat e incontriamo molti bambini che ci dicono che vanno a scuola soltanto ogni tanto. Sono lì per chiedere soldi e cibo ai pellegrini. Oggi è il 3 marzo e ogni tre anni, al terzo mese dell’anno arrivano numerosi pellegrini qui per una particolare puja. Difatti, arrivati al Gomuk Ghat rimaniamo incantati dai coloratissimi gruppi di donne in sari e dai bianchissimi camicioni e teli arrotolati in vita dei loro uomini. Dopo aver fatto il bagno nel fiume si radunano in cerchio come se dovessero pranzare. Invece, dalle loro sporte tirano fuori immagini delle divinità, candele, polveri rosse e gialle, incensi, riso, foglie… Nella bancarella accanto acquistano delle piccole caramelle bianche con tanti aculei e delle noci di cocco. Appoggiano ogni cosa accuratamente nei piattini, aggiungendo anche delle monete e dei soldi di carta. Gli uomini hanno tutti una certa età e sono dei bramini: li riconosco dalla rasatura e dal codino sulla nuca che a volte infiocchettano in modo bizzarro! Portano anche il cordone beige a tracolla. Arrivano due giovani preti e uno dei due recita la preghiera, canta, batte le mani, invita i pellegrini a seguirlo, mette bracciali ai polsi dei pellegrini i quali gli si inginocchiano davanti e gli baciano i piedi. I due sacerdoti ci dicono che hanno frequentato una scuola di formazione ad hoc’ di Jaipur. Alkesh parla hindi e mi fa da interprete: i pellegrini gli raccontano che sono un gruppo di coppie anziane in viaggio per 26 giorni attraverso i luoghi sacri dell’India. Terminata la preghiera, il prete che non recitava il rituale si occupa di raccogliere dai piattini solo le offerte in denaro; poi procede a chiedere i soldi della funzione religiosa. Ci racconterà poi, che le noci di cocco, terminato il rito, le rivenderanno a 10 rupie l’una alla bancarella dove i pellegrini le hanno acquistate a 15 rupie. Il gruppo ci offre il the ordinato alla bancarella delle noci di cocco e un bramino mi lega al polso un codone rosso che i sacerdoti avevano dimenticato sulla panca. Ceniamo in guest house insieme ai ragazzi francesi; la cena si conclude per loro con l’abituale spinello. Il profumo della marjuana mi arriva anche la mattina, mentre bevo il chai che preparo per conto mio, con il fornellino elettrico.

 

Omkareshwar, pellegrine mentre preparano il rituale e animali sulla penisola del fiume Narmara.

Omkareshwar, pellegrine mentre preparano il rituale e animali sulla penisola del fiume Narmara.

4 marzo
Sveglia un po’ prima del solito e passeggiata al Nagar Ghat, un luogo tranquillo, molto carico di energia e, soprattutto, poco popolato. Sulla riva del Narmada, arriva una coppia anziana vestita di bianco con dei grossi bagagli avvolti in teli colorati e trasportati sulla testa. Quando aprono i pacchi e dispongono sulla riva gli oggetti scopro che sono tutti elementi che servono loro per un rituale. I due, si bagnano al fiume, si cambiano gli abiti in modo molto dignitoso anche se laggiù in fondo ci sono dei gabbiotti cabina che qualche donna utilizza per nascondersi. Ora, dopo il bagno purificatore sono pronti per la celebrazione della loro puja. E’ già sera: noi due, andiamo all’unico punto internet presente nella cittadina, ma manca la luce ed anche più tardi non sarà possibile accedere ad internet. Alkesh vuole tagliarsi la barba nel negozietto lì vicino, ma deve attendere il suo turno. Mentre lo aspetto, torno al Gomuk Ghat: anche oggi è affollatissimo di pellegrini e i preti sono indaffaratissimi a celebrare i rituali.

Omkareshwar, Gomuk Ghat. Pellegrini mentre celebrano la puja con un prete.

Omkareshwar, Gomuk Ghat. Pellegrini mentre celebrano la puja con un prete.

Sgrido i numerosi bambini e le bambine che stanno lì in attesa del cibo e dei soldi dei pellegrini. Dico loro di andare a scuola, che devono andare a scuola. Il prete giovane con cui abbiamo molto parlato ieri sentendo la mia voce si gira e mi sorride. Mi fa parlare del problema con un ragazzo seduto lì accanto che mi conferma che tutti quei bambini lì presenti non vanno mai a scuola, ma non sembra dare per nulla importanza al fatto. Più tardi sulla corriera per Maheswar solleverò lo stesso discorso con un’insegnante giovane e desiderosa di comunicare, ma sull’argomento non mi dirà nulla.
Anche Alkesh verrà con me a Maheswar.

Percorso in corriera da Omkareshwar a Mhareshwar.

Percorso in corriera da Omkareshwar a Mhareshwar.

Dopo un veloce snack prendiamo un pullmino per la stazione delle corriere, non molto distante dal centro. Il viaggio in corriera fino alla cittadina di Maheswar è simpatico e movimentato da un continuo alternarsi di donne, uomini, bambini e qualche studente che scendono lasciando il posto o lo spazio in piedi libero ad altri. La guest house che mi ha indicato mio figlio è carina, ma non quanto quella di Omkareshwar. Quando la proprietaria ci porta il libro delle presenze da compilare trovo tra le pagine il nome di mio figlio e mi sembra di essere a casa. E’ rimasto in questo posto ben due settimane il mese scorso e il gestore si ricorda di lui perché parlava indi e viaggiava in moto con un amico, ma, mi racconta che era già stato prima in questa guest house. A Omkasheswar invece, mio figlio non era stato nella stessa guest house che mi aveva indicato, in quanto aveva preferito alloggiare in una più economica. Me lo dirà in seguito, ma è per questo che Manu, il proprietario, non si ricordava di lui.
Con Alkesh, nel tardo pomeriggio raggiungiamo il lunghissimo ghat sul fiume Narmada: ci arriviamo attraverso le porte e le gradinate di un forte che si affaccia proprio sul fiume con una numerosa serie di merlature, bastioni e terrazze che racchiudono numerosi templi. Qui, accanto c’è il Maheshwar Palace, fatto costruire nel XVIII secolo dalla regina Ahilybai, della dinastia degli Oolkar. Ci fermiamo per un chai in una bancarella e un cliente ci spiega che Maheswar è una cittadina di 23.000 abitanti con una prevalenza di circa 5.000 musulmani e poco più di 17.000 induisti. Scendiamo al ghat e rimaniamo incantati dalle intense puja celebrate da piccoli gruppi familiari.

