N. Y. Manhattan: Westfield World Trade Center, Central Park e Harlem

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Westifield World Trade Center.

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Westifield World Trade Center.

Siamo a Manhattan, il cuore di New York! Qui è sorto il primo insediamento della città che è stata progettata, un paio di secoli fa, su una struttura ortogonale, per regolarne, in modo razionale, l’espansione urbanistica. E’ percorsa dalle Avenue da sud a nord, numerate da est a ovest partendo dalla Fifth e arrivando fino alla Twelfth Avenue. Le Street tagliano trasversalmente le Avenue formando i blocks. 

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National September 11 Memorial & Museum

Prima dell’11 settembre 2001, c’erano le Twin Towers che svettavano nel cielo accanto al World Trade Center, il centro strategico e operativo del commercio internazionale. Le Torri Gemelle sono state per anni i grattacieli più alti di New York. Nel decimo anniversario degli attentati, nel 2011, è stato inaugurato un museo memoriale: il “National September 11th Memorial & Museum”.

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Le vasche del National September 11th Memorial & Museum

Il memoriale si compone di due immense vasche, scavate a circa 9 metri di profondità, sotto il livello stradale, il cui perimetro coincide con le tracce delle basi rimaste dalle Twin Towers. Lungo le pareti delle vasche, scendono cascate d’acqua. Sul parapetto sono stati incisi nel bronzo i nomi delle 2982 vittime degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 e di quello precedente, al WTC, del 26 febbraio 1993. Tra le due vasche è stato costruito il padiglione di accesso al museo.

 

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National September 11 Memorial & Museum

Il WTC è stata la prima torre ricostruita dopo l’attentato e giace proprio sullo stesso luogo della precedente.

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National September 11 Memorial & Museum.

Manhattan: Central Park, 19 ottobre 2019

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Sempre camminando raggiungiamo il vicino Central Park. Progettato nel 1858 allo scopo di soddisfare il bisogno di uno spazio verde urbano, il Central Park è diventato uno spazio pubblico dove le persone di tutte le classi sociali possono relazionare e godere del contatto con la natura.

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Inizialmente la zona era impraticabile e composta soltanto da vaste aree paludose alternate da grossi massi rocciosi e aridi.

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La zona verde, formata da 341 ettari di terreno, è diventata un parco grazie al progetto di un giornalista e di un architetto.

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Poi, con 20 anni di lavoro e l’impiego di 20.000 persone, l’area è diventata una grande oasi, all’interno della quale si può nuotare, pattinare sul ghiaccio, fare gita in barca, andare in bicicletta, passeggiare….

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Suonatore di fisarmonica nel Central Park.

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New York, Midtown West, 19 ottobre 2019

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N.Y. Midtown, ottobre 2019

Manhattan: Harlem

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Harlem, 19 ottobre 2019. Mercati spontanei lungo le strade.

Siamo ad Harlem. Harlem ha avuto origine e nome da un nucleo fondato nel 1658 da coloni olandesi. A metà Ottocento è sopraggiunta un’ondata migratoria di russi, tedeschi e irlandesi.

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Harlem, 19 ottobre 2019. Vendite libere lungo le strade.

Tra il 1880 e il 1910, si è stabilita una comunità di italiani che ha creato l’Italian Harlem che ruota ancora intorno a Pleasant Avenue.

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Harlem, 19 ottobre 2019. Vendita libera di pietanze lungo le vie.

Negli anni ’20 l’area si è intensamente popolata da persone di colore creando il quartiere Black Harlem. 

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Manhattan, Harlem, 19 ottobre 2019. Interno di un ristorante a gestione sud-americana.

Un salto a New York: Brooklyn, ottobre 2019

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E’ un viaggio velocissimo questo di New York. Sono insieme a mio figlio Simone che deve ritirare un premio di fotografia qui a N. Y. Sulla statuetta del premio c’è scritto: “Deeper Perspective Photographer Of The Year-Non Professional International Photography Awars 2019”.

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Con Dolli, la cagnetta di Francy che io chiamo “Carlina”.

Qui, a N. Y. ci ospita mia nipote Francy, la figlia di Consuelo, la mia primogenita. Francy ha 25 anni e vive a Brooklyn. E’ arrivata negli USA qualche anno fa, come ragazza alla pari, dopo aver terminato il liceo linguistico. Dopo poco più di un anno, è tornata a Udine ed ha lavorato come barista in un locale del centro. Contemporaneamente ha vinto la “Green Card”, attraverso un iter ed un sorteggio su internet. Quindi, dopo un colloquio in Ambasciata è ripartita per gli USA. Con la “Green card” Francy ha acquisito tutti i diritti dei cittadini USA. La “Green card” le consente di soggiornare, lavorare e studiare in totale libertà. A New York, Francy, ha trovato subito lavoro in un’agenzia di viaggi di Manhattan. Attualmente sta anche frequentando il secondo anno di psicologia all’università. Ha superato tutti gli esami con il massimo dei voti e non ha spese universitarie in quanto il suo reddito, anche se superiore ai nostri, è considerato basso.

Le giornate qui a N. Y. stanno trascorrendo intense e frenetiche con il tempo che scorre velocissimo, senza mai concedere un attimo di pausa. In questo viaggio, non ho proprio il tempo per scrivere degli appunti per il diario. Tuttavia, cercherò di postare qualcosa al ritorno, seguendo il ritmo  delle immagini scattate durante questa fantastica avventura.