Maheshwar, pulizia alla statua dell'elefante, uno dei simboli hindù.

Maheshwar, pulizia alla statua dell’elefante, uno dei simboli hindù.

C’è un gruppo i donne che decora uno dei numerosi lingam di Shiva che fiancheggiano il lungo fiume; sotto un tendone arancione c’è un grosso pellegrinaggio di soli uomini che ha appena terminato di celebrare un rituale particolare. Camminando lungo il ghat incontriamo un signore anziano che vive in Australia, ma è nato in Olanda. Sta girando per l’India in motocicletta ed è poi diretto a Pushkar dove si reca ogni anno ospite della stessa guest house. Noto che ci sono molti sadhu anche qui a Maheshwar: fanno il bagno appartati rispetto ai gruppi di ragazzi e alle discrete immersioni di uomini e donne. I sadhu trascorrono la notte nel tempio, forse in delle stanze a loro riservate. La gente è molto cordiale qui, molti ci sorridono e salutano e spesso vogliono sapere qual è il nostro Paese d’origine. Laggiù, all’orizzonte, ora è spiccata una grande palla infuocata: è il tramonto del sole e sia io sia il mio amico cerchiamo di fissarlo in numerose foto. Dall’altra parte, ad est si è già levata la luna: è piena ed è splendida!

Maheshwar, pescatori al tramonto vicino al ghat della parte ovest della cittadina.

Maheshwar, pescatori al tramonto vicino al ghat della parte ovest della cittadina.

Qui, in questo ghat l’energia che si percepisce è diversa rispetto a Omkareshwar, quasi più ampia, ma pur sempre molto intensa! Arriva la notte e ci incamminiamo alla ricerca di un internet point; non c’è nessun wi.fi. qui, e l’unico internet coffee ha una connessione molto lenta: non riesco ad aprire la mia mail e mi preoccupo per l’isolamento dal mondo degli affetti, in particolare! Trascorriamo un’ora di tentativi inutili! Ceniamo con un thali al ristorantino accanto alla guest house. Vicino a noi sta seduto un gruppetto composto da una giovane signora e un bambino di circa 7-8 anni francesi, un anziano inglese e un’artista inglese pure lei, vestita con soltanto un piccolo accenno indiano. Le due donne e il bambino li avevamo già incontrati al ghat e li rivedrò con sorpresa lungo le scale della mia stessa guest house. Ci scambiamo solo un cordiale saluto frettoloso.

Maheshwar, le abitazioni ricavate sotto il porticato.

Maheshwar, le abitazioni ricavate sotto il porticato.

5 marzo
La mattinata la trascorro da sola camminando lungo il ghat. Scatto qualche foto ad un lungo porticato trasformato in tante minuscole stanzette e ammiro le tele colorate messe a mo’ di tenda sulle porte, chiuse con dei lacci per evitare che altri vi entrino. Poco più avanti c’è il fiume Narmada: trovo la scritta Samne Ghat su un foglio di carta incollato su un tempietto, ma rimane l’unica traccia con questo nome. Cammino un po’ lungo i ghat, ma oggi c’è poca gente che celebra i rituali. Mi siedo a leggere accanto ad un santone, all’ombra di una delle colonne di un tempietto. Dopo un po’ il guru chiude le sue cose dentro uno straccio annodando i quattro angoli tra loro, lo mette non lontano da me e se ne va. Ripercorro i ghat da ovest fino al forte e mi addentro tra i templi, i porticati, mi siedo sulle gradinate. Nel pomeriggio ritornerò insieme ad Alkesh, il ragazzo di Londra, e visiterò la parte adibita a museo. In realtà, si tratta di pochissime cose esposte: qualche portantina, una mappa dei luoghi sacri indiani, alcuni ritratti tra i quali spicca quello della regina Ahilybai della dinastia degli Holkar, vissuta nel XVIII secolo e ancor oggi venerata come una santa. Ahilyabai rinunciò al suo regno per dedicarsi a Shiva. Questa costruzione, adiacente al forte e al Maheshwar Palace, è stata l’abitazione della regina Ahilyabai stessa: sul retro c’è un tempio dove è custodito un lingam d’oro di Shiva e accanto alla costruzione si possono ammirare anche gli oggetti d’oro e d’argento appartenuti ai reali. Qui, in questo cortiletto, ogni mattina, sin dall’epoca della regina Ahilybai, dalle 8.30 alle 9.00 si celebra lo stesso rituale.
Tornati in centro riusciamo a trovare un negozio di computer con l’accesso a internet: il proprietario ci concede di usare gratuitamente il suo wi.fi. Riesco finalmente a leggere gli sms, a scambiare qualche chat e a controllare le mie mail e a rassicurarmi riguardo agli affetti e alle informazioni che mi arrivano dal mio mondo.

Maheshwar, il rituale dell'Holi che festeggia i colori della primavera intorno al falò.

Maheshwar, il rituale dell’Holi che festeggia i colori della primavera intorno al falò.

Oggi e domani qui a Maheshwar si celebra il festival dedicato ad una dea e quasi tutti i negozi rimangono chiusi. Nei vari quartieri bambini e adulti stanno preparando delle cataste di legna addossate ad un albero infilato nel terreno e addobbato con cerchi piccoli e gradi di sterco di mucca alcuni infilati a mo’ di collana altri posti alla base della catasta, il tutto completato con fiori, paglia, noci di cocco e piattini con del cibo. In una catasta spicca la scultura in cartapesta della dea con un bambino in braccio, come fosse una nostra madonna. Ogni falò verrà acceso in orari diversi, durante tutta la notte. Noi due, assistiamo a quello che si accende tra il ghat e la nostra guest house e che arde tra canti, girotondi intorno al fuoco, preghiere recitate insieme al prete, distribuzione di cibo. E’ una cerimonia molto coinvolgente e la gente è molto cordiale ed è ben felice di rendermi partecipe. Poco fa, lungo i ghat, abbiamo visto uscire del fumo da un tempietto pieno di gente: ci siamo affacciati e all’interno c’era un prete in meditazione e dei fedeli che preparavano delle offerte. Usciti i fedeli, il prete è rimasto solo e noi ci siamo seduti in terra a condividere il suo silenzio. Poi, camminando lungo la riva del fiume abbiamo incontrato un’altra celebrazione di puja e vi abbiamo partecipato cantando e battendo le mani insieme alla numerosa gente raccolta intorno al prete. Ho anche affidato al fiume le tre candele che la gente mi aveva messo tra le mani. Queste cerimonie sono state molto coinvolgenti e intense. Sul tardi, abbiamo cenato allo stesso ristorantino dove c’erano gli inglesi, le francesi ed anche il signore australiano della nostra guest house. Il falò lì accanto verrà acceso più tardi, a mezzanotte.

Maheshwar, rituale al lingam di Shiva.

Maheshwar, rituale al lingam di Shiva.

6 marzo
E’ una giornata di grande festa per l’Holi. Sia nella mattinata sia nel pomeriggio mi lascio dipingere la faccia di giallo e poi, più tardi, di un verde intenso. Al ghat ci sono numerosi ragazzi in festa, coloratissimi: tanti desiderano farsi fotografare insieme a me e mi invitano a danzare con loro al suono del tamburo. C’è un’intensa energia, più forte del solito. A cena, con Alkesh, siamo invitati in gran segreto a casa dei proprietari della guest house. Non possiamo farlo sapere in giro perché ci tengono a mantenere dei rapporti di buon vicinato con il ristorantino accanto. Ci fermiamo a lungo a parlare con la signora e con i suoi due figli. La signora ha 43 anni, il figlio più grande ne ha 22 anni ed è ingegnere elettronico, il più piccolo ne ha 19 e sta studiando canto al college. Mentre l’ingegnere si sta preparando ad un concorso per un posto in banca e desidera diventare un ricco manager, il più giovane aspira a diventare un cantante di successo. Al termine della cena, il ragazzo più giovane ci canta alcune canzoni melodiche molto carine. Al nostro gruppo si aggiunge più tardi un ragazzino di 17 anni e una cugina dei due fratelli. La ragazza ha 16 anni e sta frequentando il dodicesimo anno di scuola ed ha scelto un indirizzo di studi commerciale. Il ragazzo, pur avendo la stessa età della ragazza è ancora fermo all’ottavo anno. Mi spiegano che tra l’undicesimo e il dodicesimo anno di scuola gli allievi sono chiamati a scegliere un indirizzo professionale specifico.Maheshwar, studenti dell'università di Hospet festeggiano l'Holi, il Festival di primavera.

Maheshwar, studenti dell’università di Hospet festeggiano l’Holi, il Festival di primavera.

7 marzo
Lungo la strada per Mandu diverse volte la corriera si deve fermare a causa dei blocchi stradali che i festeggiamenti dell’Holi comportano: gruppi di persone di ogni età, dipinte dei più svariati colori bloccano il traffico con danze e canti fino a che non viene data loro una mancia. Più tardi incontreremo diversi di questi gruppi e li vedremo affacciarsi alle botteghe aperte per chiedere denaro. Canteranno sempre più forte fino a che non verrà data loro una mancia. A Mandu visitiamo la Jama Masjid, l’enorme moschea con un porticato alto diciassette metri. Questo edificio religioso domina il villaggio di Mandu. Visitiamo poi il tempio induista con annesso ashram che sta accanto ai resti archeologici dell’Asrafi Mahal, una scuola islamica trasformata in tomba dal suo committente e crollata poco dopo la sua costruzione. E’ già sera e riusciamo a fare un giro al mercato settimanale ormai in chiusura, con i numerosi carri di legno trainati dai bufali in partenza per i villaggi vicini.Ceniamo alla guest house con un discreto thali.

Tra Marheshwar e Mandu. Gruppi in festa per l'Holi.

Da Mahereshwar a Mandu. Incontro di festeggiamenti per l’Holi festival.

8 marzo
Oggi sveglia verso le 7.30, prima del solito: stiamo andando in bici a visitare il Baz Bahadur’s Palace costruito nel 1509, prima che il sovrano Baz Bahadur prendesse il potere. L’edificio si trova a 8 kilometri da Mandu e presenta le caratteristiche degli stili rajasthani e moghul accostati insieme.

Mandu, sadhu in viaggio.

Mandu, sadhu in viaggio.

A pochi passi dal palazzo, lassù in alto sulla collina, con uno splendido panorama sulla pianura che arriva fino al fiume sacro Narmada, sorge il Padiglione di Rupmati. Secondo la leggenda pare che Baz Bahadur lo avesse fatto costruire per convincere la bellissima cantante hindu Rupmati a trasferirsi con lui sulle colline. Affascinato dalla bellezza di Rupmati, Akbar imperatore moghul (XVI-XVII sec.) con le sue truppe marciò verso la fortezza e Baz Bahadur non lo affrontò, ma fuggì abbandonando l’amata, la quale poco dopo si avvelenò.

Mandu, dintorni. La vita nei villaggi.

Mandu, dintorni. La vita nei villaggi.

Il percorso in bicicletta è affascinante. Lungo la strada incontriamo dei gruppi di case animati da animali, donne e bambini. Nei campi famiglie intere stanno mietendo il frumento. Al ritorno, trovo la mia bici con una gomma a terra: dopo un breve tratto fortunatamente troviamo una baracca con un uomo che ce l’aggiusta.

Mandu, dintorni. Riparazione della bicicletta bucata.

Mandu, dintorni. Riparazione della bicicletta bucata.

Pranziamo in un ristorantino di strada che ci serve un buonissimo thali. Subito dopo partiamo in pullman per Indore; poi viaggiamo su uno sleeping bus per Kotah, nella parte meridionale del Rajasthan e dopo un breve tragitto su un altro autobus arriviamo a Bundi.

Ritorno in India: Varanasi

Sono rientrata da quattro mesi ormai dall’affascinante viaggio in giro per l’Asia, terminato con un lungo soggiorno nella fantastica India. E’ iniziato un nuovo anno ed è già febbraio!  Sto ripartendo per l’ India, la mia India! Può darsi che poi mi sposti anche in altri paesi ma è probabile che rimanga soltanto lì.