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Brooklyn, Bay Ridge. Allestimenti per Hallowen.

Brooklyn, colonizzato dagli olandesi nel 1636, è stato una città fino al 1898, quando è diventato un quartiere di New York. Da quel periodo hanno iniziato a stabilirsi in questa zona la maggior parte degli immigrati europei. Ancora oggi Brooklyn attira immigrati da tutto il mondo.

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Allestimenti all’esterno delle abitazioni per Hallowen

 

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Allestimenti per Hallowen nei giardini delle case di Brooklyn

Il Ponte di Brooklyn

Un po’ in metro un po’ a piedi, Simone ed io raggiungiamo il Ponte di Brooklyn. Il paesaggio che dal ponte dà sull’East River è splendido. Da una parte spiccano i grattacieli di Manhattan e dall’altra dei palazzi marroni che paiono delle vecchie case operaie. Brooklyn e Manhattan sono state unite da questo imponente ponte il 24 maggio 1883 su progetto di Jhon A. e Washinton Roebling. Il ponte di Brooklyn viene definito una “Navata di cattedrale gotica” ed è il primo ponte in acciaio sospeso nel mondo. Sovrasta il fiume a 40 metri d’altezza, con un’unica campata, retta da due piloni in granito con doppie arcate. E’ lungo 485 m. e largo 26. Sovrastato da intrecci di fili metallici e cavi, si percorre facilmente a piedi o in bicicletta, attraverso la passerella pedonale e ciclabile che scorre sopra il traffico sottostante.

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Da Lubiana (Slovenia) a Udine (Italia), 18 aprile 2019

 

Sto tornando a casa. Da Lubiana a Udine ci sono, circa, due ore di viaggio, in pullman. Mi vien da piangere al solo pensiero di lasciare questa dimensione nomade, questo modo quasi improvvisato di esplorare il mondo, di vederlo e viverlo, con la gente che incontro. Il pullman viaggia veloce: attraversa campagne coltivate, prati erbosi curatissimi e s’addentra tra  boschi di latifoglie e fitte pinete. Ogni tanto, si nota qualche albero di ciliegio, che, con i suoi fiori bianchissimi, spezza l’uniformità verde del paesaggio. Seduta, accanto a me, c’è una signora sui sessant’anni, di Zagabria. Sta andando a Udine per far visita alla figlia, che vive là. Mi sorride, desiderosa di comunicare, ma non riusciamo a capirci. Quando tossisco una, due volte, si porta il fazzoletto di carta, sgualcito, alla bocca e poi va a sedersi in un altro posto. Guardo fuori dal finestrino: stiamo attraversando una zona quasi disabitata. Si vede soltanto qualche raro casolare, sparso, qua e là. Pochi Kilometri ancora ed ecco apparire un gruppo di case tra le colline e poi dei paesetti, ordinati, con le abitazioni nuove, costruite intorno alla chiesa. La giornata è tiepida, il cielo è completamente sereno e il traffico scorrevole. Ora l’ambiente sembra già carsico, con le rocce e i massi che compaiono a tratti, tra alberi e cespugli. A momenti, usciti dalle zone boschive, si vedono delle distese di prati erbosi, intervallati soltanto da qualche piccolo appezzamento di terreno, appena arato. In diversi posti ci sono delle grosse balle di fieno accatastate, chiuse in sacchi di plastica azzurri. Poco lontano da un paesetto, su una collina, appare una grande pala eolica in movimento. Più avanti se ne vedono delle altre, tutte che ruotano, mosse dal vento. Siamo a 23 Km da Trieste. Poco prima di raggiungere il confine compare una grossa centrale elettrica di trasformazione. Ancora boschi, ciliegi in fiore, rocce e massi; poi, all’improvviso tutto si fa buio: siamo entrati in una lunga galleria. Alla frontiera passiamo tranquilli, senza fermarci e senza nessun controllo. Siamo in Italia. Il paesaggio sembra aprirsi e diventare più ampio e le colline paiono più lontane. Attraversiamo delle altre gallerie, una dopo l’altra e poi, nei bordi della strada vediamo delle lunghe file di cespugli bianchi e gialli che sembrano allontanarsi alla stessa velocità del pullman. Ad un tratto compare il mare da una parte e dall’altra ritornano le rocce carsiche e gli alberi, a volte in fiore. Ora, su un cartello stradale,  c’è l’indicazione  con la scritta “Udine”. Ancora una corsa lungo l’autostrada, tra piccoli boschi, distese di campi coltivati, alcuni filari di gelsi con poche foglie spuntate in cima e qualche cespuglio interpoderale fra gli appezzamenti. Siamo nei pressi di Palmanova. Qui, distese di campi coltivati a soia, orzo, mais, frumento, girasoli si alternano a filari di vigneti immensi. Compaiono, pure, molti frutteti e diverse aziende agricole e case isolate. In qualche zona si vedono delle superfici di campi con il frumento già alto e davanti a qualche casa degli alberi di lillà e delle magnolie  in fiore. Più avanti, anche qui, compaiono le distese di campi coltivati con le piante dai fiori gialli: la colza. Poco lontano dalla strada, c’è una grande fabbrica con le ciminiere che fumano e delle vaste cataste di legname disposte intorno. Forse è una centrale a biomasse. Siamo vicinissimi a Udine. Guardo verso Est dove ci sono ancora le montagne imbiancate, mentre lassù, verso Nord, sul Quarnan, ai piedi del quale sono nata, la neve è già sciolta.