Sono le due di notte e sono appena arrivata a Delhi. Ritiro il bagaglio e mi sposto nella sala d’aspetto dei voli nazionali per attendere l’aereo diretto a Varanasi che partirà alle 10.30 di domani mattina, anzi, di stamattina. In pratica trascorrerò la notte qui, con la testa appoggiata sullo zaino e con il giaccone buttato sulla schiena a mo’di coperta. L’atmosfera che già si percepisce nell’aria dell’aeroporto è serena, tranquilla. Alcuni poliziotti, tra cui una donna, mi osservano mentre mi sto caricando lo zaino sulle spalle. Non è pesantissimo in questo viaggio! Non ho portato con me i numerosi libri: mi son comprata un praticissimo e-book! Il gruppetto di poliziotti mi fornisce un carrello e mi dà tutte le informazioni necessarie per raggiungere la sala d’aspetto e attendere il volo per la mia Varanasi.

Varanasi, veduta sulla Main road dal Shri Brihaspati Temple.

Varanasi, veduta sulla Main road dal Shri Brihaspati Temple.

19 febbraio 2015, pomeriggio.
Ritornare a Varanasi dopo cinque mesi di assenza è un incanto. All’aeroporto prendo un taxi assieme ad un ragazzo di 25 anni che lavora a Delhi come impiegato in un ufficio governativo. E’ laureato in geografia economica ed è sposato da un anno con una docente universitaria più grande di lui. Mi sento di casa qui: scendo nel quartiere di Bengali Tola e raggiungo a piedi la Brahamedev guest house. Incontro Raul, uno dei figli del bramino sul vialetto: mi stava aspettando e con tutta la famiglia dei bramini mi accolgono con molto affetto. Raul mi accompagna nella mia stanza e, all’espandersi delle voci, arriva Simone, mio figlio che non vedevo da almeno sei mesi. C’è una sorpresa, mi annuncia: in camera con lui c’è Alina, una ragazza kazaka conosciuta diversi mesi fa e ritrovata durante questo suo viaggio. Lei è una scrittrice, sta viaggiando da sei mesi ed è prossima al rientro in patria. Sta scrivendo il diario di questo suo viaggio e lo pubblicherà, in inglese, nei prossimi mesi. Nel pomeriggio raggiungo la riva del Gange al Chausatti Ghat, che sta qui accanto. Ci vado insieme a Simone, mio figlio. Ci sediamo sulle gradinate: l’atmosfera è surreale e il paesaggio ha un fascino diverso rispetto all’estate scorsa. Il clima è primaverile ed è alta stagione qui. Ci sono moltissimi turisti occidentali e il clima mite favorisce un’atmosfera di pace e serenità più intensi rispetto a quella condizionata dalla calura estiva.

Varanasi, panorama, sempre affascinante, lungo i ghat.

Varanasi, panorama lungo i ghat.

Torniamo in guest house e Simone mi fa conoscere Alina, la sua ragazza e usciamo tutti tre assieme per la cena. Camminando per i viottoli della città vecchia i bottegai mi riconoscono e mi salutano con il loro Namaste e congiungendo le mani come fanno i nostri cattolici quando pregano. Rispondo loro allo stesso modo e sono felice di questa calorosa accoglienza.

Varanasi, mendicanti e venditori lungo la scalinata del Dashashumedh Ghat

Varanasi, mendicanti e venditori lungo la scalinata del Dashashumedh Ghat.

Varanasi 20 febbraio, verso le 11.00
Cammino lungo le stradine e raggiungo il Dashashwamedh Ghat, il ghat principale; mi sposto poi al dr. Rajendraprasad Ghat che sta lì accanto e mi siedo sulle sue immense gradinate. Tutti i ghat sono affollatissimi di turisti occidentali e pellegrini indiani che attirano un gran mercato di venditori di ogni genere. C’è chi vende cibi, chi bevande, chi propone giri in barca, chi offre collane e bracciali, chi piattini con le composizioni di fiori per i rituali da offrire agli dei.
Preti, santoni e guru con delle righe bianche dipinte sulla fronte, seduti a gambe incrociate sopra delle panche in legno sono in attesa dei fedeli per celebrare la puja. Alcuni mi chiamano accanto a loro con degli ampi cenni della mano, ma ormai conosco la strategia che utilizzano per agganciare i clienti e riesco a mantenere le distanze.

Varanasi, incontro lungo i ghat.

Varanasi, incontro lungo i ghat.

20 febbraio, pomeriggio
La terrazza della guest house offre un panorama splendido sul Gange. Quando ero qui lo scorso settembre c’erano numerosissime famiglie di scimmie che s’aggiravano sui tetti e arrivavano fino alle terrazze degli alloggi. Ora non ci sono più e non ne conosco ancora la ragione. Probabilmente si sono spostate.
Sera
Esco con Simone e Alina per cenare: abbiamo scelto un ristorantino del quartiere di Godonia, nella old town. Poi la ragazza se n’è tornata in camera mentre Simone ed io siamo andati a camminare lungo i ghat. L’acqua del Gange è molto bassa in questo periodo e ha lasciato emergere gli argini in pietra che ultimamente sono stati ripuliti. Camminando nella sera superiamo il piccolo ghat delle cremazioni: c’è qualche pira accesa e mentre lì il fuoco si sta quasi spegnendo un gruppo di uomini sta preparando una catasta di legna per una salma che attende di essere cremata. Alcuni parenti, solo uomini, stanno seduti poco più in là in attesa che si compia o si completi il rito funebre. Poco distante, accanto al fiume c’è un gruppo di parenti che celebra il momento dell’immersione della salma nell’acqua, rituale che avviene prima della cremazione.
Superato questo luogo sacro ci sediamo a chiacchierare: passiamo in rassegna le persone che conosciamo, discutiamo sulle scelte di vita dei coetanei di mio figlio, con molta attenzione alle loro diversità.

Varanasi, panorama primaverile dalla Brahamdev guesthouse.

Varanasi, panorama primaverile dalla Brahamdev guesthouse.

21 febbraio
Lungo le scale della guest house incontro una signora francese all’incirca della mia età. Sta qui a Varanasi da due settimane e si fermerà per due mesi. Conosce mio figlio e mi racconta di averlo già invitato a cena, una sera, nella sua stanza. La signora vorrebbe chiacchierare a lungo, ma non ho, in questo momento, la voglia di parlare con altri europei. Sarà diverso, forse, nei prossimi giorni, quando Simone se ne andrà in Nepal per rinnovare il visto indiano. Io, rimarrò qui a Varanasi ancora una settimana, poi, mi sposterò a Khadwa, nel Mhandia Pradesh.
Sto aspettando Simone che non arriva! Ritorno su a chiamarlo ancora e vedo la signora francese sulla sua porta con in mano il vasetto d’olio d’oliva che avevo portato a mio figlio. Poi, verrò a sapere che siamo stati invitati a pranzo nella stanza della signora.
La ragazza di Simone rimane in camera perché indisposta. La signora ha una stanza sopra, che dà sulla terrazza. E’ attrezzatissima: si è comprata tutto il necessario per cucinare e, nei periodi in cui ritorna a Parigi o viaggia all’interno dell’India lascia fornello, piatti e pentole sparpagliati in diverse guest house; usa questo metodo per non rimanere vincolata ad un posto soltanto.
Ci sediamo sul pavimento ricoperto da qualche stuoino con sopra appoggiati i piatti d’acciaio. Ha cucinato della zucca e delle lenticchie nella pentola a pressione d’alluminio e ha affettato, a parte, delle verdure crude: carote, peperoni, cipolla, cetrioli e prezzemolo. A completare il pranzo, la signora arriva con una pentola fumante di riso basmati che mescoliamo insieme al dhal, cioè alla zuppa di lenticchie e zucca. Il pranzo è cordiale: la signora parla molto bene l’inglese e comunica quasi esclusivamente rivolgendosi a mio figlio. Durante il pranzo, sulla porta si affaccia una bambinetta di circa sei anni: è intimidita dalla mia presenza. La signora le porge una scodellina con i vegetali e dopo un po’ di tempo la bimba la prende e viene a sedersi insieme a noi. La signora conosce da tempo questa bimba e le sta inviando del denaro per consentirle di studiare. La signora ci parla dei suoi due figli, docenti universitari entrambi. Lei, ora è in pensione: lavorava in un istituto di ricerca governativo e si occupava di verificare il processo dell’insegnamento-apprendimento tra gli allievi delle scuole francesi.
Terminato il pranzo vado a ritirare le mie scarpe Prada dal calzolaio di strada: erano scollate ormai lungo tutto il bordo della tomaia e lui è riuscito a mettere quattro toppe quasi artistiche e a renderle ancora utilizzabili. Costo: 200 rupie, circa 2,80 euro. Sono stanchissima oggi!

Varanasi, preparazione del rituale per gli sposi che verrà celebrato dalle parenti, lungo il Gange.

Varanasi, preparazione del rituale per gli sposi che verrà celebrato dalle parenti, lungo il Gange.

Ho dormito fino a tardi ed ho ancora sonno. Vado un attimo al ghat e me ne torno in guest house a riposare. Lungo la strada mi ferma una specie di guru, un personaggio che mi ha già chiesto del denaro l’altra estate. Vorrebbe portarmi nel suo ashram e leggermi la mano. Forse per la stanchezza, forse per la passata esperienza gli rispondo che la cosa non mi interessa! Non mi rivolgerà il saluto per diverso tempo.

Varanasi, pellegrine in fila per portare l'offerta al bramino del Shri Brihaspati Temple.

Varanasi, pellegrine in fila per portare l’offerta al bramino del Shri Brihaspati Temple.

Dopo una lungo dormita ritorno al Dashashwamedh Ghat: è affollato di turisti stranieri e indiani, di venditori e barcaioli e gli addetti all’allestimento del palco per i rituali stanno preparando i bracieri che utilizzeranno per la cerimonia serale. Scendendo le gradinate che portano al Gange si scorge il tempio dedicato a Shiva illuminato e pullulante di pellegrini che cantano, pregano e offrono denaro e fiori alla divinità. Osservo per un po’ l’affascinante scenario del calar della sera sui ghat, poi me ne torno in guest house per recuperare la coppietta e andare a cena insieme. Dopo cena, mi piace molto camminare con mio figlio lungo i ghat. Lui ha il passo veloce e faccio fatica a stargli dietro, ma mi compensa la gioia che provo nell’esplorare i nuovi ghat con lui.

Varanasi, pranzo di nozze sul Gange.

Varanasi, pranzo di nozze sul Gange.

22 febbraio
Mi siedo all’esterno di una delle mie abituali tea stall, tra indiani senza età, cani addormentati, mucche che scavano con il muso nel mucchio di immondizie, lì sulla strada, alla ricerca di cibo, bambini che camminano veloci portando il secchiello del latte comprato chissà dove. Proseguo verso la Main road e raggiungo l’animato quartiere di Godonia dove vengo assalita da un’infinità di ragazzi che mi propongono giri in risciò per 200 rupie, meno di 3 euro. Godonia è un quartiere invaso dal traffico caotico di ciclo e moto risciò, auto, autobus, furgoni, motociclette che rendono problematico attraversare la strada. E’ un quartiere moderno: c’è lo sportello bancomat A.T.M., numerosi ristoranti e alberghi e un’infinità di negozi che vendono prodotti di marche internazionali. Il mese di febbraio in India è considerato alta stagione e Varanasi è animatissima di bancarelle con cibi e mercanzie di ogni tipo, molto più numerose del periodo estivo.
Camminando, incontro numerosissimi santoni con la faccia dipinta di bianco e rosso: alcuni di loro chiedono l’elemosina, altri sono molto dignitosi e non lo fanno. Incrocio anche diversi sadhu: da quello che mi raccontano gli indiani, tra queste persone che portano gli abiti arancione, si nascondono diverse categorie di gente: quelli che appartengono a delle caste alte, con un buon livello culturale, che hanno lasciato tutto per scelta e i poveracci e i furbi che chiedono con insistenza l’elemosina. Tra le persone che stazionano o percorrono la Main road, oltre ai gruppi di pellegrini e ai turisti europei e americani, s’interseca moltissima gente indiana indaffaratissima: c’è chi trasporta cassette di frutta sulla testa, chi spinge i carretti con le mercanzie, chi cucina, chi chiede l’elemosina, chi ti si avvicina per proporti di acquistare qualcosa. Sono le 11.30 e non è ancora l’ora del pranzo. Il pentolone della mensa dei poveri sta lì, al suo posto, di fronte al tempio induista della Main road. Lo stanno ripulendo dal cibo rimasto ieri: lo mettono in un sacchetto di plastica per darlo alle persone che lo attendono. Poi, lavano il pentolone grattando via con l’acqua e una paglietta le incrostazioni rimaste. Lì, di fronte, affacciato ad un ristorantino di strada noto l’immancabile gruppo di turisti con la guida e i cappellini tutti uguali: in questo caso sono gialli e il gruppo è composto da indiani. A Varanasi arrivano continuamente gruppi di pellegrini dal sud: a volte si fermano solo un giorno, spesso stanno qualche giorno e soggiornano nelle dharamsala, cioè nelle economiche guest house, riservate solo agli indiani. .
Lungo la Main road, ma anche negli stretti viottoli, moto, motorette e biciclette sfrecciano velocissime e strombazzano di continuo per farsi liberare il percorso. Qui in India i mezzi di trasporto, dalla bicicletta all’auto hanno la priorità assoluta sui pedoni che vengono messi continuamente in difficoltà.

Varanasi, pellegrine allo spettacolo serale del Dasaswamedh Ghat.

Varanasi, pellegrine allo spettacolo serale del Dasaswamedh Ghat.

23 febbraio
Simone è partito stamattina per il Nepal. Rimarrà là circa un mese: andrà ad un corso di meditazione Vipassana di 10 giorni, farà dei trekking e tornerà a Varanasi con un nuovo visto.
Mi dirigo verso Godonia o Godaulia per prendere un motorisciò e andare a visitare il sito archeologico di Sarnath. Dopo varie contrattazioni concordo il prezzo: 400 rupie per il viaggio di andata e ritorno. Il percorso è lungo e faticoso a causa dell’intenso traffico e delle strade dissestate. L’autista al ritorno cerca di evitare gli intasamenti infilandosi negli strettissimi vicoletti, pieni di buche e affollati di mucche, cani, risciò, motociclette e pedoni. Sono dieci kilometri interminabili, ma il sito è molto interessante. Sarei rimasta molto di più dell’ora concessami dal ragazzo del risciò, ma ho rimandato una visita più approfondita ai prossimi mesi. Percorro il cammino lungo i resti dei monasteri e delle colonne raggiungendo il Dhamekh Stupa che ancora intatto domina lo sfondo di Sarnath. E’ alto 34 metri e indica il luogo dove il Buddha pronunciò il suo primo sermone dopo aver raggiunto l’illuminazione. Gli intagli geometrici e floreali risalgono al V secolo d. C., ma alcune decorazioni in mattoni potrebbero essere ancora più antiche e risalire al 200 a. C. circa. Visito anche il Museo archeologico dove non è consentito accedere con cellulari e macchine fotografiche: è molto ricco di sculture e resti archeologici rinvenuti nella zona di Sarnath. Tra gli antichi tesori c’è uno splendido capitello con leone risalente al III secolo a. C. un simbolo adottato come emblema nazionale dell’India. Durante il viaggio di ritorno, il ragazzo mi parla un po’ di sé. Mi racconta che ha 26 anni ed ha frequentato solo la scuola media in quanto doveva lavorare per aiutare la famiglia. Parla un buon inglese e mi dice che l’ha imparato in strada, contrattando con i turisti. Il risciò che guida non è suo, ma di un proprietario che glielo affitta per 300 rupie al giorno (4.50 euro, circa). Vorrebbe acquistare un suo risciò, ma per ora ha messo da parte soltanto metà dei soldi necessari: l’equivalente di circa 500 euro. Poco dopo la zona archeologica il ragazzo si ferma in tutta fretta accanto ad un antico stupa: “You can take one photo”! mi dice. Ha fretta, deve tornare nell’affollato quartiere di Godonia o Godaulia per cercare altri clienti. Gli viene qualche senso di colpa per l’eccessiva fretta che mi mette e vorrebbe sostare un attimo in un recentissimo tempio con un’enorme statua di Buddha, ma mi basta vedere questa novità dal risciò! Ho già constatato che per gli indiani, ma anche per i cinesi, ha più valore il nuovo dell’antico! Il ragazzo poi, ad un certo punto, non ha più fretta e vorrebbe portarmi a visitare un laboratorio di tessuti lavorati a mano: la sosta è compresa nel prezzo, ma io rifiuto fermamente la proposta. Conosco ormai questi metodi! Tornata a Varanasi, con un po’ di fortuna riesco a trovare il ristorantino dove venivo a volte con mio figlio e la sua ragazza. Qui, cucinano il thali senza spezie ed è l’unico piatto che mangio volentieri. Rientrata in guest house trovo sulla porta una card di Alina, la ragazza di Simone. C’è un messaggio con un invito a pranzo per le 14.00, ma ormai sono le 15.30. Salgo nella sua stanza e concordiamo di vederci per la cena.

Varanasi,dintorni. Mani di mendicanti che sporgono dalla recinzione nella zona archeologica di Sarnath.

Varanasi, dintorni. Mani di mendicanti che sporgono dalla recinzione nella zona archeologica di Sarnath.

24 febbraio 2015
Stamattina è partita anche Alina, la ragazza di Simone. Si è spostata a Rishikes, in un luogo di montagna dove stazionano diversi sadhu e sono presenti diversi centri di meditazione e yoga. Ieri sera abbiamo cenato insieme con un picnik sulle rive del Gange: polpette e frittelle vegetariane bagnate con una Pepsi a testa. Ci siamo, poi, fermate lungo i viottoli a berci uno yoghurt dalla ciotola in terracotta che utilizzano qui come usa e getta. Ci siamo spostate, quindi, al Chausatti Ghat: io mi sono seduta sulla gradinata mentre lei ha noleggiato una barca per portare al largo la composizione di fiori e la candela accesa da offrire a Madre Ganga. C’è un gran silenzio qui, sul ghat: per un attimo mi prende una forte suggestione. Mi sembra di sentire la voce di mia madre che mi chiama in un modo che solo lei sapeva fare: è soltanto un attimo, poi tutto fugge via insieme allo scorrere delle acque del Gange.

Varanasi, banchetti nuziali sulle rive del Gange.

Varanasi, banchetti nuziali sulle rive del Gange.

25 febbraio
Oggi, nella tarda mattinata sono andata a camminare lungo i ghat. Ho raggiunto il Manikarnika Ghat, il grande ghat delle cremazioni che sta a nord della città. A Varanasi arrivano continuamente funerali e nei due ghat, nel piccolo Harishchandra e nel grande e antico Manikarnika bruciano le salme senza sosta. E’ una procedura vissuta con naturalezza qui, il passaggio dalla vita alla morte: si svolge assieme a canti, rituali, vendita di cibi e oggetti ricordo, commercio di legname per le pire, finte guide a caccia di turisti da truffare. Mentre camminavo poco fa, tra guru seduti sui tavoloni appoggiati sulla riva del Gange che mi facevano cenno di avvicinarmi a loro e sedermi accanto per ricevere il segno rosso in fronte del good karma, pensavo alla dimensione elastica che prendono i rapporti durante il periodo in cui viaggio. Sono relazioni amicali spontanee e anche intense nel momento in cui le vivo, ma poi, ognuno segue la sua via, in libertà, a volte senza vedersi più. Non c’è nulla di stabile e ti devi ricomporre e ridefinire in continuazione. Mentre me ne sto seduta a scrivere su una specie di panchina, all’esterno di un tempietto, non lontano dal Manikarnika Ghat passa veloce un funerale. La salma, avvolta in un telo coloratissimo, viene trasportata su una portantina di bambù ricoperta di fiori. Il funerale è accompagnato dalle voci dei parenti che cantano e recitano dei charma induisti. Riprendo il cammino, esco dal viottolo, mi immetto sulla strada principale e incrocio un altro veloce e sereno funerale. Torno a Godaulia, pranzo al solito ristorantino dove cucinano il dhal senza spezie e torno verso la guest house. Mi fermo dal calzolaio di strada per farmi cucire uno strappo alle ciabatte. Lì accanto c’è Raul, uno dei bramini della mia guest house. Mi parla del clima di Varanasi: qui fa molto freddo soltanto dalla fine di novembre a gennaio, la primavera dura soltanto un mese, febbraio, ed è il periodo dell’alta stagione, poi arriva il caldo torrido che raggiunge delle temperature che s’aggirano intorno ai 45 gradi ed anche più.

Varanasi, pranzo nuziale sul Gange.

Varanasi, pranzo nuziale sul Gange.

25 febbraio
Mi sono svegliata più presto del solito e sto tornando a camminare sui ghat. Mi siedo tra gli ombrelloni composti da svariati pezzi di stoffe logore, ma ancora coloratissime che animano il Dashashwamedh Ghat. Rimango su un tavolone assieme a un guru, ma di spalle per evitarne l’approccio e la richiesta di denaro. Con la coda dell’occhio lo osservo mentre esegue un rituale, la puja, per una coppia e poi si prende l’offerta. Vuole parlarmi: mi chiede la nazionalità e mi dice che è un bramino. Gli chiedo come mai non è rasato e non ha il codino, ma non mi risponde. Ho appena terminato di leggere l’ultimo libro di Elena Ferrante sul mio e-book e mi dirigo verso la parte nord dei ghat, oltrepassando il Manikarnika Ghat delle cremazioni. Lungo il percorso ritrovo il tempietto Nepalese, e dopo il Manikarnika finalmente riesco ad individuare la piscina che secondo la leggenda, Shiva ha scavato con le mani per cercare l’orecchino che Parvati, sua moglie, aveva perso. Tutto il lungo fiume è percorso da palazzi sfarzosi, molto affascinanti, un po’ baroccheggianti. Ci sono anche degli alti edifici poveri che paiono costruiti di mattoni fatti con la terra che trasporta il fiume. Sulla riva ci sono gruppi di donne che si bagnano il viso con l’acqua del Gange, altre che si rivestono dopo il bagno, uomini che riempiono le loro taniche con l’acqua del fiume sacro per portarsela a casa. Osservo incuriosita un ragazzo e una donna che calano delle corde nel fiume come se pescassero. Invece stanno soltanto raccogliendo, con delle grosse calamite legate alla corda, le monete che i pellegrini offrono al Gange. Vado molto oltre il Manikarnita Ghat e poi esco imboccando le minuscole stradine della città vecchia. In genere, come ho già fatto altre volte, seguo il percorso delle persone, ma un anziano indiano mi si affianca e mi chiede dove stia andando. “Nella Main road” gli rispondo! E lui mi dice che non è corretto seguire la gente, che questa va dove vuole e si offre di accompagnarmi in quanto sta andando anche lui lì. Arrivati alla strada principale, che riconosco subito, naturalmente mi chiede con insistenza dei soldi. “10 rupie, non hai 10 rupie”? Sono pochi soldi per noi occidentali, ma io provo un senso di fastidio per questa strategia di chiederti soldi.

Varanasi, l'ingresso al Dasaswamedh Ghat.

Varanasi, l’ingresso al Dasaswamedh Ghat.

26 febbraio
Sono al Dr. Rajendraprasad Ghat, poco più su del Dashashwamedh Ghat seduta su un tavolone tra il brusio delle voci dei pellegrini, i sadhu che gironzolano da un ghat all’altro, i guru che attendono fedeli per i rituali all’ombra dei coloratissimi ombrelloni di bambù, rivestiti di stracci. Sono immersa tra i poveri che ogni tanto si avvicinano con le loro ciotole d’acciaio per chiedere insistentemente l’elemosina e tra i bagnanti maschi quasi nudi che si insaponano dalla testa ai piedi per poi immergersi nell’acqua del Gange. Le donne che fanno il bagno nel Gange sono rare e s’immergono sempre vestite. A sovrastare i mormorii e i piccoli rumori arriva la voce di un altoparlante posto là in alto, che trasmette discorsi e musiche della religione indù. Oggi ho comprato un quotidiano locale, “The Times of India” che parla della scarsità d’acqua a Delhi durante il periodo estivo, degli incontri dei politici con i governatori pakistani e con un percussionista giapponese; in terza pagina c’è la descrizione di una disputa tra famiglie di religione induista e musulmana per delle terre situate nella città di Kushinagar. La questione si conclude con l’intervento della polizia e con l’arresto di alcuni musulmani. Il quotidiano contiene molta pubblicità di auto, moto Honda, dentifricio Pepsodent, abiti femminili tradizionali, calzature e borse da viaggio, proposte di viaggi e vacanze in hotel di lusso, immagini di arredi e tipologie abitative rivolte a persone benestanti. Tra gli annunci pubblicitari c’è la recensione di un libro su madre Teresa di Calcutta. Se ho ben compreso, l’autore afferma che madre Teresa non si definiva un’operatrice sociale, ma riteneva che il suo ruolo fosse quello di salvare le anime dall’odio. Poi, l’articolo si sofferma su un quesito che si chiede se madre Teresa prendeva le vittime della povertà per convertirle al Cristianesimo oppure se sia stata davvero la “santa degli slums” dove migliaia di credenti e non credenti trovavano assistenza e protezione. L’ultima pagina del quotidiano si occupa dello sport: in particolare del cricket, del calcio e del tennis e si sofferma su un articolo che rimane l’unica notizia internazionale: riguarda il ritorno all’England di un certo Luis Suarez che arriva lì dopo esser passato dal Liverpool al Barcellona (sempre se ho ben compreso). Il giornale si chiude con i programmi televisivi del giorno, la pubblicità di un computer portatile, le foto di stelle e divi del momento. Regalo il giornale ad un negoziante di strada che difficilmente lo leggerà, ma certamente lo utilizzerà per avvolgere la sua merce. Arrivata all’altezza del Sri Brihaspati temple, sulla Main road, solitamente deserto, inaspettatamente c’è un gran affollamento di pellegrini proprio fin lassù, sopra le scale. Mi tolgo le scarpe e i calzini e salgo anch’io. Ci sono due file distinte, una per gli uomini e l’altra per le donne, ma entrambe arrivano al sacerdote, che dà la benedizione e riceve l’offerta dai pellegrini che arrivano da direzioni diverse. Un gruppo di donne se ne sta accovacciata per conto proprio a preparare una puja, un rituale. Scatto qualche foto anche se un ragazzino mi dice che è vietato e scappo verso il solito mio ristorantino di Godaulia o Godonia. Il cameriere dalla faccia truce oggi non ha la bandana in testa. Mi porta una nuova salsa e poi della cipolla da aggiungere al dhal. Rifiuto la cipolla e lui scompare: spero non si sia offeso!. Mentre spezzo il chapati, il pane indiano, entra una coppia di francesi assieme ad una guida indiana. L’uomo scatta una foto dietro l’altra alla sua donna; li saluto con un sorriso, ma non incoraggio il dialogo. Ho incontrato diversi turisti francesi ed anche molti spagnoli in questi giorni, ma non mi va ancora di parlare con gli europei. Preferisco passeggiare, salutare gli indiani con il loro namaste, leggere, guardare le mail e gli sms, chattare e scrivere. Sto anche molto tempo nella terrazza della mia Brahamdev guest house, a leggere e a scrivere, ma anche a guardare il panorama che si affaccia sui tetti e lungo il grande Gange.

Varanasi, camminando lungo i ghat.

Varanasi, camminando lungo i ghat.

27 febbraio
Oggi al Dashashwamedh Ghat c’è un via vai di matrimoni. Un bramino con il cordone beige a tracolla, ma senza codino, mi spiega che è iniziata la stagione estiva con il suo periodo delle nozze che proseguirà fino ad aprile. Nei mesi invernali e nel periodo delle piogge non ci sono matrimoni, aggiunge. Secondo quanto mi racconta questo bramino, gli sposi prima vanno al Tempio della Madre, l’edificio che si affaccia proprio qui sul ghat e poi scendono al Gange per il rituale del matrimonio. Le informazioni che raccolgo riguardo alle tradizioni a volte sono contraddittorie tra di loro, ma le riporto sempre come mi vengono riferite dalle persone che incontro. I matrimoni qui in India rappresentano un momento importante nella vita sia per famiglie degli sposi sia per la nuova coppia. Il matrimonio avviene con la celebrazione di uno o più rituali di buon auspicio, preceduti da una serie di incontri tra i maschi delle due famiglie. Qui a Varanasi, qualcuno mi dice che il giorno dopo che la sposa ha dormito a casa del marito c’è la visita alla Madre Ganga, cioè al fiume sacro, con la celebrazione della puja. Le spose arrivano con il capo ricoperto da un pesante velo rosso con dei ricami dorati e indossano un mantello rosso anch’esso ricco di decorazioni. Paiono intimidite e si nascondono completamente all’interno del velo. Hanno le braccia e le mani dipinte con composizioni floreali fatte con l’hennè: i piedi, sono decorati con un reticolo geometrico sopra e sulla pianta in tinta unita. Sulle braccia portano numerosi bracciali ed anche il viso, il naso, le orecchie, le caviglie e le dita dei piedi sono ricolme di gioielli. Gli sposi portano un turbante rosso sul capo, a volte indossano un abito tradizionale con casacca lunga, spacchi laterali e scarpe a punta rivolta all’insù, ma spesso vestono all’occidentale, portando solo il turbante rosso in testa. Anche lo sposo ha i piedi decorati con l’henna, a volte con lo stesso motivo a reticolo della sposa, a volte con soltanto il fondo rosso della pianta dei piedi. Il marito sembra tenere la sposa al guinzaglio e pare tirarla attraverso una lunga sciarpa colorata, a volte gialla, o bianca e anche rosa, con la quale la tiene legata attraverso un nodo stretto sul mantello rosso di lei. Chiedo ad alcune coppie la loro età: s’aggira tra i 22 anni di lei e tra i 26 – 28 per lui, anche se di sera, mentre sto seduta sulla scalinata del Chausatti Ghat a cenare con le melanzane impanate e le polpette di verdura, un ragazzo di 21 anni che sta facendo volantinaggio per un concerto mi racconta che è sposato da tre mesi. Durante questo viaggio di quattro mesi in India, incontrerò altre situazioni di matrimoni combinati tra sposi giovanissimi. Qui a Varanasi, in questo periodo c’è un continuo via, vai di sposi che scendono al Gange insieme ai parenti: le donne di famiglia hanno il ruolo di preparare e poi celebrare un rituale specifico, composto da disegni che tracciano sul selciato, da fiori, candele, incenso, riso e mantra recitati. Qualcuno, spesso, mette una collana di fiori gialli attorno al collo degli sposi e a volte anche di qualche invitato. Alcuni gruppi nuziali consumano una specie di pic-nick sulle rive della Madre Ganga: le donne aprono sporte con vivande, scoperchiano pentole, distribuiscono piattini di carta e cibi: è il pranzo nuziale che precede o segue a volte un breve giro in barca da una riva all’altra del Gange, trascinando sull’acqua delle corde con tanti fiori freschi attaccati sopra. Secondo il racconto raccolto oggi, il corteo nuziale si sposta fino alla casa del marito e tutto finisce lì.

Varanasi, coppia di sposi alla preghiera al Gange.

Varanasi, coppia di sposi alla preghiera al Gange.